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pubblicato martedì, 30 giugno 2009 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

Vienna by night


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Un racconto di Susanna Trossero.

Wiener Riesenrad

“Crede d’essere una fabbrica di sogni! Maledirei sua madre se non fosse già morta e sepolta, per l’aver allevato una persona così priva di scrupoli, di regole morali! Una puttana!”

“Non lo dica signore, sua figlia si è costruita da sola, certo non c’è nulla di che andar fieri ma neppure una madre da maledire. È andata così come doveva andare, lei non crede nel destino? A volte è più facile essere fatalisti…”

“Alla mia età? Sono vecchio ma non stupido! Siamo noi il destino; credere il contrario offre buoni alibi alle nostre discutibili scelte. Quanti anni hai ragazzo? Sembri un bambino…”

“Diciotto già compiuti signore, ormai sono un uomo. E lei?”

“Ottanta a marzo e sette figli. Ilde è nata dalla mia prima moglie ma non l’ho cresciuta, ho costruito la mia vita altrove, con un’altra donna, e guarda che risultato… Oh Dio, perché?”

L’uomo anziano si coprì il volto con le mani mentre il ragazzo, imbarazzato da quel dolore inaspettato, guardò altrove pensieroso. La fabbrica dei sogni… un modo dolce per definire quell’orribile donna. Il vecchio invece, nel suo cappello liso e nei lineamenti austeri, doveva essere davvero buono. Non meritava una figlia così cinica e materialista, che aveva messo in piedi una fortuna realizzando gli altrui desideri. E non vi era traccia di altruismo in questo, no, solo vili questioni di denaro fra disperati compratori ed un’avida e abile venditrice.

L’uomo della birreria era così diverso da ciò che il giovane si era immaginato… così pieno di vergogna… Né rabbia incontrollata né desiderio di provocare uno scandalo, solo una stanchezza così grande che quasi la si poteva toccare con mano. Che amara vendetta era mai quella? Arrecar danno ad un altro innocente con una verità inutile, mentre Ilde continuava per la sua strada.

Ormai l’anziano signore piangeva senza ritegno nella birreria quasi vuota. Non avrebbe potuto disperarsi oltre se gli avessero comunicato la morte di sua figlia.

Era tardi; il buio era calato su quell’inverno duro come il ghiaccio, sui pochi passanti infreddoliti, sulle saracinesche abbassate dei negozi, su di un gennaio senza scampo e su tutta Vienna, che sbadigliava annoiata dalle incresciose debolezze umane. Il ragazzo amava Vienna, pur essendo nato in Italia e da madre italiana. Suo padre era un austriaco al cento per cento ed ormai anche lui si sentiva tale. Ora più che mai.

Di colpo seppe cosa fare. Pagò le birre con i pochi spiccioli che aveva in tasca e decise di recarsi all’appuntamento, ormai privo di dubbi sull’importanza del suo ruolo in tutta quella strana storia. Lui credeva nel destino e neppure si voltò a guardare per l’ultima volta le lacrime ch’egli stesso aveva provocato.

Nonno…

Uscì dalla birreria tuffandosi nella notte uggiosa e foriera di brutte notizie, avviandosi in direzione del parco del Prater con passo deciso. C’era ben poca strada da fare, non a caso aveva scelto quel locale per il suo incontro col vecchio, rintracciato facilmente con l’aiuto involontario di Ilde Gross che ora attendeva seduta su una panca di ferro, in una strada adiacente al parco pubblico, con qualcosa poggiato sul grembo. Un libro forse.

Non si presentarono, lo avevano già fatto più o meno un mese prima, quando lei gli era andata incontro all’uscita di scuola sorprendendolo. Poteva avere cinquant’anni, un’aria sfatta e un po’ volgare, orecchini d’oro vistosi e pacchiani. Le piacevano i soldi, povera Ilde.

Parlarono un po’, poi lei gli fece vedere il libro: un album fotografico con immagini di bambini piccolissimi fra i quali vi era anche lui. Potevano essere una quindicina, più o meno.

“Hai visto quanti fratelli hai tesoro? – disse la donna con orgoglio, mostrando i suoi investimenti – Tutti belli e sani come te. Ho sempre atteso il vostro primo anno prima di lasciarvi a coloro che vi avevano ordinati, era più naturale darvi il mio seno, più giusto. Così com’è giusto che mi conosciate prima o poi. A 18 anni si deve conoscere ogni verità, credimi, si cresce meglio“.

La guardò annuendo ed in lei vide le bugie sulla sua infanzia, le lacrime del vecchio, un futuro confuso. Davanti alla panca un pezzo di legno distolse il suo sguardo dagli occhi di lei, così simili ai suoi; adorava intagliare il legno, lo faceva ovunque. Possedeva allo scopo un coltello a serramanico che portava sempre con sè. La sua camera era divenuta un piccolo covo d’artista ma i suoi lavori migliori nascevano per strada, all’improvviso. Come questo, il migliore in assoluto: la lama, illuminata da un lampione, mandò tutt’intorno piccole stelle di luce e si conficcò con forza nel grasso addome di quella donna da dimenticare per una, due, tre volte mentre lui urlava “mi senti? Senti come scalcio mamma? Sono ancora dentro di te, senti?”

Lei, con gli occhi fuori dalle orbite, annaspò, cercò di afferrare l’aria con le mani, poi, con un gemito, cadde sull’asfalto umido e con lei il suo album, aprendosi.

Lui, ancora in preda all’ira, si mise a correre alla cieca raggiungendo una delle strade principali del centro dopo aver gettato il suo coltello più caro dentro un cestino dei rifiuti. La sua fuga proseguì fino a quando non apparve un autobus con pochissimi passeggeri, che prese quasi al volo.

Ansimando si accasciò in uno degli ultimi sedili, si pulì le mani sporche di sangue con un fazzoletto che buttò poi dal finestrino e tentò di calmarsi con la gola che bruciava e il fiato così corto da temere di soffocare, mentre in lontananza, il Riesenrad, la ruota d’acciaio che offre ai turisti di godere del panorama di Vienna, stava immobile ad osservare dall’alto il bizzarro destino degli uomini.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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