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pubblicato sabato, 15 settembre 2007 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Orizzonti


Pubblichiamo un testo di Elena, attivissima nella nostra chat. Presentandoci il testo, ha scritto: «Non so se lo si possa considerare proprio un racconto… Mancano completamente trama ed azione, da un punto di vista estetico-formale è quasi una tragedia e la sua lettura somiglia un po’ troppo ad un percorso a ostacoli. Però devo ammettere che nella mezz’ora in cui lo scrissi mi divertii un mondo». A noi è piaciuto. E a voi?

***

Orizzonte dai montiFinalmente i lavori di ristrutturazione allo chalet del nostro capo sono terminati.
Finalmente, soprattutto per noi: da mesi non parla d’altro qui in ufficio. Perfino alle piante grasse, già precarie sui davanzali appena accennati, è venuta voglia di chiedere il trasferimento. Siamo stremati.
Mi auguro, per la salute mentale dei suoi congiunti (animali domestici compresi), che concentri nelle ore di lavoro le sue appassionate arringhe riguardo ai benefici della vita montana, perché c’è da prendersi un esaurimento nervoso ad averlo per casa in questo stato di esaltazione naturalistica.
Lo guardo parlare (ho imparato a non ascoltarlo troppo, quando parte in quarta così) e mi stupisco sempre dell’entusiasmo con cui affronta ogni cosa, dalle questioni più spinose ai dettagli più insignificanti; da ciò i miei sospetti mai espressi sulla natura chimica della polvere bianca (zucchero o cocaina?) con cui riempie le frequenti tazzine di caffé nero, bevuto rigorosamente bollente. Lasciarlo raffreddare il poco che basta per non ustionarsi le labbra sarebbe solo tempo perso e, come ormai qui hanno capito anche i muri, “il tempo è denaro”, no?
Lavoro con lui da tre anni e non l’ho mai (dico mai!) visto annoiato o stanco, non l’ho mai sorpreso a sbadigliare di nascosto dietro una mano a cucchiaio, nemmeno durante le interminabili e pesantissime assemblee del soci. Devo ancora calcolare in percentuale quanto lo ammiro e quanto mi infastidisce.
La riunione di oggi è iniziata con il plateale invito per un week end al suo chalet nuovo di pacca; plateale ad uso e consumo del suo ego, ma riservato ai collaboratori più stretti per mantenere alto il tono della situazione. Un vero capo non si concede a tutti.
Cinque persone, me compresa, sono impallidite in perfetta sincronia, annaspando alla ricerca di un sorriso riconoscente da stamparsi in viso. Il sottofondo musicale ai nostri sforzi mimici è stato gentilmente fornito dai colleghi esclusi dall’invito, che hanno ringraziato l’intero Olimpo per esser semplici “dipendenti” anziché “collaboratori” intonando in coro una sinfonia polifonica di sospiri di sollievo.
I punti salienti del programma (ovviamente indiscutibili) per la gitarella in montagna sono: l’immancabile escursione fino alla vetta ed una ricca cena a base di carni alla brace, allestita nella taverna dello chalet. (Ma quanto è grande questo chalet?)
Partendo dal presupposto che nessuno di noi potrà disertare senza offendere a morte il grande capo, mi concedo almeno un sorriso, stavolta veramente divertito, immaginando il mio datore di lavoro trasformato in “provetto cacciatore alpino” che però non rinuncia alla “classe di rango”: pantaloni di velluto a coste sopra un paio di scarponi su misura, un maglione di lana probabilmente firmato, fucile a tracolla e cartucciera attorno alla vita, secondo la migliore tradizione. Non so se affibbiargli un cappello di lana verde con visiera o lasciargli i capelli scoperti, lucidi di gel e pettinati con la riga da una parte come li porta in ufficio.
Ad ogni buon conto, lo visualizzo bello impettito accanto al tavolo in legno massello della cucina, dove ci mostra orgoglioso la deposizione delle sue prede che diventeranno a breve tagli di carne ben ripulita, pronta per la brace ardente dell’enorme camino.
In effetti uno come lui poteva amare solamente la montagna, si capisce subito che è uno scalatore nato; sempre in corsa, sempre attivo, sempre a caccia di nuove sfide. I mantra con cui ammorba di continuo tutti i subalterni (da noi “collaboratori” al personale addetto alle pulizie) sono frasi del tipo: “Si può e si deve migliorare”, “Chi si ferma è perduto”, “Ogni problema ha una soluzione”… E via così, tra il profetico e il paternalistico.
Apparentemente amichevole nell’impostazione dei rapporti con i dipendenti, occasionalmente comprensivo e disponibile, severo ma corretto. Gli piace il clima da “grande famiglia felice”, a condizione che sia lui il solo ed unico patriarca; prima o poi ci declamerà le “Sue Leggi” dopo averle incise, in numero di dieci, sopra un lastrone di pietra. Peccato che io sia poco portata per i legami familiari (come per altri tipi di relazioni, del resto) e non riesca a dargli molta soddisfazione su questo piano. Per fortuna so far bene il mio lavoro ed ho un’indole paziente.
Mi costringo a riattivare l’audio, giusto il tempo di capire a che punto del discorso siamo arrivati: – …. Quindi, una volta raggiunta la vetta, vedrete che panorama! Un vero spettacolo della natura. Se la giornata sarà nitida, potrete ammirare all’orizzonte i ghiacciai delle vette circostanti… –
Schiaccio di nuovo il “mute” del mio telecomando mentale, siamo lontani dall’argomento “lavoro”; mi accomodo sulla poltrona , in attesa che il capo inizi la discesa della sua montagna e si chiuda alle spalle la porta (blindata?) dello chalet per tornare con noi in ufficio.
L’idea del panorama, però, si infiltra tra le maglie rilassate dei miei pensieri ed io mi lascio trasportare docilmente.
In verità ogni luogo ha un proprio panorama. La città offre un orizzonte “solido e verticale” come i palazzi che incorniciano le strade; la campagna rallenta il ritmo con il suo orizzonte “orizzontale” che si allarga fino ad accarezzare i seni delle colline increspate di vigneti o vellutate di grano… Ma bisogna ammettere che solo in montagna si può respirare uno spazio immenso, dominato dal vento, dalla luce e dal silenzio. Soltanto una vetta può regalare boschi appuntiti, precipizi rocciosi, terra dura di ghiaccio e acqua cristallina raccolta in immobili e freddi specchi di cielo.
Purtroppo io non sono fatta per le grandi altezze; ce l’ho scritto pure nel DNA che mi ha messo l’alt appena ho superato il metro e cinquanta. Per di più la montagna è una roba impegnativa, c’è da marciare in salita per sentieri stretti e ripidi, c’è da sudare; ci vuole il fisico allenato, perché certi orizzonti non sono alla portata di tutti e vanno conquistati.
Già la parola “VETTA” ha un suono duro: due vocali contro tre consonanti spigolose. La “T” è addirittura ripetuta per darle più forza e la “V” non è altro che il disegno stilizzato di una vetta rovesciata.
Mi pare giusto averle attribuito un nome duro (e, forse non a caso, un nome femminile)… Che tu la immagini come la cima di una montagna reale o che tu ne faccia una metafora della vita, indica comunque una posizione estrema, la conclusione di un percorso, un punto al di là del quale non è possibile andare. Una fine.
Poi, una volta portata a termine la scalata, eccolo là: l’orizzonte con tutto il suo panorama. Ora che ci sei non puoi evitare di guardarlo, a costo di esplorarlo un pezzo alla volta, vasto com’è.
E qui i casi sono essenzialmente due: o quel che scorgi da lassù ti riempie di soddisfazione e dà un senso al cammino affrontato per arrivare fin lì (esaltazione, iniezione di fiducia nelle tue ormai comprovate capacità, botta di gioia per l’obiettivo raggiunto), oppure ti si apre davanti agli occhi l’impietoso panorama del disastro che sei e dei danni che sei riuscito a combinare (attacchi di panico uno via l’altro, desolazione, senso di colpa e di fallimento).
Oddio, a voler essere meno drastici, esistono pure le vie di mezzo: ad esempio potresti accorgerti di non aver fatto malaccio ma che avresti potuto far meglio, oppure capisci come alcune cose che sembravano ben fatte ti sono invece riuscite sghembe, mentre altre che sembravano stonate rivelano una loro ragione insospettata, una volta inquadrate nell’insieme.
Insomma, l’orizzonte di una vetta può essere una vera fregatura, proprio perché ti offre una prospettiva che dal basso non ti è consentita. Viste dall’alto le cose appaiono diverse, lo so bene io che soffro di vertigini e già salendo sulla sedia per sostituire una lampadina vedo la stanza deformarsi ed ondeggiarmi attorno.
Pensa poi la tremenda sorpresa che potresti provare se, giunto in cima, tu dovessi renderti conto di aver scalato la vetta sbagliata! Troppo preso a superarne gli ostacoli, a vincere le mille sfide contro i tuoi innumerevoli limiti per prendere in considerazione l’ipotesi di trovarti sulla via sbagliata ed ammettere che non era quello l’obiettivo che volevi raggiungere. Può succedere, quando il cammino viene confuso con la meta. Ecco, questa è l’eventualità più inquietante, secondo me; ci sarebbe da chiudere gli occhi e lanciarsi nel buio di un crepaccio senza fondo, poiché certi viaggi costano molte energie e non è facile tornare indietro per ricominciare daccapo.
In alternativa si potrebbe scegliere a priori di non raggiungere la vetta: in fondo chi l’ha detto che bisogna arrivare per forza al punto più alto per sentirsi realizzati e completi?
Inoltre anche il punto di partenza ha la sua importanza: mica tutti hanno la fortuna di iniziare la scalata da un comodo chalet piazzato a metà strada, alcuni devono partire dal fondo della valle… Ed è una faticaccia.
Magari, dopo parecchi chilometri di salita, ti fermi un attimo per riposare le gambe; ti guardi intorno e scopri di trovarti in un gran bel posto. Ci pensi su e ti confessi (a denti stretti ma con sollievo) che in verità non è nemmeno tuo il desiderio di conquistare la vetta, che non lo stai facendo per te stesso ma per qualcun altro. E allora… Che vada a farsi fottere l’”altro”, chiunque esso sia, dalla famiglia di sempre al ragazzo di turno; è vero che “Si può e si deve migliorare”, però si vive male se si devono sopportare continui attacchi di vertigini.
Quindi decidi di fermarti lì, dove la terra non è troppo brulla, il bosco fitto lascia filtrare i raggi del sole ed il panorama, sebbene vasto e scosceso, è limitato dal fianco della montagna. Scegli un orizzonte più contenuto, che ti svuota comunque l’anima quando ci fai vagare lo sguardo ma che fa meno paura e ti lascia abbastanza fiato per rientrare in casa dopo che per un po’ ti sei regalato il piacere di perdertici.
Inutile negarlo: è indubbiamente bello perdersi dietro un sogno, farsi trasportare lontano sospesi ad un filo di ragnatela, ma sono pochi quelli che spiccano il volo davvero mollando del tutto la presa. I più si lasciano alle spalle una scia di briciole da seguire in caso di bisogno, per ritrovare la strada e tornare a casa se la paura ti coglie in pieno volo e ti abbatte, rondine solitaria che non sa mai quando riapre la stagione di caccia.
L’importante, ovunque tu sia giunto nel cammino, è saper bene dove sta la propria casa, perché esser colpiti in volo fa male, ma tornare ad una casa che non è la tua può ucciderti un po’ alla volta anche senza proiettili.
Ad esser sincera qualche piccola vetta l’ho raggiunta perfino io, nel corso degli anni, nonostante le vertigini ed il fisico tutt’altro che atletico. Ho avuto la fortuna di avanzare su sentieri tranquilli attraverso vallate fiorite… Un piacere sudare nelle molte salite che mi hanno condotta a rifugi accoglienti dove ancora cerco riparo dalle notti più fredde e dalle tempeste improvvise. Ed ho conosciuto il brivido infinito delle cadute nei precipizi, quando ho messo un piede in fallo dimenticando che alcune scalate possono costare la vita, se si perde il controllo. Spesso sono scivolata, ricavandone svariate cicatrici che, sparse qua e là sulla mia pelle, resistono al tempo come memoria e monito.
Ogni percorso è una storia da raccontare, ogni tappa ha un segreto da custodire. Ogni vetta raggiunta è una fine da cui si deve ripartire, se c’è abbastanza vita da spendere. “Chi si ferma è perduto”…
Però…
Ecco, io lo costruirei in riva al mare, il mio chalet; niente taverna, soltanto uno chalet marittimo e minimalista, proprio davanti al mare.
Lì potrei camminare per ore, per giorni, per sempre, lungo una spiaggia bianca e morbida; lì potrei ascoltare la voce del mare che non tace mai e non ti lascia da solo a smarrirti nel silenzio.
Lo so, anche lì c’è tanto (troppo?) orizzonte, ma senza la vertigine dell’altezza né il richiamo dei precipizi dove le stanchezze più forti possano spingermi e farmi cadere.
Si può volare anche così, rasoterra.
E poi vuoi mettere… Il profumo del mare…


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“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)








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