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pubblicato giovedì, 15 maggio 2008 da Susanna Trossero in Editoriale
 
 

La sacralità della scelta


Editoriale “duro” questa volta. Il testo è di Susanna Trossero, nostra collaboratrice. Espone il suo punto di vista sull’eutanasia. È un testo che fa riflettere. Vi va di discuterne insieme?

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EutanasiaNon somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò tale consiglio”, sentenzia severo il Giuramento di Ippocrate.

Nato in tempi in cui la medicina era ancora in troppi casi impotente e, come tale, poteva prefiggersi solo e sempre di salvare più vite umane possibile (di certo quando le agonie erano più brevi e la selezione naturale più attiva e “libera” di decimare), può essere considerato oggi obsoleto?

No, non dalla Chiesa Cattolica che, rigidissima in materia di eutanasia (e non solo in quella…), ammonisce i medici a “salvare” ad ogni costo, giammai ad uccidere. E la Chiesa, si sa, ha voce in capitolo anche su ciò che in realtà non dovrebbe competerle.

Appropriatasi di un Dio che non le appartiene (Dio è della gente, del popolo, non di una ricca azienda con tanto di gerarchia, dai costosi copricapo – alcuni di vera pelliccia e attualmente usati in certe circostanze – ci tengo a ricordarlo agli animalisti cattolici) e, rivestendolo di connotati e opinioni insindacabili e a lei congeniali, ci esorta parlando in Sua vece sui più disparati argomenti, anche a non dimenticare che la vita è sacra e che non appartiene all’uomo, né gli appartiene il corpo.

Siamo nati per soffrire e dobbiamo farlo con il coraggio della fede, scevro da debolezze terrene devianti, andando fino in fondo al baratro. Non si vorrà mica commettere peccato?!?

Anche per un laico la vita può essere sacra. La vita, non l’agonia che non porta a null’altro che alla fine. La vita. Oramai è innegabile che tale istituzione – che ricordo è composta da uomini e non da divinità – interferisca a gran voce nella legislazione dello Stato Sovrano, nonostante le recenti dichiarazioni che la vedono negare, attraverso il papa, di interferire personalmente nella politica per costruire un giusto ordine nella società. Non mi compete elencare con quanti e quali strumenti si possa “interferire” o “influenzare”, lascio il tutto alla fantasia e all’intelligenza di chi legge.

Per restare in tema, grazie anche agli insegnamenti e al peso consistente esercitato da questa “divina istituzione”, il Codice Italiano di Deontologia Medica dice no all’eutanasia e lo dicono organi competenti e autorità, ai quali la chiesa conferisce il dovere di far rispettare la vita sempre e comunque. Per quanto riguarda il codice penale invece, si paragona l’eutanasia all’omicidio volontario e – in quanto reato grave – si prevede una pena che va da un minimo di sei ad un massimo di quindici anni (art. 579 e 580).

E così io, tuo marito, tua sorella, tua figlia, io Giulio o io Luciana, io malato terminale con i principali organi interni invasi e devastati da metastasi, oramai giudicato inguaribile, in preda a dolori lancinanti e – se fortunato – con la morfina che da tregua al corpo togliendo lucidità; io, che grazie ai progressi in campo medico assisterò non tanto al fortunato prolungamento della mia vita quanto al terrificante ritardarsi della mia dipartita, ebbene io devo dire grazie e lo voglio dire a gran voce:

  • grazie al caso che mi ha fatto nascere in questo splendido Paese di puritani dove non ho neppure il diritto di morire con dignità, magari un po’ prima di perdere per sempre il potere sui miei orifizi, sulla mia motilità e sulle mie funzioni cerebrali, ma dove posso recitare i mea culpa grazie al tempo che allo scopo mi verrà concesso;
  • grazie per i giorni in più di agonia che per esempio in Svizzera o in alcuni Stati Americani favorevoli al suicidio assistito, non avrei vissuto;
  • e grazie per l’elasticità che ad oggi rende fiero il mio Paese, in grado addirittura di accettare (è notizia recente) l’impiego di farmaci antidolore a base di sostanza cannaboide, già usati da tempo in Canada, Svizzera e Olanda.

E mentre il vero Dio, quello degli uomini e non della chiesa, quello misericordioso e mai giudice di scelte sessuali né mai padrone della vita altrui, ci osserva con grande tristezza e comprensione, io Francesca, Giulio, Anna o Paola, io malato terminale, mi inchino a tutti coloro che, per gentile concessione, credono sia forse “un po’ esagerato” l’accanimento terapeutico (Paolo VI per fortuna si espresse a favore del lasciar morire senza accanirsi con le terapie, per compiere la vera volontà di Dio), e sfiorano la possibilità – ma con cautela, mi raccomando – che io possa morire in pace, senza aghi, ferite e terapie (Domanda: come mai l’80% dei medici malati rifiuta su di sé la chemio?…)

Il corpo dunque non è mio, ma alla luce dei fatti neppure di Dio. È invece della Chiesa, la Santa Romana Chiesa, per intenderci.

Sia fatta la Sua volontà, tra i lamenti di questo girone dei dannati.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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