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Strisce di sole

Scritto da – lunedì, 15 giugno 2009 – 00:012 commenti

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Un racconto di Antonella Serrenti.

Piazza Rinascita a Carbonia

Per anni, ho vagato nella solitudine di questa cittadina che mi è stata costruita intorno. I ricordi di cui sono circondata, sono i ricordi di una terra abbandonata, senza vita e senza orizzonte.

Rivedo ancora il cielo e la terra che s’incontravano ignorandosi, e la luna provocatoria spegneva la luce del sole che con i suoi raggi torridi e crudeli, formava tutt’intorno strisce incandescenti e lustre come specchi appena lucidati. Anche le rondini, nel loro migrare, attraversavano questa terra di nessuno, senza rallentare il loro volo.

Ma un giorno, improvvisamente, questa terra diviene di qualcuno.

Arrivano tanti uomini da ogni parte della Sardegna e del continente. Si costruiscono case e strade orlate da alberi e fiori mentre, nel silenzio della notte,  l vagito di un neonato colora di speranza i sogni di chi già dorme. E passano i giorni, i mesi. Passano gli anni. L’odore della minestra, che per tanto tempo ha permeato la piccola e povera città, viene rimpiazzata dal profumo della pizza appena sfornata.

Gli uomini, dai volti rabbuiati e sporchi di fango fuligginoso della miniera, si trasformano in nonni felici che insegnano ai nipoti ad andare in bicicletta. Le donne stendono il bucato caldo di lisciva e sciacquato in acqua azzurra, invidiando le rose rosse che parlano d’amore di Nilla Pizzi  e sognando Amedeo Nazzari. Il cielo e la terra s’incontrano all’orizzonte e fanno comunella, mettendo da parte i vecchi rancori.

Mi commuove pensare al giorno in cui qualcuno finalmente si accorge anche di me, e da mulattiera mi trasforma in piazza! Come spiegare? È stato come “rinascere”: come da ranocchio diventare principe o, da zucca, splendida carrozza.

Quel dì, la gente arrivava anche dai paesi vicini. Correvano e saltavano i bimbi, mentre i loro calzini da bianchi si coloravano di grigio. Le mamme e i papà vestiti a festa, i nonni (con i loro ricordi e ancora qualche lacrima non versata nascosta nella piega di una ruga), uniti in un’unica chiassosa confusione. Finalmente erano finite le giornate vuote e piene di malinconia. Era il 1964, e mi fu dato il nome di Piazza Rinascita.

Specchiandomi nella luce della luna, posso dire, senza presunzione, di essere proprio bella, con tanto di monumento ai caduti (scomparsi per follia nazista il 24 marzo 1944), e panchine, alberi, aiuole fiorite e tanto spazio pulito. Avevo tutto quello che una piazza, degna di tale nome, doveva avere. Anche le rondini, petulanti, non potevano evitare di fermare il loro volo per ammirarmi.

E mentre gli alberi mostravano le braccia levate al cielo, vestite di foglie e fiori, scoppiava la guerra in Vietnam. I bambini dai calzini bianchi crescevano, beffeggiavano la brillantina usata dai loro padri e si facevano crescere i capelli. Il primo uomo visitava la luna e i juke-box invitavano a sventolare una “bandiera gialla, perché la gioventù è bella”. Le ragazze indossavano la minigonna, e le notti dei genitori cominciavano ad essere popolate da incubi chiamati discoteche e spinelli.

Poi, tra ginocchia sbucciate, brufoli, lattine di coca-cola vuote, amori ed amicizie nate e finite, sono giunti i festeggiamenti per l’anno 2000.

I fuochi d’artificio squarciano il cielo diventando fratelli delle stelle per pochi fugaci attimi.

È allora che, d’un tratto, mi sento spossata e tremante. Ormai sono una vecchia signora. Osservando le impronte che il tempo mi ha lasciato addosso, provo vergogna a mostrarmi segnata da rughe, da macchie scure, da inspiegabili avvallamenti e angoli consumati o dislivelli che una volta non possedevo. Sono passati tanti anni dal mio battesimo, e forse, come suggerisce il monumento che mi adorna, con la delicatezza tipica di un elefante, dovrei andare da un chirurgo estetico.

Ebbene, lo faccio! Aiutata da chi ancora mi ama, ma non so neppure quantificare il tempo che ci vuole. Tolte bende, punti e drenaggi vari, dopo un intervento doloroso, lungo e difficile, finalmente posso mostrarmi senza il pudore dell’età, in tutto il mio rinnovato splendore.

Oggi tra verdi aiuole, grandi pergolati di rose, magnolie, santolina, stelle di Natale, alberi di arancio amaro, prunus e gelsomini, finalmente mi sento felice. Ma la mia bellezza esploderà in primavera, quando i colori e i profumi di fiori e alberi faranno da cornice ai tanti bambini che, lasciati i costosi game-boy sulla panchina, prendendosi per mano canteranno: «Giro giro tondo, casca il mondo casca la terra tutti giù per terra…»

Fu così che, con un cielo popolato di piccole nuvole bianche come albumi montati a neve, e il fresco profumo naturale che si mescolava grazie a un lieve venticello, Piazza Rinascita si sentì… rinata.

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