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pubblicato sabato, 15 agosto 2009 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

Simone Ghelli, cacciatore di storie


Simone GhelliSimone Ghelli, se si dovessero elencare le tue passioni occorrerebbe spazio perché sembrano davvero tante, benché tutte ruotino attorno al magico mondo della scrittura. Il nome del tuo blog è intrigante: cacciatore di storie. È questo che sei?
In fondo sì, lo sono sempre stato. La passione per i libri e per la lettura è esplosa da piccolo. Pensa che alle elementari mi premiarono con una copia di Ventimila leghe sotto i mari per essere stato l’alunno che aveva letto più libri di tutti. La scrittura però è arrivata molto tempo dopo. Ho scritto il mio primo racconto di senso compiuto che avevo già superato i diciotto anni. Il periodo delle superiori è stato un calvario, poiché feci l’errore d’iscrivermi a ragioneria, per via del fatto che all’epoca si pensava che il liceo non desse sbocchi lavorativi, visto che nella mia famiglia, a parte un fratello di mia madre che fa il giornalista a Parigi, non c’era nessuno che avesse scelto di continuare gli studi all’Università. In compenso ho avuto la fortuna d’incontrare una professoressa d’italiano che mi ha sempre incoraggiato a scrivere e a coltivare la mia passione.

Altra frase che funge da calamita, per i lettori del tuo blog è: “Rubo il mio tempo per scrivere”. Lo rubi alle incombenze quotidiane, che vorrebbero avere la meglio su tutto?
Innanzitutto lo rubo al lavoro, ma per fortuna in questo periodo ho trovato un buon part-time. Quando si lavora otto-nove ore al giorno, è praticamente impossibile trovare il tempo di scrivere… e la scrittura è un lavoro a tutti gli effetti, un lavoro che esige il suo tempo per essere fatto bene. Ci vuole molta costanza e volontà per trovare il modo di disciplinarsi. Il talento è importante, ma da solo porta ben poco lontano.

Hai espresso la tua convinzione che la parola debba prendere corpo, peso e consistenza, e che la scrittura ha fatto sì che tu scoprissi la necessità di uscire da te stesso. Scrittura dunque come efficace mezzo per esternare la nostra vera essenza?
Non so se la scrittura sia capace di esternare la nostra vera essenza; sicuramente, come l’arte in genere, è utile a liberarsi da se stessi. In questo senso deve prendere corpo, deve diventare qualcosa che ci sfugge. Penso che la peggiore scrittura in assoluto sia quella legata a doppio nodo all’autore, che spesso si risolve in una sorta di cerimonia di se stessi. Questa scrittura è quella che cade più facilmente nel cliché, nel già sentito. La scrittura che a me interessa è invece quella che a un certo punto sfugge al suo artefice, perché m’interessa proprio sentire questa lotta tra un essere che tenta in tutti i modi di aggrapparsi alle proprie idee, e una nuova creatura che nasce e cresce, che sputa pezzi da tutte le parti. E qui subentra il discorso sulla tecnica, che ci porterebbe via troppo tempo. Quello che intendo dire è che la scrittura è come una macchina che, per quanto si voglia rendere perfetta, s’inceppa sempre da qualche parte e disarciona il proprio conducente. A me piace andare in cerca dei pezzi che questa corsa pazza si perde per strada, pezzi che funzionano benissimo anche da soli…

Fra le tue pubblicazioni, qual è quella che ti è più cara?
Penso di essere legato a tutte, dall’ultimo romanzo (Il Pigneto liberato, 0111 Edizioni) ai racconti sparsi per il web. Se proprio dovessi sceglierne uno, direi il mio primo romanzo (L’albero in catene, NonSoloParole) perché non ci pensavo proprio alla possibilità di una pubblicazione (che, tengo a precisare, è avvenuta senza spese a carico del sottoscritto). Mandai il manoscritto ad alcuni editori così per fare, con quell’incoscienza che può avere soltanto chi è stato autodidatta. È stato dopo quel libro che ho iniziato a considerarmi seriamente uno scrittore, a definirmi tale di fronte agli altri senza vergognarmene, perché in fondo è quello che più mi piace fare, perciò sarà sempre il mio primo lavoro, in qualsiasi posto dovessi stare, a qualsiasi condizioni dovessi sottostare.

Una lettura che ti ha lasciato senza fiato?
Tra gli ultimi libri che ho letto vorrei citare almeno un paio di titoli di due giovani autori italiani, anche per sfatare il luogo comune che nel nostro paese non vi siano talenti. Certo, a giudicare dalle classifiche di vendita e dai premi letterari che gli editori si spartiscono tra loro sembrerebbe così, ma ti garantisco che non è affatto vero. I due romanzi in questione sono La futura classe dirigente di Peppe Fiore (Minimum Fax) e Settanta di Simone Sarasso (Marsilio). Sono due libri molto diversi, come stile e per l’argomento trattato (il primo ha un’ambientazione contemporanea, mentre il secondo, come si deduce dal titolo, parla degli anni settanta), eppure sono due romanzi che si leggono tutti d’un fiato e che ci parlano del nostro paese di ieri e di oggi. Ecco, questi sono due esempi (ma ce ne sono tanti altri) di scrittura che guarda oltre l’ombelico del proprio autore…

Ed ora, da bravo talent scout, ma anche da avido lettore, vuoi dare un consiglio a chi per la prima volta si sta avvicinando allo scrivere?
Leggere, leggere e ancora leggere. Ogni tanto mi capita di leggere dei manoscritti, poiché da un po’ di tempo faccio il lettore per alcuni editori, e posso assicurare che si capisce subito quando uno scrittore non legge libri. A parte il fatto che mi sembra un paradosso in sé (come pretendere che gli altri ci leggano quando noi siamo i primi a non farlo?), ma poi, come per qualsiasi altro campo, bisogna anche tenersi un minimo al passo coi tempi, capire cosa scrivono gli altri. È questa perdita di senso di appartenenza a una comunità (di scrittori, d’intellettuali, di lettori) che mi spaventa, poiché non porta ad altro che a quelle forme d’individualismo “disperato” che hanno caratterizzato gli anni ottanta e novanta (un modello che per fortuna oggi sembra essere messo in crisi da altre forme di partecipazione, sviluppatesi soprattutto grazie al web). Perciò si deve leggere, sempre, e poi naturalmente trovare anche il tempo per scrivere, senza mettersi fretta, ma riflettendo su ogni singola parola che si scrive. Questo significa naturalmente rileggere (ancora una volta!) quanto si è scritto più e più volte, finché non si è sicuri di aver trovato la forma più giusta. È vero, oggi è più facile per tutti pubblicare (ma vi sconsiglio vivamente di accettare proposte da editori che chiedono soldi, come specificato nel manifesto del collettivo Scrittori Sommersi che ho contribuito a fondare), ma proprio per questo ci vorrebbe anche più umiltà da parte di tutti. Sinceramente, in giro ci sono anche tanti libri di cui non si sente affatto la necessità…



Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.