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pubblicato giovedì, 5 giugno 2008 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

Indimenticabile Malesia


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A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle accusava Emilio Salgari nella sua lettera d’addio al mondo, sfruttato da editori lestofanti e distrutto dalla sua stessa passione, e concludeva con un definitivo “Vi lascio spezzando la penna.” Un suicidio cruento il suo, con l’ultimo scritto-denuncia contro coloro che avevano trasformato la sua ragione di vita, la scrittura, in tortura. Costretto da contratti capestro a non fermarsi mai nella stesura di racconti e romanzi (pubblicò circa 200 opere), seppur non prosciugando la sua vena artistica si ritrovò vampirizzato dai suoi stessi impegni, depresso bevitore di Marsala, e crollò sotto la lama di un rasoio, in un bosco, forse cercando per l’ultima volta sensazioni immaginate nelle sue storie avventurose. Emilio Salgari è uno dei più grandi esempi di attento studio, di ricerca, di lettura necessaria a ricostruire storia e geografia di paesi mai visti. Non era mai stato in Indonesia, nel Mar dei Caraibi, nel Sarawak, eppure chi non ricorda Sandokan, la tigre della Malesia? Lo sceneggiato RAI del 1976 ci condusse tutti, grandi e piccini, nella giungla del Borneo, ma prima ancora – negli anni ’50 – il ciclo I pirati della Malesia entrò nelle case degli italiani a puntate sulle pagine dell’Unità! Così, cresciuti con la curiosità di vedere un mondo magico fatto di natura incontaminata, e di diventare i protagonisti di quelle pagine per pochi giorni, noi Kabir Bedi del 2008 siamo partiti alla volta di Kuala Lumpùr, capitale della Malaysia peninsulare.Volando bassi tra Beirut e Baghdad mi ha incantata per l’ennesima volta l’immensa distesa d’un nocciola irripetibile – il deserto – chiazzata qua e là dal blu, colore dato dall’ombra proiettata dalle nuvole bianche; giochi di luce sotto un cielo turchino in cui restare immersi per ben tredici ore! E, sorvolando l’immagine tridimensionale, isolo gli strati: io, le nubi, l’ombra, il deserto. Poi, tra gli avvallamenti che forse sono grandi montagne di sabbia, il paesaggio cambia e appaiono macchie color senape, e mi domando se possono essere laghi polverosi messi là da una mano pietosa a concedere sollievo per una terra affaticata, dura, impietosa… Il viaggio è osservare ogni dettaglio, ogni più piccola diversità rispetto alle immagini che il quotidiano ci trasmette, per arrivare alla meta già pregni di foto ricordo mentali che arricchiscono il nostro mondo, altrimenti così piccino…L’impatto con il caldo di Kuala Lumpur è devastante, un improvviso senso di soffocamento svanito tuttavia davanti al nuovo e alla voglia di scoprire ciò che ci aspetta! La città si rivela caotica da paura, un misto inquietante di paradossi: grattacieli, centri commerciali modernissimi, e poi ratti e degrado, anche qui burka o tudung, tradizionale velo islamico sui capelli e la fronte, o giovanissime cinesi in minigonna. L’Islam è ad oggi la religione ufficiale e i cristiani, in Malesia, sono circa il 9%. Ciò influenza la vita e le leggi: basta pensare che nel 2007 vi sono stati 37 arresti in una retata anti gay, e la polizia sta chiudendo tutti i locali che considera amorali perché frequentati da omosessuali. Per essere più precisi, pare che la pena prevista per questa “oscenità amorale” sia di 20 anni di reclusione più 20 frustate pubbliche, e ciò è previsto anche per gli stranieri. Abbiamo ricordato questa incredibile assurdità passando davanti allo squallore delle carceri malesi (in aereo ci hanno anche avvertiti che là lo spaccio di droga prevede la pena di morte…), inquietanti anche solo per lo sguardo.Ma ripeto, i paradossi sono tanti: non molto distante dalle modernissime Petronas Towers, le torri più alte del mondo, ecco la loro animata e pittoresca Chinatown con le sue botteghine fatiscenti e i colori sgargianti, o i mercatini di Little India avvolti da effluvi sconosciuti (non sempre gradevoli). Bellissimo il Tempio induista Sri Mahamariamman, con le sculture di uomini con la testa d’elefante, e la Moschea Masjid Negara, illuminata alla sera da tante lucine colorate così come altri edifici. Poi la vecchia stazione ferroviaria, oggi monumento storico degno di nota per la sua architettura! Guglie, archi, cupole… davvero bellissima costruzione. E ancora il Golden Triangle, a contrapporsi alle tradizioni con i negozi alla moda.Il giorno dopo, l’arrivo a Kuching (dopo più di 2 ore di volo interno), capitale del Sarawak, nella Malaysia orientale, è meraviglioso. Quella è una città dal sapore romantico, che niente ha a che fare con i grattacieli del giorno prima, tutta in stile coloniale, pittoresca, colorata, affascinante, con la Main Bazaar che è la via dell’artigianato locale, dove tantissimi negozietti di manufatti del Borneo si affacciano sul fiume Sungei Sarawak, principale via di comunicazione fin dai tempi del rajah Brookes (il nemico di Sandokan è esistito eccome! È stato lui a dare il nome alla città, e significa gatto). Su quel fiume facciamo una lunga gita in battello e ci godiamo la vista di villaggi sull’acqua e di imbarcazioni variopinte davvero strane.

Si nota la povertà ma sono tutti felici e affabili, con un’educazione e un’ospitalità davvero meravigliose. Ci chiedono spesso da dove veniamo, e qualcuno dice pure “Rome? Ooooh Italy, Rome, Totti!” No colosseo, no Vaticano, no, Totti! Visito anche qui la Chinatown, con un tempio cinese bellissimo in cui entro scalza e neppure fiato, colpita da tanta bellezza; poi il mercato, con le sue spezie, frutti che non conosco, bevande coloratissime, pesce, tè e confusione. Per le strade incontriamo un omino simpaticissimo che ci mostra orgoglioso la sua auto d’epoca scintillante come fosse nuova; è una Morris beige e visto che la apprezziamo, ci tiene a mostrarne anche il motore. La prima cosa che notiamo è la totale assenza del più minuscolo granello di polvere, ma subito dopo ci appare qualcosa di più originale, ovvero una pentola con tanto di coperchio! Questo buffo personaggio ci spiega che con una pentola per il riso ha sostituito il filtro dell’aria, ed ora l’auto va meglio di prima! La fotografiamo complimentandoci con lui e spiegandogli che la foto verrà pubblicata in una sorta di giornale, ne è entusiasta e ci saluta dicendo ai suoi amici: “Very good man!”, poi mette in moto e va via.

Continuiamo a camminare e ancora mi incanto davanti al tempio Tua Pek Kong, dedicato agli affari, visito il museo cinese, guardo (da fuori perché sono solo una donna) una moschea tutta rosa e oro da mille e una notte, e scopro nelle nostre passeggiate che torte e dolciumi vari sono fatti con i legumi: i malesi sostengono che i legumi aiutino l’organismo a sopportare il caldo. E qualunque altro cibo è piccantissimo! La città mi resta nel cuore, è deliziosa come la sua gente e vi invito a visitarla.

Ma il Borneo, la giungla… Quella, giorni dopo, ci lascerà davvero senza parole. Raggiunti infatti i piedi del monte Santubong alloggiamo a Damai, in un vecchio albergo sul mare, pulito e confortevole, e ci apprestiamo a raggiungere la foresta con una guida del posto. Un breve tragitto in una barchetta (nel piccolo molo c’era scritto “Selamat Jalan” ovvero benvenuti, ma poco distante un “danger Crocodile” appariva meno ospitale!) ma l’imbarcazione si rivela già dal primo impatto davvero improbabile, e procede raso acqua in un fiume infestato di coccodrilli… poi eccola, la giungla. Siamo nella parte settentrionale della penisola di Muara Tebas, in un luogo ricco di flora e fauna e ciò che colpisce immediatamente, durante la lunga e faticosa camminata all’interno di una natura “vera”, dura e affascinate, sono i suoni: fortissimi scampanellii che credevo artificiali sono invece prodotti da cicale, e gli strani richiami o i movimenti improvvisi là sulle cime degli alberi, provengono dalle scimmie nasiche, rare nel mondo e per la verità un po’ timide. Ne avvistiamo due ma sono talmente mimetizzate tra le fronde e la fitta vegetazione che non riusciamo a fotografarle. Molto meno riservati i macachi con i loro piccolini, curiosi e pettegoli. O quegli strani cinghiali con la barba che ci gironzolano intorno… Poi i serpenti, uno scorpione solitario, gli strani insetti…

La visita in una radura piena di coccodrilli però è stata l’ennesima indescrivibile emozione: animali enormi, capaci di compiere incredibili balzi per procurarsi il cibo, irascibili e infidi, cattivi ma intriganti nei loro improvvisi scatti e nella loro immobile indolenza e pigrizia, là al sole del mattino. Poi abbiamo visitato le longhouse dei bidayuh, popolazioni indigene dai discendenti un po’ particolari, ovvero i tagliatori di teste! La comunità è abituata a ricevere “ospiti” ed è molto gentile, possiamo visitare l’interno delle loro abitazioni (grandi stanze vuote dove i mobili non esistono!) e scopriamo elementari abitudini. Dormono tutti insieme per terra sulle stuoie, si lavano in un piccolo lavandino dove sono ammassate vecchie stoviglie, ma hanno anche un angolo attrezzato per la produzione di whisky! Sono davvero simpatici e ci fanno provare le loro cerbottane. Allontandoci da lì, non possiamo fare a meno di notare che tra la fatiscenza di quelle strane abitazioni nascono spontaneamente le orchidee, bellissimi tralci viola che sbucano dal niente. Per terra, su una stuoia, le bacche di pepe fatte essiccare al sole fino a che non diventeranno scure. Ci vorranno più o meno dieci giorni, e ripenso a quelle verdi, riunite a grappolo, viste il giorno prima nel loro alberello.

Devo dire che è stato entusiasmante anche andare a vedere gli oranghi in un’altra foresta, dove ho scoperto che Orang Utan significa “uomini della giungla”, e non a caso: basta osservare i gesti e la mimica facciale per comprenderne la ragione. Felici di queste continue immersioni nella natura, siamo tuttavia stati esortati dalla nostra guida a ricordarne i pericoli: ci consiglia infatti di lasciare gli zaini in macchina perché gli oranghi ti scippano convinti di trovarvi cibo all’interno, ed essendo lo zaino difficile da strappar via ti aggrediscono e rischi ben più del contenuto delle borse!

Gli ultimi giorni, stavolta nella regione negeri Sembilan, sono stati dedicati allo spettacolo della bassa marea che rivela centinaia di piccoli granchi rossi, ai tramonti tra le palme, alla sabbia finissima e alla malinconia che ti assale alla fine di ogni viaggio indimenticabile. Chissà se la stessa malinconia l’ha provata anche Salgari, nello scrivere l’ultima pagina del ciclo di libri sui pirati della Malesia, con nella mente l’eco immaginario delle cicale nascoste nel fitto della giungla.

Foto | Fabio Mazza


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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