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pubblicato venerdì, 30 gennaio 2009 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

L’epilogo


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Un racconto di Susanna.

Una strada

Un filo d’erba, due fili d’erba, tre fili d’erba…

Una distesa immensa di fili d’erba che ci corre incontro, apre un varco per farci passare inventando lì per lì chilometri di strada da percorrere, mentre dietro di noi il vento contribuisce sospingendoci piano, come un soffio leggero su bianche vele solitarie: specchio d’acqua appena increspato, un mare di cielo, null’altro.
Il mio capo è poggiato contro il finestrino chiuso, mentre lui guida sicuro e sereno sotto un tiepido sole che accarezza lamiere impolverate. Un pomeriggio come tanti di una domenica da buttare in braccio agli amici, una pizza lontano da casa per farci ingoiare da serate di farse obbligatorie, per non morire d’inedia, per inventare sorrisi…

Un campo di grano e il silenzio continua ad urlare la sua malcelata impotenza. Poi colline dall’aspetto un po’ misero e ancora silenzio e silenzio. Le pecore immobili, trattori al lavoro, le balle di fieno e silenzio. Di colpo un pensiero molesto! Affilato come la lama di un coltello si fa strada in me così come l’auto si fa strada penetrando il paesaggio: tutt’altro che in punta di piedi.

Ariete invisibile lacera i deboli ostacoli della mente e giunge impietoso a destinazione. Ancora non sento dolore, quello arriverà non appena abbasserò la guardia.

Lui rallenta, una curva a gomito ci delizia d’un qualcosa di nuovo, lungo questo percorso privo di sorprese e mi distoglie dall’attesa. Scaccio un moscerino ma il pensiero resta e prende forma concreta: non ho più voglia di vivere.

Ecco, l’attesa è finita.

Non è mia questa vita, non è mio questo tempo che scorre né miei sono i minuti di cui è composto. Non mi cibo di niente, non c’è voluttà in una bocca spalancata che niente attende ma che inghiotte ciò che gli si lancia. Non vi è più nulla dal quale staccarsi né altro a cui aggrapparsi. Io vivo perché non ho null’altro da fare, per il momento. È atroce? Non so. È lontano quel mondo in cui bevevo la vita con l’avidità di un assetato che non crede al miraggio: o forse non è mai esistito davvero? Domanda oziosa. So bene che questo è lo stesso mondo di allora, che esiste, che è cosa concreta e tangibile. Sono io che divento ogni giorno più astratta e ciò che oggi mi aggrada domani mi annoia.

Resta altro da dire?

L’entusiasmo se n’è andato in silenzio, discreto come una donna di classe. Io dormivo forse, o guardavo la televisione, chissà. Non saprei dire quanto tempo è passato prima ch’io me ne accorgessi e ne sentissi il vuoto lasciato, quel vuoto non quantificabile né visibile ad occhio nudo ma grande, oh sì, grande come una voragine accanto a una formica.

La stanchezza è il primo sintomo di quell’assenza che ti ammala anche il corpo; ti avvolge e ti culla materna e tu cedi volentieri godendo di un calore rassicurante.

A lui piacciono i miei silenzi. Non s’avvede del pericolo che in essi si cela, è limpido come acqua di fonte, si limita a scorrere sulla pietra con una sola ambizione: non prosciugarsi mai. Per me non è così, io covo e la mente ribolle.

Adesso la strada si fa dissestata, non posso tenere il capo poggiato al vetro con questi improvvisi scossoni e assumo una posizione più congeniale, guardando le prime case di una città che ci aspetta. Lui dice qualcosa a proposito del viaggio, ma la sua voce giunge a me avvolta da fitta nebbia e annuisco senza sapere a quale affermazione.

C’è ancora un po’ di tempo prima di arrivare a destinazione, posso crogiolarmi nella confusione malinconica per qualche minuto di più. Non ho ancora finito di stirare il vestito della festa, devo sbrigarmi o tutti noteranno il lutto immotivato del mio cuore.

Ho scoperto di non avere alcuna ragione per vivere ed una tale rivelazione è esplosa fra campi, trattori e balle di fieno, quasi fosse l’idea per uno spot pubblicitario; tuttavia so bene di non avere alcuna ragione per voler morire. Ma non è di per sé già un’ottima ragione il non trovarne alcuna per vivere? Non arrivo a capo di niente e le saracinesche che calano su negozi di beni accessori mi invitano a pensare che sia ora di mettersi a tavola, magari davanti a un bicchiere di vino.

Raggiunto lo scopo per cui siamo venuti fin qui e superati i convenevoli di un incontro di gruppo, entriamo a far parte della fauna locale occupando tavoli e panche di un ristorante alla buona. Serata piacevole di barche dondolanti su di uno specchio d’acqua; con il nostro legno luccicante ed il nome stampato sul fianco, stiamo a galla indolenti senza alcuna difficoltà, evitando di sbirciare sul fondo torbido e segreto. Meglio restare in superficie e in questo non ci ostacoliamo l’un l’altro, raccontandoci aneddoti piccanti e oscene barzellette.
Il rientro offre visioni di minacciose macchie nere tutt’intorno e, complice il buio, libero le lacrime che scendono copiose e oramai incontenibili. Sono vittima di un furto crudele, mi è stata rubata la gioia e non esiste colpevole se non la mia negligenza. In cuor mio so bene che non mi è mai appartenuta e ciò accresce la mia confusione: che vado cercando? Che mai ho perduto?

Poi quel botto e la macchina corre di lato perdendo il controllo; in un fragore di lamiere contorte rotoliamo come trottole impazzite ed io la vedo, la vita, la vedo che ride di niente voltandomi le spalle e comprendo con brusco risveglio che inseguiamo soltanto ciò che ci sfugge, il resto è scontato e superfluo e ci scorta come un cane fedele in attesa di carezze un po’ meno distratte.

Ora so. Dio, ti prego, ora so.

Più accecante del mio lampo di genio è soltanto il sapore del sangue, poi c’è il nulla.

Quello vero, da cui non si torna più indietro.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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