pubblicato giovedì, 28 maggio 2009 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

L’incantatrice dei Caraibi. Reportage di un viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba

Viaggio a Cuba: fabbrica di sigari

Viaggio a Cuba: la stanza del Che

 

Arrivare a L’Havana significa spogliarsi di tutto ciò a cui si è abituati, di tutto ciò che si conosce, di preconcetti e limiti culturali e, lasciando il nostro tempo al di là del mare, significa viverne uno incredibilmente vibrante che ti accoglie tra archi, colonne, marmi, decori, in un’atmosfera retrò di palazzi barocchi e patios andalusi… Una vecchia signora, L’Havana, che osserva se stessa con sguardo malinconico e nostalgico, tra le mani foto ingiallite che la ritraggono ancora giovane e bella. A guardar bene, una lacrima brilla ma non rotola giù, e fiera e dignitosa ti sorride con lo sguardo di allora. Il Che, raffigurato in ogni dove, la consola solidale.

Ovunque, in una sorta di costante parata, sidecar e camion unici al mondo, mastodontiche auto degli anni ’50, dai colori sgargianti e i motori rumorosi, continuano a stare in piedi a dispetto del tempo e della mancanza dei pezzi di ricambio, ma i meccanici “creoli” sanno il fatto loro e si ingegnano con resti di lavatrice, di barche o di quant’altro possano recuperare, in un paese in cui niente viene buttato via. I cubani – ci racconta un autista – non possono acquistare auto nuove, simbolo del consumismo, e tengono le loro con cura quasi maniacale ma giustificata: o quelle, oppure più nulla. Non si può dimenticare che siamo in un regime dittatoriale, non ci sono edicole ed in genere solo i ristoranti e gli alberghi possono installare la parabola televisiva, previo permesso dello stato. La dittatura di Castro, vista dall’interno e sentita dalle parole della gente (si tenga presente che non esistono bavagli per quelle, a chiunque è permesso di esternare pubblicamente qualunque parere), confonde non poco. Perché, che ci si creda o no, Fidel è un dittatore amato dal popolo. Forse non dai giovani, che risentono delle restrizioni, forse non dai “cittadini”, tra i quali si trovano oppositori, ma sono in tanti, davvero in tanti, a provare per lui gratitudine, nel bene e nel male, a considerarlo un padre e ad amarlo, ad accettare le restrizioni un sacrificio plausibile in cambio dei servizi egualitari acquisiti. Come si legge in tanti articoli, l’embargo americano è stato non solo un grave errore che ha impoverito e isolato la popolazione, ma anche – creando un forte senso di solidarietà – rafforzato il regime. Castro, è un dittatore unico nella storia: ha distribuito le terre ai contadini, e le case a tutti indistintamente. E gratuitamente, intendiamoci. Chi vuole, naturalmente, può acquistarla, la casa, ma se chi lo fa non riesce più a pagarla, non sono previsti pignoramenti, la terrà comunque. Non esistono i senza tetto a Cuba. Inoltre la popolazione ottiene le tessere per usufruire dei servizi gratuiti dello Stato, tra i quali vitto, istruzione, materiali per lo studio. Paradossalmente, Cuba forma ottimi medici e ricercatori ma, a causa dell’embargo, non possiede farmaci essenziali e neppure i più banali, come una semplice aspirina. Per strada incontriamo tante, troppe persone anche giovanissime, alle quali mancano arti, le amputazioni per mancanza di cure adeguate, sono all’ordine del giorno, causate da diabete, infezioni, setticemie, tumori… Lo stesso embargo che arreca più danni e privazioni della dittatura.

Avrete compreso che non siamo là per visitare i luoghi turistici, né per abbronzarci al sole dei tropici, ma per conoscere e stare tra la gente, per capire.

Dopo una notte al Plaza, alloggiamo in una casa particular, tra i cubani, e scopriamo una povertà dal sorriso facile, generosa e simpatica. Camminiamo per giorni tra le suggestive strade de L’Havana Vieja, città devastata appunto dal terremoto della povertà e dal tempo, elementi ai quali non occorre usare l’arma della scossa per lasciare il segno. Nell’antico centro coloniale, si possono intuire i fasti di una volta, tra giardini nascosti ed edifici d’epoca. Ovunque i cubani, grandi e piccini, cantano e ballano, suonano e fanno festa, forse perché è indiscutibile che chi soffre ha più voglia di esprimersi per manifestare. Per la stessa ragione, ad ogni angolo di strada, incontri l’arte: esposizioni di quadri, mostre di artisti, scultori, improvvisazioni teatrali, addirittura anziani che ti fermano per declamare versi la cui musicalità incanta. I bambini non chiedono pesos agli stranieri ma… pezzi di sapone! E caramelle. Mentre gli adulti cercano di venderti sigari. A proposito di sigari, affascinante osservare i torceador (arrotolatori di sigari) al lavoro, tra le foglie profumate di tabacco… peccato non ci permettano di fotografarli. E i barbieri che lavorano nei piccoli terrazzini, i bambini che vanno a scuola in divisa intonando canzoni, inni e slogan sulla libertà e sull’importanza della rivoluzione. Ovunque si leggono frasi come Patria o muerte, Venceremos, Revolución es libertad e frasi di Josè Martì sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Uguaglianza che Castro ha promesso e mantenuto tra bianchi e neri, cosa questa che i cubani non dimenticheranno.

Non vi racconto le gite turistiche, i monumenti, le escursioni, perché Cuba – secondo me – va visitata con occhi differenti, poiché anche una simile diversità va vissuta e ascoltata dall’interno e nella sua chiusura può aprire la mente. Allo scopo, vi invito a leggere gli articoli di Gennaro Carotenuto, studioso di politica internazionale, dei regimi dittatoriali e di storia contemporanea dell’America latina.

Prima di andarcene, regaliamo antidolorifici, antibiotici, prodotti per l’igiene e antifebbrili, e ci salutano commossi

Anche noi lo siamo. E silenziosi.

Nella biblioteca dell’Ambasciata italiana, è adesso presente qualche copia del mio Lame & Affini, ad affiancare altri libri, italiani e cubani.

Sulla strada per l’aereoporto, palme, cielo terso, mucche dall’aspetto biafrano con le costole al sole. I camiones particulares, con il cassone affollato di passeggeri in piedi, sembrano passarsela meglio delle auto a noleggio. Un grande cartellone pubblicitario affianca sarcastico i volti di Bush e Hitler, denigrando l’America. Il sapore del mojito e della vita all’aria aperta, con la gente alla finestra e il profumo penetrante dei sigari, ci resterà addosso per molto tempo. Sui vestiti e nel cuore. Insieme al timore che, alla morte di Castro, Cuba possa ritornare – come un tempo – il luogo perfetto in cui gli americani potranno dedicarsi a sonore sbornie.

Foto | Fabio Mazza


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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