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pubblicato venerdì, 15 febbraio 2008 da Valeria in Recensioni
 
 

Remo Bassini


Remo BassiniIl blog di Remo Bassini, intitolato Appunti, si apre con una foto in seppia, scattata quando l’autore aveva solo due anni, ritratto nella splendida cornice della campagna toscana.
Remo nasce a Cortona nel 1956. “Ho fatto tante cose: il cameriere, l’operaio, il disoccupato, lo studente, il portiere di notte, l’attore dilettante, l’insegnante volontario in un carcere, il correttore di bozze”, scrittore di numerosi racconti fino ad arrivare, nel 2002, alla pubblicazione del suo primo libro, Il quaderno delle voci rubate, edito da La Sesia.

Quando hai iniziato a scrivere e in quale occasione?
“A vent’anni ho iniziato a scrivere un romanzo. Poi per anni e anni ho scritto racconti, monologhi e poesie. Distruggendo quasi tutto (le poesie purtroppo no: è uscito anche un libro intitolato Versi e Versacci, ma non lo regalo nemmeno agli amici. Non valgo niente, come poeta, io). Poi una sera mi sono detto: raccontami una storia. E ho iniziato a scrivere ‘Il quaderno delle voci rubate’. Uno, due, tre capitoli. Poi il quarto. Poi ho accantonato tutto, dimenticato, pensando: tanto poi quando rileggerò distruggerò, perché non mi piacerà”. Continua Remo: “E invece successe che rileggendo mi stupii: per la prima volta pensai che dovevo continuare perché stavo leggendo qualcosa che non sembrava mio. Ero riuscito, insomma, a raccontarmi una storia partendo da me, dal mio vissuto, le mie esperienze, ma allontandomi, al tempo stesso, dalla contemplazione del mio ombelico. Io c’ero, ma in disparte, in ombra. In questo modo davo luce ad altri. Insomma, scrivendo, mi raccontavo una storia”.

Cosa significa per te la scrittura?
“Ancora non lo so bene, con certezza. Credo che siano i miei fantasmi, le mie bufere che dalle viscere salgono e mi fanno viaggiare lontano. Solitamente in mari burrascosi, ma non sempre. E poi la scrittura, a mio avviso, deve anche schierarsi, denunciare, essere contro”.

Ho letto che “Il quaderno delle voci rubate” è stato bocciato, al momento della sua presentazione, da tutti gli editori. Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione?
“Devo tutto a Laura Bosio, scrittrice ed editor. Lo feci leggere a lei, lei mi diede dei consigli preziosi, lei mi incoraggiò a scrivere, a farlo pubblicare. Scelsi Laura Bosio come interlocutrice perché la conoscevo appena appena: sapevo che esisteva, ma non l’avevo mai incontrata. Ricordo che le scrissi: Dimmi per favore se questo manoscritto merita la pubblicazione o se invece debbo buttarlo in un cassonetto. Se il suo giudizio fosse stato negativo l’avrei buttato via, quel manoscritto”.

Dal 2002 al 2007 hai pubblicato 4 volumi. Ce n’è uno al quale sei particolarmente affezionato e per quale motivo?
“Senz’altro l’ultimo, La donna che parlava con i morti. Stentava, avevo in mente la trama, i pesonaggi, ma stentava a manifestarsi un io narrante convincente. Finché una sera ho… incontrato-creato Anna Antichi, commessa di libreria, fragile, timida, arrabbiata, aggressiva e dolce. È come se mi fossi innamorato di lei, scrivendo”.

Leggo sul tuo blog: “Il discorso è che se non sei uno scrittore affermato tu per l’editoria sei solo un numero”, frase scritta, in un contesto ben più ampio, quasi ormai un anno fa. È cambiato il tuo pensiero da allora riguardo all’editoria italiana?
“È una frase che non rinnego perché è così: tu funzioni, tu sei corteggiato solo se vendi. Se non vendi o vendi così così per gli editori, specie quelli grossi, sei uno che ha goduto della loro beneficenza. Con la Newton Compton, però, è andata in modo diverso. A Raffaello Avanzini era piacuto Lo scommettitore, uscito per Fernandel. Mi contattò, chiedendomi se stavo scrivendo qualcosa. Gli dissi di sì, e lui allora mi domandò un capitolo e una sinossi de La donna che parlava coi morti. Lesse e poi mi propose la pubblicazione. Insomma, per la prima volta mi ritrovai a scrivere pensando che quel che scrivevo aveva già un editore, sarebbe diventato libro. Un’ottica diversa, completamente, dallo scrivere pensando: chissà se troverò un editore.
Ora vediamo cosa capiterà. Il libro mi dicono che sta vendendo bene, e quindi questo potrebbe facilitarmi per scrivere ancora. Ma non è detto: perché il punto di partenza resta sempre la scrittura, avere qualcosa da raccontare. Qualcosa che tocchi dentro il lettore e, aggiungo io, il narratore”.

C’è un post, tra i tanti belli che ho letto, che mi è piaciuto in modo particolare. È di qualche mese fa, intitolato Il quaderno di mia madre. Trovo che Remo sia riuscito a scavare in fondo a se stesso che, si sa, scavare in fondo alle proprie emozioni, ai propri ricordi, è una delle cose più difficili per uno scrittore che, spesso, per convenienza anche a volte, racconta le storie altrui. Lo ripropongo qui sotto:

Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. È una madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
‘Nel tempo che dei guelfi e ghibellini…’
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.


Valeria

 








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