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pubblicato martedì, 25 marzo 2008 da Graphe.it in Mondolibri
 
 

Ai confini della società con “Atto d’amore”


Dal bel blog Critica Letteraria, riportiamo una recensione ad Atto d’amore di Francesco Cinque.

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Copertina del libro Atto d’amore di Francesco CinqueÈ una riflessione sull’amore come forza creatrice e distruttiva, il romanzo breve di Francesco Cinque, Atto d’amore. Ma attenzione a non cadere nel luogo comune: non parliamo di un amore normale; Atto d’amore può essere definito con qualsiasi aggettivo (dissacrante, crudo e crudele, allucinato, melodrammatico) ma la normalità è un universo lontano anni luce da ciò che Francesco Cinque, blogger noto con il nick Mio Capitano, ha voluto raccontarci. Atto d’amore ci catapulta in un mondo di valori in negativo: un mondo in cui gli stupratori vivisezionano la propria psiche con ironia e le donne non sono vittime inerti, ma sono l’anima della sfida e della tensione. Un mondo in cui la giustizia è una giustizia fai da te, e la volgarità e la violenza sono l’unico mezzo per sopravvivere.
Un romanzo breve, dunque, in cui potremmo ravvisare un intento quasi naturalistico: incentrare l’attenzione su un personaggio ai confini della società, studiarne la parabola discendente, offrirne una rappresentazione che non sia un giudizio. Tuttavia, possiamo misurare la distanza da questo possibile modello nella scelta di far coincidere narratore e protagonista. Il racconto autodiegetico elimina il diaframma tra realtà narrata e prodotto letterario, necessario per una rappresentazione oggettiva. Il protagonista di Atto d’amore, sbandato stupratore occasionale, racconta gli eventi che l’hanno spinto sulla sottile lama tra peccato e redenzione, e ciò che ha decretato la sua definitiva caduta. Il nostro stupratore è uno stupratore sui generis, perché nell’assurdità del suo sistema di valori riesce a vivisezionarsi con incredibile lucidità, persino con ironia. Può dirsi folle colui che sa parlare della propria follia? Il narratore-protagonista è portavoce di una filosofia disincantata da “Dio è morto”, e proprio per questo la sua scarna, ironica descrizione non approda mai a un vero giudizio morale: la moralità è qualcosa di estraneo, che egli osserva ma non accoglie.
Tuttavia, in Atto d’amore un giudizio morale è presente, che lo si voglia riconoscere o no. All’interno della narrazione, infatti, non è presente soltanto la voce del protagonista: l’autore interviene molto spesso, dopo una scena iniziale che lascia in qualche modo sbigottiti. Gli avvenimenti sono percepiti e raccontati dallo stupratore, è vero; ma sono interpretati e giudicati dall’autore.
Istintivamente, dunque, ci chiediamo: qual è questo giudizio, in definitiva? Un tentativo di spiegazione potrebbe essere il seguente.
Tra le righe, è presente una non troppo velata simpatia verso il protagonista, che pure si macchia di azioni malvagie. Tutto il romanzo, in un certo senso, potrebbe essere interpretato come il tentativo di “umanizzare” un individuo che, in sostanza, di umano non ha nulla, e sopravvive a un livello molto vicino alla bestialità. Questo tentativo ha il suo ultimo simbolo in Simona, che nonostante il terrore dice di “comprendere” le azioni dello stupratore, trasformatosi infine in un serial killer. C’è quindi un procedimento inverso: il nostro “eroe” fallisce irrimediabilmente, e man mano che questo fallimento emerge nella sua tragicità, la penna dell’autore allenta la sua fredda analisi, la addolcisce, disperde la sua crudezza. Tuttavia, questo processo di umanizzazione si blocca in divenire, perchè l’autore, in ultima analisi, non ripudia quel sistema di valori morali che il protagonista rifiuta, o perlomeno vive in modo distorto. In un certo senso, il nostro stupratore è una “tela di Penelope”: Francesco Cinque ne connota fortemente i caratteri, ma a volte torna sui suoi passi, cancellandone alcuni, smorzandoli. C’è un po’ di giustificazione e un po’ di condanna – un rapporto che ricorda, in un piccolo azzardo, quello tra D’Annunzio e il suo Sperelli – e il protagonista è spaccato a metà, in un dissidio irrisolvibile.
Può essere risolto questo dissidio? Credo di sì. Come? La risposta è da ricercare nel personaggio più riuscito del romanzo. No, non parlo di Teresa, donna magnetica ma prevedibile. Parlo di Napoli: sfondo vivo e vivace del racconto, con lei il protagonista dialoga continuamente, in un rapporto di confidenza amicale. Napoli è la città dei vicoli e dei mille odori, dello squallore e del fascino femminile, delle macchiette e dei filosofi. Il protagonista di “Atto d’amore” trova il suo senso profondo solo se rapportato a questo mondo. A mio avviso, non è il rapporto con Teresa a vincere nel romanzo, ma il rapporto con l’universo-società: il cittadino e la sua città, l’uomo-bestia e la società che lo allontana. L’incontro con Teresa non sarebbe stato possibile senza questo ritrovarsi al confine del sociale. E il rapporto con la società è quello con cui, inconsapevolmente, si misura sempre lo stupratore… e, in fondo, il nostro autore: tutta la storia si svolge tra la polarità “dentro i confini della società”- fuori da essa.

Laura Ingallinella


Graphe.it

 
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