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pubblicato mercoledì, 26 marzo 2008 da Susanna Trossero in Zibaldone
 
 

Solitudini affamate


KafkaMi sono imbattuta, stamani, nell’aria dolce e trasognata di Franz Kafka; cercavo un libro in una libreria del centro e ho trovato lui, silenzioso e immobile tra le copertine.

Dietro una parete di vetro, i suoi grandi occhi dalle ciglia lunghe osservavano la vita senza vederla, con lo sguardo di chi abita un mondo lontano.

Penetrando quello sguardo di carta, mi sono soffermata a frugare nella mia memoria per cercare tracce di lui, piccolo angelo gentile dall’anima triste il cui attendere sempre qualcosa dava uno scopo alla sua vita. Artigiano di parole, portava per le strade di Praga il suo corpo magrissimo, pulito e ordinato ma senza una briciola di grasso a cibare il suo spirito. Gli era di ostacolo, quel corpo quasi denutrito, dimagrito innaturalmente poiché lui stesso – nella frenesia continua dello scrivere – si era sottratto all’incombenza dell’alimentarsi. E si sottraeva anche dal cibarsi di quelle che erano le pietanze comuni ai più: la carne per esempio, era per lui fonte di disgusto, collegata alle azioni cruente degli uomini. Forse, come Leonardo da Vinci, non voleva fare del proprio corpo una tomba per gli animali, o forse era una scelta frutto del suo animo propenso all’amore e alla compassione. Forse. Così alla sua tavola, per quel poco tempo in cui a lei si concedeva, primeggiavano i frutti della terra, i doni che la natura generosa elargiva senza alcun danno agli esseri viventi, come i cavoli verdi e la lattuga, che prediligeva, ma anche il pane integrale, il semolino con il succo di lampone, il vino di uva spina, il purè di patate, i legumi, la marmellata di mele e le frittate, ovvero tutto ciò che si trovava nei ristoranti vegetariani di Praga. Piccole porzioni mandate giù velocemente, che non lasciavano alcun segno nella memoria nè sfioravano i suoi sensi, solo strumenti per restare in piedi e per combattere quel corpo suo nemico, per tentare di fortificarlo anche nella prigionia dei sanatori, dove ciò che raggiungeva il suo stomaco dolente era sempre cibo morbido e liquido, di passaggio nell’esofago impigrito. Il vitto come sopravvivenza, poiché l’unico nutrimento da lui tanto agognato era l’osservare la vita, gli oggetti, con occhi lucidi e sensibili: affamato si ma solo dell’ispirazione.

Eppure, prima di morire, conobbe appieno il colore caldo, il profumo inebriante e il gusto medicamentoso di fragole e ciliegie che neppure più riusciva ad inghiottire e se ne andò da questa terra invitando gli amici più cari a bere a piene sorsate, quasi con l’avidità che lui mai aveva conosciuto, birra, vino o più semplicemente acqua, come nettari da rimpiangere per sempre.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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