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pubblicato giovedì, 27 marzo 2008 da Susanna Trossero in Zibaldone
 
 

Malie dell’assenzio


Locandina assenzioIl termine bohème, vita da zingaro, si ode per la prima volta in Francia nel XIX secolo ed è usato per descrivere lo stile di vita disordinato e non convenzionale degli artisti del tempo, stile affascinante, perché negarlo?, ma associato per lo più all’immoralità, alle frequentazioni di caffè, all’uso di oppio e di… assenzio.

Quante volte ne abbiamo sentito parlare?

Denominato “fata verde” per il colore e per la magia in cui ci si perdeva ai primi sorsi (il tasso alcolico raggiungeva i 75°!), l’elisir bohèmien divenne in poco tempo un rito sociale, una moda che in Francia accomunò ricchi, proletari e artisti dalle vite tormentate, fornendo un’alternativa economica per perdersi nell’irreale e aumentare così la creatività (insieme al numero degli alcolisti).

Oscar Wilde diceva «Un bicchiere d’assenzio, non c’è niente di più poetico al mondo. Che differenza c’è tra un bicchiere d’assenzio e un tramonto? Il 1° stadio è quello del bevitore normale, il 2° quello in cui cominci a vedere cose crudeli e mostruose ma, perseverando, arrivi al 3° livello, quello in cui vedi ciò che vuoi, cose strane e meravigliose». Per Hemingway fu «l’alchimia liquida che addormenta la lingua, infiamma il cervello, scalda lo stomaco e trasforma le idee». Meravigliose visioni o incubi orrendi, e si aveva di che scrivere, di che immaginare, di che dipingere… Edgar DegasTuttavia, adulterato con sostanze tossiche da piccoli e scaltri produttori, il liquore “maledetto” nonché musa ispiratrice, bruciò i cervelli di poeti e di pittori come Van Gogh, Baudelaire, Rimbaud, Poe, Modigliani, Manet, Verlaine o Ernest Dowson (morto a 33 anni corroso dall’alcol), provocando alterazioni della mente, psicosi, dipendenza, follia e, appunto, morte. Edgar Degas mostrò in un suo famoso dipinto, lo smarrimento di bevitori quasi instupiditi, ed Emile Zola scrisse dei suoi effetti devastanti nel romanzo L’ammazzatoio.
Non fata verde dunque, non ne siate soltanto incantati, bensì veleno verde, effimero e deleterio piacere, un sistema di vita che uccideva e che, come disse Alfred Delvau «fa girare la testa al primo bicchiere, ti pianta addosso grandi ali e ti conduce in un paese senza frontiere e senza orizzonti, ma anche senza poesia e senza sole».

A causa di ciò, e con la convinzione che diversi efferati delitti fossero stati compiuti sotto l’effetto di questa bevanda, nel 1915 ne fu proibito l’uso e la distribuzione.

Siete curiosi? Oggi potete avvicinarvi alla fata verde con meno timore, poiché non più pericolosamente adulterata, nonché sapientemente miscelata in fantasiosi cocktail, nell’impasto di prelibate torte, o addirittura mescolata al gusto ammaliante del cacao o del tè, può essere assaporata in molti locali e farvi sentire un poco bohèmien, mentre la centellinate in attesa dell’ispirazione…


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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