Intervista a Carlo Molinaro
Clara Vajthò, autrice delle Poesiole doppiosensuali, intervista il poeta Carlo Molinaro
Nelle tue poesie è molto presente l’amore: inseguire un sogno, soffrire una mancanza, cantare una presenza. Raccontaci Carlo Molinaro e l’amore e come l’amore diventa poesia.
L’amore e la poesia si assomigliano appunto in questo: che sono entrambi sogno inseguito, mancanza sofferta, presenza cantata. Entrambi scaturiscono da qualcosa che lentamente o all’improvviso per te è importante, mentre per gli altri può restare insignificante. L’amore è già una poesia: basta solo che al poeta innamorato venga l’ispirazione di scriverla, e questo succede quando succede, non lo si può decidere. Il desiderio cerca appagamento, e l’appagamento, se arriva, si ritrasforma in desiderio, e questa è la vita: non c’è mai garanzia. La poesia cerca, anche, di strappare l’amore alle grinfie dell’oblio, di prolungarlo se non di eternarlo. O di generarlo quando non c’è. O di scoprirlo, farlo uscire quando è nascosto. L’amore è presente nelle mie poesie perché è presente nella mia esistenza. Scrivo poesie d’amore per celebrare una bellezza, per seguire un desiderio, per soffrire un rifiuto, per gioire un abbraccio.
La parola rinvenuta raccoglie circa quarant’anni di poesia. Com’è cambiato, se è cambiato, il tuo modo di scrivere negli anni?
Credo che si sia fatto più maturo, più essenziale, più coraggioso; che si sia liberato di qualche orpello di troppo che c’era all’inizio. Chi vede confuso spreca tante parole; chi vede chiaro usa le poche parole giuste. Non dico che sono arrivato a vedere chiaro. Ma qualche passo in avanti l’ho fatto.
Quali sono i poeti che ami di più?
Parlo degli italiani, se no mi disperdo troppo. Fra i classici certamente Dante e Poliziano – e poi tanti piccoli frammenti sparsi di altri. Fra i moderni, Leopardi, sì, e poi Sbarbaro, Gozzano, Saba, Montale. Fra i più recenti ancora, Caproni, Penna, Sereni. Fra i viventi, quelli di adesso, è difficile dire. Conte, Rondoni, Spaziani, Merini? Ogni tanto trovo qualcosa di bello, ma non so se c’è una figura davvero emergente sulle altre. A volte scopro dei giovani o quasi giovani che mi piacciono. Ma elencare dei nomi qui sarebbe arbitrario, anche perché non mi vengono mai in mente tutti insieme.
Per te la scrittura è esigenza immediata o necessità meditata?
Direi esigenza immediata. Poi ci posso meditare su, però fondamentalmente è un’esigenza immediata. Scrivo quando ho qualcosa dentro che deve essere scritto. Spesso lo stimolo è un’occasione esterna, delle più disparate, ma la scintilla scocca dentro per cause imprecisate.
In percentuale, quanto ti piace di quello che scrivi?
Quando qualcosa che sto scrivendo proprio non mi piace, mi blocco prima di finire di scriverlo e butto via la parte già scritta. Di ciò che si salva da questa preselezione (una specie di aborto terapeutico), ci sono cose che prediligo rispetto ad altre, però è una valutazione così variabile, mutevole, che non saprei dare percentuali. E non sarei capace di produrre un distillato delle «mie cose migliori», perché oggi sceglierei una cosa e domani un’altra.





