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pubblicato martedì, 9 settembre 2008 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

Perdere la tramontana



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L’estate si sta allontanando, discreta ma indecisa sul da farsi; tra un passo e l’altro, lemme lemme, si volta indietro concedendo un clima ancora caldo e splendide giornate di mare. Il rientro, dopo quel costante sapore di sale e quel pigro stato d’animo che ci trasforma in gatti al sole in pace col mondo, ci rende spesso malinconici e riprendere il ritmo è a dir poco faticosissimo. Le ferie, a volte, ci fanno perdere la “tramontana”, non è vero? Gli antichi naviganti deducevano l’ora durante la notte osservando le ultime due stelle del piccolo carro, le più lontane dalla Polare, chiamata anche Tramontana. E noi, richiamati al dovere e alle incombenze quotidiane, tornati in città ci sentiamo come se l’avessimo smarrita, ovunque si sia stati.

Forse semplicemente su lingue di sabbia bianca sepolte da un fitto condominio di ombrelloni, in attesa della notte che ci ammasserà tutti in discoteca; forse in alte vette in cerca di refrigerio, o forse in una capitale europea… Magari tra i tetti di Parigi, ad ammirare la torre Eiffel da dove venne sventolata con orgoglio la bandiera francese, o per le strade e i giardini dove il musicista Sax – nel 1840 – suonò per la prima volta un nuovo strumento da lui stesso ideato: il sassofono. O tra ippocastani e platani, dove un tempo la ricca società parigina sfilava in eleganti carrozze.

Se invece avete cercato la tranquillità, potreste essere appena rientrati da Fuerteventura, un’isola che ti appare subito dall’aereo come una terra di nude montagne lambita dall’Oceano: lo sbadiglio pigro dei sassi, l’occhio placido eppure vigile della natura, i colori tiepidi e discreti, il rumoroso colloquiare tra mare e vento non disturbato dal progresso che incombe. In quel luogo senza tempo anche la sabbia pare prepotente fiotto d’acqua, schiantandosi a destra e a manca, formando mulinelli, lasciando nebbiolina cerea nell’aria. E l’ostilità di quelle strade strettissime tra le montagne, prive di protezione e sospese tra i precipizi; le oasi rare, piccole, ma così lussureggianti da apparire come miraggi o macchie involontarie di colore causate dalla distrazione di un artista. La pace, a volte, è malinconica. Ci è oramai così poco familiare, da lasciarci addosso sensazioni contrastanti…

Sì, è dura rientrare. Tuttavia, se solo lo volessimo, il viaggio potrebbe continuare anche in città, nei paesi, in un borgo o in qualunque posto abitiate: ogni luogo possiede un’atmosfera degna di nota o una sua storia da raccontare…

Certo, per me è più facile, vivo a Roma e nella capitale non devi cercarla, la storia, poiché è lei che trova te stanandoti dal progresso ogni volta che esci di casa e percorri anche solo pochi metri: iscrizioni, incisioni, una statua, i sampietrini, le fontane, un vicolo, un ponte…

L’automobilista che abitualmente percorre l’incubo del raccordo anulare, traghettato verso immense porzioni di stress da quotidiano lavorativo, o quello che incontri il sabato per le strade del centro, anch’egli di corsa ma più per abitudine che per necessità (la fretta diviene, a lungo andare, tisi del carattere), lui insomma non vede, non ha tempo, e non ha neppure occhi accesi: assorbe senza avvedersi.

Parlando con molti di loro ho potuto constatare che, agli incroci che ostacolano la corsa alimentando l’impazienza, sono in pochi a captare il profumo dei gelsomini in primavera tra i fumi dei tubi di scarico, o l’odore dell’inverno tra le foglie degli alberi bagnati di pioggia, o il colore di quelle cadute sui marciapiedi. Tutti fissano il semaforo attendendo il miracolo del verde in una vera e propria gara nevrotica a chi per primo pigia sul clacson, senza neppure attenderlo, il prodigio del via.

Diviene inevitabilmente miope, l’uomo di città, e per esempio nota a malapena l’enormità del Colosseo conosciuto ai più e famoso in tutto il mondo. Che sarà mai? Una cartolina. Ma quanti di noi, romani, turisti o semplicemente persone, si sono fermati così, senza una ragione, sono scesi dall’auto o dalla lista della spesa e hanno poggiato il palmo della mano su quelle mura, a notte fonda, per cercare quel silenzio di cui Roma è avara, e chiudendo gli occhi hanno… “ascoltato”? Forse nessuno.

A fotografare il Colosseo non si fa niente di nuovo: ci sono le cartoline come ho detto, i gadget, le riproduzioni a forma di posacenere per esempio, o te lo stampano sulle magliette… Per non parlare di quanti e quali film ce lo hanno mostrato. E sui libri di storia (ma anche sugli opuscoli turistici) si legge che si tratta di un anfiteatro Flavio, che poteva ospitare circa 45.000 spettatori, che è stato costruito nel 72 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano, e inaugurato da suo figlio Tito nell’80 d.C.

Eccetera, eccetera, eccetera.

Eppure… poggiatela quella mano, e “ascoltatelo” quel giorno.

Immaginate di macchiare di rosso una foto in bianco e nero che riproduca quella immensa costruzione, poiché è quello il colore che prevalse: 2000 gladiatori vi morirono combattendo gli uni contro gli altri, 9000 animali feroci vennero sacrificati per “spettacoli” di vario genere (per l’uccisione dei condannati per esempio, o messi a combattere tra di loro)… Sentitela la folla che incita, sentitelo l’odore cruento della gratuita ferocia umana e del naturale istinto di sopravvivenza della bestia spaventata, avvertite l’inutilità del vincolo oppressivo.

No, non inorridite suvvia, la natura umana non è stata modificata dai semafori, dai computer o dai viaggi su Marte. Gli uomini, per loro stessa indole, compiono ancora azioni barbare tra loro (160 milioni di persone sono rimaste uccisi nelle guerre del XX secolo…) e nei confronti della specie animale. Raffronti tra passato e presente ci mostrano che non sempre la civiltà o il progresso modificano o accentuano la sensibilità collettiva (e mi perdoni il singolo dotato di elevatezza morale per queste mie divagazioni sulla massa), ma se siamo in grado di percepire quelle orrende macchie color porpora sulle foto in bianco e nero di cui sopra, forse siamo ancora in tempo a diventare migliori. Tutto il passato è macchiato di sangue, ma gli schizzi del presente non sono da meno.

Sono irragionevole a pensare che il viaggio, la conoscenza, o il semplice contatto del palmo della mano sulla storia, possa renderci più Uomini?

Stanotte la calura estiva non dà tregua e benché Roma sia ancora quasi deserta, oserei dire spettrale in certi punti, il calore che le vecchie mura emanano – immagazzinato durante il giorno – riporta ad un’atmosfera vacanziera che non ti lascia mai, che la città sia vuota o no. Forse il Tevere darà sollievo all’aria circostante; si può provare a camminargli accanto, magari davanti a Castel Sant’Angelo, in questo incantevole percorso barocco fatto di statue e incisioni latine dalle quali ho osservato al tramonto, la cupola di San Pietro.

Nikolaj Gogol, nel racconto Roma, così scrisse:

“La maestosa cupola di San Pietro che ingigantisce quanto più ci si allontana, per restare infine sovranamente sola su tutto quell’arco d’orizzonte, quando ormai l’intera città è scomparsa.”

Sono dunque sul ponte più bello di Roma, tra gli angeli di marmo e i demoni del passato. Anche qui, in questo punto della città, è incredibile pensare a ciò che successe… Io sto poggiando i piedi laddove nel 1300 li posò il sommo poeta Dante Alighieri; io sono proprio là sopra e lascio alle mie spalle il luogo in cui avvenirono le esecuzioni capitali…

“Mastro Titta passa ponte” si diceva, quando il boia più famoso di Roma (516 esecuzioni in 85 anni di vita) lo attraversava lasciando l’altra sponda del Tevere, dove abitava vicino ai palazzi pontifici. E la frase stava ad indicare che stava per avvenire una esecuzione capitale poiché Mastro Titta, ovvero Giambattista Bugatti, per nessun’altra ragione si recava verso il centro della città da dove, vista la particolarità del suo lavoro, avrebbe rischiato di non tornare.

E così, Mastro Titta, uomo poco amato, “passava ponte” con il suo mantello scarlatto e si apprestava diligentemente ad eseguire il suo compito, seppure con una paradossale bontà d’animo, considerato che aveva sempre un poco di tabacco da offrire al condannato o una parola di conforto da dire, con una gentilezza che è rimasta alla storia.

Eccomi qui, a camminare proprio su quella storia, sui lamenti, sulle bassezze umane, sulle passioni proibite o ostentate, sul respiro degli artisti e sull’immortalità delle loro opere grandiose, sulla paura e sulla ferocia ma anche sull’ispirazione in grado di elevare lo spirito.

Se chiudo un attimo gli occhi posso addirittura vedere, nei miei pensieri, l’imperatore Adriano che passa su questo stesso ponte e sospira per il suo giovane amante greco Antinoo… Lui alto, forte, camminatore instancabile e instancabile viaggiatore… Anch’egli ci insegna a visitare luoghi lontani, a conoscere, a capire, perché lo scopo dei suoi viaggi non era la scoperta fine a se stessa, ma la conoscenza profonda.
Conoscere ciò che si osserva, leggerne il più possibile, aiuta a comprendere molte più cose… Avete mai osservato un piatto prelibato senza desiderare di concedervi la nozione del sapore? Se possedete un sano appetito, e avete la possibilità di assaporarne almeno una forchettata per raccontarne il gusto con cognizione di causa, forse no. E così, un boccone dopo l’altro, incapaci di smettere e pronti a fare la scarpetta, osserviamo Piazza Navona, un tempo circondata da bordelli e osterie, nonostante fosse stata costruita per volere del papa Innocenzo X. Strana incongruenza, non è vero?

A tornare indietro ancora un po’, si scopre che sta proprio sopra lo stadio di Domiziano, destinato ai tempi dell’antica Roma allo svago e al divertimento. Non sono in grado di dirvi se anche in questo stadio (che poteva ospitare fino a 30.000 spettatori), i termini “svago” e “divertimento” siano stati sinonimi di gladiatori o esecuzioni. Mi piace pensare che non sia così, anche perché un frammento delle sculture del tempo è la simpatica statua parlante di Pasquino, ora posta sull’omonima piazza là vicino.

Nonostante una mia ricerca (anche su internet, che ha sempre una risposta ad ogni domanda)non sono riuscita a sapere perché fu scelta per appuntarci anonimi messaggi satirici, prevalentemente contro i papi, nonostante fosse stata addirittura istituita la pena capitale per le “pasquinate” più gravi. Forse fu scelta proprio lei solo per caso, ma ancora oggi vi si incollano deliziosi commenti e attacchi al potere, preferibilmente in rima.

Ho letto, fra i tanti aneddoti in proposito, che con la visita di Hitler si volle conferire a Roma un’aria particolare; dunque la città fu ricoperta di gesso e cartone. In seguito a ciò, sulla statua di Pasquino venne appuntato un foglio con su scritto:

Povera Roma mia de travertino
t’hanno vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimirà da’ n’imbinachino

Oggi vi si legge l’elenco dei nostri parlamentari che hanno subito condanne penali!

Dopo un kebab divorato con grande appetito sui gradini consunti di un vicolo (la capitale non è solo piatti tipici!), ci incamminiamo verso via Margutta. I due passi in questa deliziosa stradina, credetemi, sono terapeutici. Ti senti un’artista anche se fino al giorno prima non sospettavi in te alcun talento, soprattutto se ci vai a fine aprile, durante la mostra all’aperto dei Cento Pittori. Si respira un’aria bohemiènne, in una via romantica che ha il “profumo” delle botteghe dei rigattieri e che, fin dagli anni ’20, era un punto d’incontro per artisti e pittori. Un angolo delizioso nel cuore della città, ad un passo dalla modernità luccicante di Via del Corso, corteo di vetrine e di passanti in vena di acquisti.

Roma è gravida di angoli suggestivi, al di là di questi più conosciuti o famosi, in un cocktail non sempre armonioso di vecchio e nuovo, si sa. Ma anche a casa vostra, ovunque abitiate e se solo lo vorrete, potrete proseguire il viaggio estivo e ritrovare, naviganti della notte, la vostra magica stella polare.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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