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pubblicato martedì, 15 gennaio 2008 da Valeria in Recensioni
 
 

Spiriti di luce


Spiriti di luceAndrea ha 24 anni e vive a Montevarchi, in Toscana; studente all’Università di Firenze nel corso di informatica e lavoratore in un’azienda nello stesso settore.
Spiriti di luce” è il suo blog e lo presenta così: “Un blog senza un perché, parole e pensieri di un non-poeta. Tutto ciò di cui si può narrare, su tutto ciò che si può amare…
Dice che il suo blog è nato con una particolare motivazione: “Non perdere tutti quei pensieri e ragionamenti che, altrimenti, non avrei detto a nessuno. Mi capitava spesso in passato di non avere occasioni per discutere con le persone a me care di alcune questioni. Non sempre infatti questo è fattibile. Però c’erano cose che era un peccato mettere nel dimenticatoio (dopotutto i pensieri sono usa e getta per chi, come me, ha poca memoria) e da lì è quindi nato il blog”.

Che riscontri hai avuto dalle persone che ti hanno letto?
“Riscontri? Beh, il mio blog non si è mai prefissato di diventare famoso. Non ho fatto la corsa al link e alla lista di ‘falsi amici’. Non ho neanche mai fatto commenti monosillabici in altri blog solo per pubblicizzarmi. Questo non perché io non apprezzi la possibilità che il mio blog guadagni una certa visibilità, quanto perché questa visibilità la deve avere per ciò che il blog rappresenta e non per un’operazione di marketing. Tornando quindi al tema dei riscontri… al di là di qualche conoscente che mi segue assiduamente, vi sono state molte persone che si sono aggiunte e che di tanto in tanto passano a rispondere ai miei post. Diciamo che questo mi basta”.

Andrea di se stesso dice: “Un’anima senza luogo, un cercatore di emozioni, un tentativo di poeta, scrittore, programmatore forse mal riuscito. Se ritrovate il mio libretto di istruzioni, avvertitemi!
“Sarei arrogante nel catalogarmi come scrittore o poeta. Quella che può essere la mia vena artistica non la so controllare. Per questo, contrariamente a chi lo fa di professione, non posso certo chiamarmi con nessuno dei due nomi”.

Cos’è per te la scrittura e quando hai iniziato a scrivere?
“Passione. Assolutamente passione. Adoro scrivere. Per me è una delle cose più stupende di questo mondo. Riuscire a scavare nella pietra i tuo pensieri, saperli trasmettere, creare un mondo proprio. La scrittura è una cosa stupenda, anche se tutt’altro che scontata. Direi che ho iniziato verso gli ultimi anni delle superiori, quando cominciai ad apprezzare l’italiano. Fino ad allora la materia era sempre stata indigesta. Poi, come a volte capita, una professoressa mi ha fatto cambiare punto di vista. E dai ‘5’ che prendevo nei temi qualcosa cambiò”.

C’è un genere che ti piace più degli altri o cerchi di spaziare un po’ ovunque?
“Ancora non ho un genere. Non so dove stia la mia scrittura. Ho delle idee e le butto su carta. Tutto qui. Non adoro la storia dei generi letterari, anche perchè spesso vi sono scrittori che, pur restando in un genere, lo scavalcano. E lì c’è la vera magia”.

C’è un racconto al quale sei particolarmente affezionato?
“Beh, probabilmente il primo che sono riuscito a completare. Ho iniziato molte storie, di quelle che non si concludono in due pagine intendo, e alcune di queste sono ancora lì, in attesa di essere sistemate. Quindi devo dire che il primo racconto che ho scritto (e che io paragono a un piccolo libro) è quello a cui sono più legato. Si chiama “Senza una fine”, anche se poi una fine c’è”.

Parlaci del racconto “Anno 2007”. Ho letto sul blog che è stato scritto per un concorso. Com’è andata?
“Sì, nasce come tentativo di partecipazione a un concorso indetto da Repubblica. Il concorso si prefiggeva di analizzare la dipendenza da internet o comunque i legami che è riuscito a stringere con l’uomo. Purtroppo, per mia stessa ignoranza, ho scoperto troppo tardi la lunghezza massima di cartelle e parole che avrebbero accettato. Questo purtroppo ha reso il racconto inutilizzabile. E dato che era nato dal web per il web ho pensato di renderlo disponibile (cosa che faccio raramente con le mie produzioni personali). Per scriverlo in realtà ci ho messo un filo di autobiografia a dirla tutta. Chiunque, prima o poi, nel web passa attraverso una fase di semidipendenza, di alienazione dal reale. Si perdono i valori, si dimentica dove stanno le cose e qual è il posto che appartiene a esse. Per questo ho scritto il racconto. Per dare un punto di vista (certamente estremo) a quella malattia che colpisce un po’ tutti i navigatori. Giovani o anziani”.

Vi riporto qui una parte del racconto “Anno 2007”:

Anno 2007, Maggio, 3°: Casa di Matteo
Matteo scrive. Matteo e i suoi capelli lunghi, la barba incolta che non cura ormai da un mese. Il suo aspetto oramai ha perso quanto di giovanile poteva mantenere. Lo sguardo perso nel vuoto, le occhiaie che si insinuano nel suo sguardo, il pigiama blu pieno di grinze, le ciabatte nere rotte nella punta. Matteo è illuminato dal blu innaturale di uno schermo in una stanza piena di caos. Libri aperti distesi a terra a riposarsi, polvere nell’angolo vicino alla scrivania e sotto di essa. Se la si guarda dall’esterno sembrerà una camera totalmente abbandonata a se stessa (e un po’ lo è), ma per Matteo questa camera ha un ordine. […] Matteo dall’esterno è lo stereotipo di un personaggio. Sua madre lo rimprovera sempre perché sta troppo al computer, perché sembra drogato. Sua madre fa quello che ogni madre farebbe: preoccuparsi per il proprio figlio.
Ma ciò non cambia la natura che, nel superficiale, Matteo mostra.
Un perfetto stereotipo.
Per questo scrive.
Matteo scrive per non dimenticare. Lo scrive sul blog perso nella rete. Uno dei tanti.
E lì scrive il suo urlo, la sua condanna. Si lamenta di questo mondo, delle sue leggi. Piange i suoi errori, o si compiace delle sue vittorie. Matteo racconta di sé. Anche quando racconta di storie altrui. Matteo ci mette del proprio, senza saperlo. Infila tra le righe dei pezzi di se stesso e senza accorgersene piano piano si dimentica chi è, cosa fa, cosa desidera.
Lo scrive, è vero.
Ma si dimentica poi che lo deve anche fare.
Matteo scrive di andare a fare la spesa.
Matteo scrive di dover chiamare la banca.
Matteo scrive di dover amare.
di
dover
amare.
E dopo averlo scritto non se ne rende conto. Non solo che non lo metterà in atto, ma bensì che sia usato il termine ‘dover amare’. Come se l’amore fosse un obbligo e non una necessità.
Matteo lo scrive di nuovo.
E nessuno risponde.
Nessuno.


Valeria

 








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