Una lettera di Natale
Sotto Natale scrivere una lezione di scrittura creativa non è facile. Non ho voglia di parlare di paura, di storie varie, di personaggi; non ho voglia di entrare nello specifico ma desidero usare gli strumenti che la scrittura ci dona per poter sognare. Fatelo con me, vi prego.
Perché non proviamo a scrivere una storia, o meglio ancora una lettera, la lettera di Natale?
Indirizziamola a chi non conosciamo, a chi non c’è, a Babbo Natale, all’Universo, a Dio che ci guarda estasiato. Indirizziamola a chi per noi non è facile contattare: a un bambino, a un adulto, a un popolo, a un animale.
Descriviamo ciò che sentiamo, provando a essere sinceri, senza romanzare nulla stavolta. Non deleghiamo a nessun personaggio le nostre emozioni: apriamole e basta.
Seguiamo queste linee-guida
- Tenete conto del personaggio, fate capire di chi state parlando descrivendolo un po’, ma non troppo; è la
lettera che deve risaltare. - Fate in modo che chi vi leggerà senta il profumo del Natale, ma non il solito Natale stereotipato bensì il vostro, quello dei pensieri che talvolta non si ha il coraggio di mostrare.
- Siate coraggiosi nella scrittura: di chi avete paura? Delle emozioni o di ciò che temete di non saper dare?
- Usate questo esercizio per parlare a voi stessi, sinceramente. La scrittura è terapeutica.
- Infine, aprite il cuore, semplicemente: scrivete a quella cosa, a quel personaggio, a quell’emozione o a quel
- profumo.
Emozionatemi! Questo sarà il vostro regalo di Natale per me, per la Graphe.it e per chi vi leggerà…








Caro Babbo Natale,
sono anni che non ti scrivo e forse ho dimenticato la formula appropriata.
Quest’anno vorrei un regalo speciale. Non la solita pace nel mondo, ché per questo temo tu non sia attrezzato. Bensì, un dono di carattere personale, presumo per te fattibile.
Devo sottopormi ad un intervento di alta chirurgia. Un intervento assai delicato e dall’esito incerto.
Ho letto che da qualche parte nel mondo c’è un chirurgo specializzato nell’aprire il cranio… il cervello,
per incorporarvi un piccolo cip, che, superato il rischio rigetto, agisce sul sistema simpatico amplificando al massimo l’effetto adrenalinico che interessa l’emisfero destro.
Ecco, il mio emisfero è malato e nessuna terapia, finora, ha prodotto risultati soddisfacenti.
Dicono che per la buona riuscita dell’intervento occorra una specifica preparazione del paziente: una serie
di sedute per imparare a rilassarsi, a fidarsi, a non avere paura.
Ma, caro Babbo Natale, io nel frattempo, ho esaurito gli anestetici e i tamponi disinfettanti, sicché le mie ferite ogni tanto sanguinano ancora e proprio quando mi illudo siano rimarginate.
In sintesi:
* una vagonata di disinfettanti, per favorire il processo di cicatrizzazione delle ferite, e l’indirizzo di questa speciale clinica che io non sono riuscita a trovare.
Certo, lo so, potrei evitare tutto questo se solo tu potessi compiere il miracolo di instillare nella testa degli uomini che per conquistare una donna non è necessario, anzi, è deleterio, giurarle amore eterno; affiggere manifesti con su scritto TI AMO!
In fondo, la donna ha uguali desideri sessuali, magari le può bastare uno sguardo, un gesto, o poche frasi per far scattare l’attrazione.
Credi non sia possibile?
Io ti dico che la donna non fa sesso solo per amore. Anche lei può essere attratta da una serata
particolare senza seguito. Anzi, talvolta lo preferisce.
E allora, quando gli uomini impareranno che non serve ingannare per avere sesso?
Ma giacché per questo dovresti fare un intervento sull’umanità e non mi pare possibile, mi limito a supplicarti di esaudire il mio sogno che ora ti riepilogo:
- una vagonata di farmaci, o, meglio ancora, di fiducia, ovvero, l’arte di reimparare a fidarsi.
L’arte di liberarsi di quella idiosincrasia rispetto alle urlate dichiarazioni d’amore, perché io non posso più sentirmi dire:
“ti amo come non ho mai amato, ti amo per tutta la vita”.
È una frase che mi fa venire i brividi di paura. Già, la paura d’essere amata, quasi a voler dire: “amami la metà, è meglio per tutti”;
- l’indirizzo della magica clinica;
- la chiave!
La chiave per aprire quello scrigno dentro cui è sigillata la mia fiducia e la voglia di amare, perché voglio crederci ancora. Sì, voglio credere a questo amore che sta sbocciando.
Donami la chiave che mi farà dire di nuovo: gli uomini non sono tutti uguali.
Grazie,
Kristalia
Grazie Kristalia, di cuore. Per aver condiviso con noi le tue bellissime emozioni, spero che altri possano emozionarci come hai fatto tu. Mariella.
Caro Babbo Natale
Ti ricordi di me? Sono quella bambina che venti anni fa ti chiese una confezione di cerotti con gli animaletti, perchè durante una delle mie solite marachelle mi ero tagliuzzata due dita della mano, e mi sembrava carino andare in giro con dei cerottini di classe.
Oggi sono un pò cresciutella, ma con l’anima di quella stessa bambina che ancora crede in te, e spera che il mio regalo arrivi anche quest’anno.
Ho un cagnolino, si chiama Piki ed è molto malato, il veterinario gli ha dato pochi giorni di vita.
Vorrei che lui rimanesse con me, ma non per egoismo, ma pittosto perchè l’adoro ed è così piccolino che non ha visto ancora niente della vita, e mi sembra così brutto il natale senza di lui.
So che questo ha l’aspetto più di un miracolo che di un regalo natalizio, ma se tu sei tanto buono, forse conosci la via giusta per parlare con Dio.
Caro Babbo Natale questo è il regalo che più desidero, e sarei disposta a rinunciare ai regali di tutta la vita per questo.
E se il Natale è amore per tutti gli uomini, aggiungerei che lo è anche per i nostri amici animali, che spesso ci amano ancora di più dei nostri simili.
Grazie caro mio Babbo, ti aspetto come sempre.
p.s. i biscottini e il latte li trovi sul camino!
con affetto
Daiana
Caro babbo natale
Ma cosa stai combinando?Da tempo aspetto che tu faccia il tuo dovere;tanti bambini non hanno un posticino in cui fare la cacca e non hanno un sorso d’acqua quando la sete è tanta .
A che serve leggere le letterine dei bimbi che hanno tutto?Cambia le tue abitudini e guarda sotto di te…………………riempi quella manina con un a fetta di pane. Io mi sono stufata del panettone e dei dolci
alida
Caro vecchio paese,
ti scrivo per disegnare nella mia memoria quegli alberelli che incontravo quando, arrivata alla stazione, imboccavo il lungo viale che portava a quel gruppo di case vecchie e presidiate sull’uscio da donne vestite di nero.
In attesa del Gesù , e posata l’ultima pecorella nel presepe, alla giornata di vigilia , osservavano il passante “straniero”, nel muto silenzio del pomeriggio. Mi guardavano ed io guardavo loro.
Mentre sulla strada risuonavano, in successione ritmica, i tacchi delle mie scarpette , sentivo avvicinarsi il rumore cupo e sordo delle ruote dei cordari .
Erano l’uno di fronte all’altro e tessevano il filo arrotolandolo. Avevano la coppola in testa ed un gilet e parevano i personaggi di un presepe; lavoravano sotto una pineta buia e umida e, nel mio immaginario infantile , ero convinta che stessero lì da sempre, giorno e notte, e non mangiassero e dormissero mai , tanto era fissa e costante la loro presenza. Ogni Natale erano lì.
Ed io pure, perché sul quel viale si consumava la mia attesa del Natale …..
Caro vecchio paese, volevo chiederti se hai in serbo per me quelle antiche emozioni, quando le campane della chiesa madre , miste a profumo di incenso , erano a lì ad annunciare l’evento, e quando, nell’oratorio della chiesa, il presepe di cartapesta aveva le lucine verde- chiaro che stregavano i miei occhi.
Volevo chiederti se il viale è ancora così lungo e solitario e se da quella scala laggiù proviene ancora quel profumo di zucchero e di vaniglia di biscotti appena sfornati.
Caro vecchio paese puoi regalarmi ancora la magia del Natale che non costa niente?
Caro spirito del Natale che mi hai abbandonato da così tanto tempo, spero che questa mia ti giunga presto. E’ il 18 dicembre, e la mia vita è vuota come il bicchiere che conteneva il vino bianco che ho sorseggiato da sola in questa casa così grande e così silenziosa. Non so esattamente quand’è che mi hai lasciato, ma di te mi ricordo ancora. Ricordo mia sorella maggiore che preparava l’albero per l’ Immacolata, io le stavo accanto e le porgevo le palline ed i festoni argentati, ogni tanto puntavo i piedini nella speranza di giungere più in alto possibile per porre anch’io sull’albero qualche addobbo. Me li ricordo tutti: la palla più grossa, quella con babbo natale disegnato sopra, le rondinelle d’argento che si pinzavano sui rami, la casetta con i tetti spioventi che mi ricordava i racconti di mia madre sul suo Natale vissuto in Piemonte con la sua famiglia numerosa… Nei giorni successivi sotto l’albero si formava una catasta di pacchi e pacchetti di ogni foggia e di ogni misura, ed io, ubbidientissima, non infrangevo certo il divieto di toccare i pacchetti per cercare di capire cosa contenessero, ma mi limitavo a guardarli, e li guardavo, li guardavo, quasi a consumarli, nella speranza che fossero tutti per me. Caro spirito del Natale, non c’era una stanza nella quale non ci fosse un segno della tua presenza, e l’attesa della mezzanotte per aprire i regali mi elettrizzava ma cercavo in tutti i modi di non mostrare la mia impazienza. Poi qualcosa si è rotto, e non parlo certo di una di quelle palline che ogni tanto veniva messa sull’albero in equilibrio precario. E’ stato come se improvvisamente qualcosa dentro si fosse prosciugato, come se tutto sembrasse superfluo e inutile, anche il Natale… La mia durezza ed il mio estremo nichilismo mi hanno portata a distruggere pian piano tutto quello che mi circondava, tutto quello che restava della mia vita passata, e mattone su mattone ho costruito un muro, una corazza che mi proteggesse impedendo alle emozioni di uscire o di entrare. Adesso, spirito del Natale, che sono riuscita ad alienarmi gli affetti di tutti ed a punirmi per colpe che forse non ho commesso, sento dentro di me una forza strana che riesco a contenere con difficoltà. Mi soffoca, mi prende nei momenti più impensati, a volte mi sbatte per terra, altre volte sembra quasi che mi sollevi come un pugno ben assestato. Ogni tanto mi commuove, ed il sapore salato delle lacrime mi sorprende ogni volta. Per questo, spirito del Natale, credo che forse sia giunto il momento di ritrovarci, di provare a rassicurare quella bambina che è ancora dentro di me imprigionata tra le viscere di un mondo parallelo al mio, di un tempo fermo da troppi anni
Clara
Il Natale?
Il Natale è meraviglioso.
Si, perché ho delle bambine piccole e credono ancora in questa magia, sorridono tutto il tempo guardando il presepe e le luci dell’albero che si accendono e si spengono.
Il Natale è per i bambini, noi grandi godiamo attraverso loro di questo profumo magico.
In fin dei conti a Natale nasce Gesù Bambino, colui che viene per mostrarci l’amore e chi se non un bambino senza i filtri dei grandi può farlo?
Odio pensare ad un bambino triste che ha già capito che la vita non è un sorriso alla vita.
Vorrei poter insegnare a tutti noi grandi che i bambini sono la nostra vita, il nostro insegnamento più grande, il nostro futuro. Vorrei far vedere un sorriso dei loro, quello che viene dal profondo del cuore, senza schemi, senza ombre, un sorriso che illumini la strada, quella della pace.
Sarò banale ma anche una donna felice di quello che ha, tanto felice. Il mio desiderio natalizio è quello di continuare ad avere ciò che ho, perché è più di quanto hanno tanti altri e perché la vita è bella scoprirla ogni giorno, per imparare, anche dal peggio.
Per questo il mio pensiero va solo a loro, ai bambini. Vorrei il Natale per tutti, ma proprio tutti, in tutto il mondo, se non è Babbo Natale, sarà qualcosa d’altro ma vorrei che la stessa magia che circonda le mie bambine quando guardano i pacchi regalo circondasse anche loro.
La smania dei regali, di sentire la campanella di Babbo Natale dietro la porta, le urla, la gioia che esplode. Mia figlia la più grande, mi ha chiesto se Babbo Natale esiste davvero, perché a scuola gira la voce che siano i genitori… le ho risposto che Babbo Natale esisterà fin quando lei crederà in lui, nei sogni e nella magia del Natale. Lei mi ha risposto che allora Babbo Natale a casa nostra arriverà sempre! Che bella che è…
Il Natale è dei bambini, perché a loro la tristezza passa più velocemente, perché basta un nostro sorriso, un pezzo di pane e l’abbraccio di qualcuno che li ama. In tutto il mondo è così.
In fin dei conti il Natale è anche nostro, perché desideriamo le stesse cose, ma ci siamo dimenticati di quando eravamo bambini, ci siamo dimenticati della magia e di credere più fortemente nell’amore. Guardiamo allora Gesù bambino, forse ci sorriderà dentro l’anima e tutti torneranno a sorridere.
Per chi non crede, basterà guardare un bambino negli occhi.
Buon Natale a tutti, dal profondo del mio cuore.
Grazie per avermi emozionato e per aver condiviso con noi le vostre emozioni.
Mariella.
Grazie a te per l’iniziativa.
Buon anno
..natale.. forse non per tutti !
a te piccola donna che paradossale esci da quella lurida stanza emblema del tuo dolore , stasera devi festeggiare e’ natale !rispondimi ti prego !
” a me basta poco la violenza fisica del mio corpo oltraggiato oggi trovera’ riposo ! parto a piedi controllando il tremito del mio corpo vado giu al fiume e guardero passare i barcaroli, e mi meravigliero’ delle petit luci traballanti!
a te che sei seduto sui gradini e preghi ogni giorno perche arrivare a cinque euro e’ un traguardo voglio dirti che devi festeggiare e’ natale !
” non mi ascolti lo so !ti osservo , il corpo abbandonato sul selciato in una dimensione precaria , un campionario di sconsiderato abbandono all’ alcol
il viso riallacciato al corpo in una triste rassegnazione ! e d’ altra parte il mondo e’ preso dalle sue piccole beghe !perche’ festeggi un natale precipitando nel buio ?
e ovvio stasera si apriranno pacchetti luminosi gesti eclatanti come ostensione a dio !
ma io guardero ‘fuori dalla finestra alla ricerca di qualcosa nella contraddittorieta’ delle feste cerchero’ giu tra le strade quegli uomini e quelle donne che l’ universo incompiuto ha abbandonato nel dolore li afferrero’ forse solo con la fantasia e li ricondurro’ a pensare che l’ inutilita’ non sta nello stare per la strada ma nell’ aprire pacchetti con la velocita di un elica vuota ! impazzita !sensa significato alcuno.
Condivido il sentimento che anima le tue parole; l’ingiustizia palese della nostra società rende poco credibili gli auguri davanti ad una tavola imbandita mentre “fuori” qualcuna/o è condannato alla fame e al silenzio e forse sarebbe ora di abbassare le luci e rinunciare al conformismo buonista che fa da contorno alle festività di fine anno per passare ad un altro orizzonte: quello della solidarietà reale e del concreto sentire la fratellanza (e la sorellanza) come un agire imprescindibile dell’ umanità. Ne abbiamo bisogno e ne ha bisogno il pianeta che ci è dimora-
IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI
“Cari bambini di tutto il mondo, fra poco è Natale; siate felici! Ho buone notizie per voi!
Scienziati e i ricercatori ci dicono, che l’aspettativa di vita media si è ulteriormente alzata. Wow!!
Peccato però che non tutti potranno approfittare di questa opportunità. Come i trentamila bambini che muoiono ogni tre secondi, per malnutrizione e altrettanti per mancanza d’acqua potabile. Quelli dilaniati dalle bombe intelligenti, quelli affetti dall’Aids e dalla Lebbra, i piccoli migranti finiti in fondo al mare, i bambini sfruttati, abusati, espiantati, i bambini combattenti – i neonati affetti da patologie tumorali indotte dall’amianto, dalle radiazioni, diossina e metalli pesanti, e una moltitudine di adolescenti devastati dalle droghe, dall’alcol, dagli psicofarmaci e da un’infinita lista di malattie neurologiche – bambini anoressici, bulimici, celiaci, vittime di messaggi mediatici deliranti ed altri ancora, asserviti alle ingannevoli seduzioni e lusinghe di un benessere inanimato.
Comunque, in alto i cuori e buona fortuna!”
Quando nel 2015 la mia piccola Sofia avrà compiuto dieci anni, che cosa le racconterò di questo mondo? Le dirò forse che è l’opera di Dio o più chiaramente: “Bambina mia, questo è il progresso, la scienza; tecnologia avanzata di ultima generazione”. Sicuramente l’ultima!
Erano gli anni sessanta e noi bambini, giocavamo a nascondino sull’aia di una cascina del tutto simile ad un universo.
A volte modellavamo del filo di ferro dandogli la forma di un cavallo, di un carretto, di una piccola casa. Spesso si giocava a “mondo”, tracciando per terra una sorta di rettangoli all’interno dei quali dovevamo spingere con la punta del piede destro, e stando su una gamba sola, una piccola pietruzza, stando attenti a non oltrepassare il perimetro prestabilito, pena l’eliminazione dal gioco.
Tutto intorno a noi, c’erano prati, vigne, fossati d’acqua pura, fattorie, casolari, stalle, galline, maiali, mucche e cani e gatti e tortore e gabbie di uccellini, bachi da seta e gelsi, noci e castagni, alberi di fico, peschi e ciliegi e i vari profumi si mescolavano nell’aria immacolata inebriando i nostri cuori, alimentando sogni e desideri, per poi cullarci esausti fra le piume d’oca di un guanciale, avvolti dal tepore di un braciere.
Per avere un dato più rispondente alla realtà, dovremmo chiedere a quel miliardo e cinquecento milioni di denutriti, donne e bambini, se il mondo in cui oggi viviamo è meglio di quello passato.
Dovremmo chiederlo a tutti i civili iracheni, libici e afgani e di tutte le guerre moderne, dilaniati dalle bombe intelligenti, dall’uranio impoverito, dal fosforo e armi batteriologiche.
Dovremmo chiederlo a tutte quelle persone sacrificate sull’altare del progresso, devastate dall’amianto, dalla diossina, dai pesticidi, diserbanti, metalli pesanti e affini e, da un’inquinamento endemico, che miete sistematicamente sempre più nuove vittime.
Dovremmo chiederlo ai bambini abusati, seviziati e mercificati in tutto il mondo – ai corpi senza un nome, espiantati dai loro organi.
Potremmo chiederlo alle vittime di Chernobyl e ai loro familiari, ai morti per droga, per incidenti stradali; ai morti sul lavoro, ai clandestini in fondo al mare.
Dovremmo chiederlo agli ebrei dei forni crematori, ai giapponesi di Hiroschima e Nagasaki, e a tutte le vittime dell’industria bellica, dell’industria chimica, dell’industria della menzogna.
Se il mondo in cui oggi viviamo, è meglio di quello passato, dovremmo chiederlo all’acqua, all’aria, agli alberi e agli uccelli. Lo chiederei alla notte, al silenzio, alla compassione, alla felicità e alla bellezza. Lo chiederei alla speranza e alla solidarietà. Lo chiederei al mio cuore, che adesso non risponde!
“Ho visto bambini e ragazzi, avvolti da una nuvola d’onde magnetiche, onde radio e micro-onde. Li ho visti camminare ciondolanti fra polveri sottili e fumi tossici; senza fiato, inerpicarsi sopra montagne di rifiuti speciali e scorie cancerogene e poi, come in un incubo, planare su infinite discariche di effimera vanità, fra miasmi velenosi e corpi nudi senza organi. Altri, accasciati sotto un cielo senza nuvole, senza sole e senza stelle, cercavano nel vuoto di un oblio sintetico una sola ragione per fare ritorno a casa, fra una madre senza latte e un padre senza braccia.
Ho visto bambini e ragazzi saziare la loro arsura nelle acque fetide di un delta stagnante, fra uccelli agonizzanti, pesci morti e chiazze di petrolio.
In quel tempo limbico sospeso a metà fra il nulla e la follia, solo l’eco lontana di un tamburo, scandiva il cadenzare funereo di un dolore senza vergogna e di una vita senza domani. Così ho gridato: “C’è qualcuno..?? Qualcuno mi risponda..!! C’è qualcuno..??”.
L’orizzonte si era dissolto dentro un muro d’ombra che adagio, adagio inghiottiva ogni parola e sussurro, gemito di dolore e più recondita speranza. “Dov’è lo Stato..??” – tornai a gridare. “Qualcuno mi risponda!! Dov’è la Chiesa misericordiosa e i suoi pastori dove sono..?? Dio!! Ci sei..?? Qualcuno mi risponda..!!”.
Ho visto ragazzi e bambini senza più lacrime e futuro, mortificati nel cuore e scandalizzati nell’anima da uomini potenti senza pietà ne passione, dai corpi marcescenti e aliti fetidi.
“Non c’è proprio nessunoo!!”, gridai ancora, con tutto il fiato che avevo nei polmoni quando, da sotto una lamiera contorta comparve il raggiante sorriso di una bambina bionda dagli occhi verdi colore del vecchio mare. “Sono io papà.. sono Sofia..”, disse venendomi incontro: “Non mi riconosci più..??”.
Per tanto nostri figli non devono – ed è imperativo – ereditare fabbriche fumanti, territori inquinati, mari radioattivi e deforestazione. Potremo mai dire loro, che questo mondo è l’opera di Dio e che, l’orrore morale e ambientale che avvolgerà la loro vita, è frutto del progresso e della civiltà? Con quale faccia e coraggio, potremo affermare ciò? Non sarebbe meglio per loro che non fossero mai nati?
Dobbiamo consegnare loro la bellezza, la giustizia e la verità; strumenti oramai consunti ma i soli, in grado di scalzare i parametri relativistici e consumistici, che hanno caratterizzato le moderne società occidentali, per sostituirli con criteri di giudizio reali, e inossidabili, irriducibili punti fermi. Dobbiamo condurli per mano verso la consapevolezza, perché sappiano distinguere la libertà dalla licenza, la verità dalla contraffazione e il progresso dalla catastrofe ambientale, maturando così le ragioni della felicità.
Siamo sempre pronti a tutto, pur di rassicurare e assecondare le nostre paure e dipendenze, a tal punto, da sacrificare le ragioni più profonde del nostro cuore e il domani dei nostri figli, trasfigurando in seguito la nostra vita in un doloroso, frustrante e infinito rimpianto.
Gianni Tirelli
ciao sono sara ed ti vorrei salutare io e mio fratello fabio.noi ti mandiamo tantissimi bacioni e vorremmo sapere come stai.
tanti
baci
sara
e
fabio
scrivimi prestoooo…<3