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pubblicato martedì, 1 settembre 2009 da Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

Colloquiando con Franz Kafka e con i suoi amori


Franz KafkaDalla finestra della mia camera d’albergo lo vedo arrivare; è laggiù, in fondo alla via, il passo svelto, la schiena un poco curva e il capo curiosamente inclinato da un lato. Ha un abito troppo pesante per questa tiepida primavera, tuttavia non pare accaldato. Mortificato per il ritardo, si presenta sgranando occhi già grandi, vivissimi e tristi insieme. Mi stringe la mano e dice tutto d’un fiato:

“Sono Franz Kafka, è un piacere conoscerla, benché il mio ritardo possa far supporre tutt’altro! Mi perdoni, è una mia mancanza dovuta al pessimo rapporto con il tempo; ne odio lo scorrere invincibile e, chissà, forse mi illudo di sottrarmi alla sua volontà giungendo in ritardo ad ogni appuntamento. Posso sedermi?”

Annuisco, già affascinata da quest’uomo che il tempo lo ha eluso di certo, poiché a guardarlo si direbbe senza età; un uomo che mai e poi mai potrebbe diventar vecchio. Mi era stato detto che molto di rado prendesse la parola di sua iniziativa; che lo abbia fatto con me mi riempie di orgoglio. Emozionata, inizio l’intervista.

“Signor Kafka, io non vorrei parlare dei suoi scritti, se ne sono occupati in tanti, rischierei di annoiarla e indurla a ripetersi. Vorrei invece parlare della signorina Felice Bauer, sempre che ciò non le dispiaccia…”

“Felice? Perché proprio lei?” risponde corrugando la fronte.

“Perché trovo incredibile tuttavia interessante, un rapporto di natura esclusivamente epistolare con una donna che si ama. Vuole aiutarmi comprendere una cosa tanto particolare e degna d’essere raccontata? Dove l’ha conosciuta e quale impressione ha suscitato in lei?”

Più rilassato mi dice: “A Praga, nella casa dei genitori del mio amico Max Brod. Lei aveva venticinque anni, viveva e lavorava a Berlino. Non era una donna attraente, mi creda, ma fu proprio quel viso sul quale madre natura si era accanita, o quell’aria trascurata, o ancora la sua espressione vuota e indifferente a colpirmi più che se fosse stata una Madonna, e a scatenare la mia immaginazione. A fine serata mi ritrovai avvinto senza rimedio! Soltanto un mese dopo presi coraggio e le scrissi; ciò segnò l’inizio di cinque anni coinvolgenti, nei quali mi consacrai a lei, oramai certo che fosse l’unica vera mia ragione di vita…”

“E la letteratura? I suoi scritti? Il suo lavoro?”

“Oh, lei era tutto questo e molto di più. Io vedevo il mondo attraverso i suoi occhi, poiché lei sapeva trasmettermelo senza impormi di mescolarmi a ciò che si trovava fuori dalla mia stanza. Potevo confidarle qualunque cosa e ricevere calma, forza e sicurezza, doti delle quali sono sicuramente privo. Con lei nacque e con lei andò perduta, una grande fiducia in me stesso.”

“Ma perché, vista tanta affinità, non volle vivere con lei?”

“Lo feci, ma per cinque soli giorni. Nessun desiderio erotico mi dominava, pur essendo geloso dell’aria che respirava e ossessionato, aggredito quasi, dal pensiero di lei! La quotidianità era esclusa da questa irreale perfezione; le stavo lontano per esserle il più vicino possibile.”

“Eppure finì…” osservo malinconicamente.

“Finì perché quando si ama una persona viva, reale, tutto ha un inizio e una fine. Il nostro scambio di lettere si rivelò una cosa vana e illusoria ed io, felice solo nell’infelicità, trovai inevitabile distruggere tutto. Piansi, lo ammetto, tuttavia non mi ero mai donato del tutto: nel mio lungo rapporto epistolare qualcosa era sempre rimasto rigido in me. Non saprei spiegarle… tutto fu una finzione nella quale recitavo la passione, che pure era reale e tormentata. La fantasia può rendere schiavi quanto la realtà, non crede?”

Parliamo ancora un po’ delle sue strane verità, e gli chiedo qual è stata la componente più significativa, più emozionante, dei suoi anni con Felice. Sorride.

“L’attesa. Io adoro aspettare, dà uno scopo alla mia vita. Corteggiavo il postino, sa? Non a caso, tra il 1912 e il 1913 ho scritto un poema sulle poste, mentre i miei orologi suonavano festosi solo all’arrivo della sua corrispondenza. Fu comunque come stare dinnanzi ad una porta chiusa: mi piaceva vivere nell’attesa che si aprisse, che lei mi apparisse davanti e si facesse stringere… ma non feci nulla perché ciò accadesse realmente.”

Il silenzio è improvviso e totale, a segnare la fine del nostro colloquio. Sono molto confusa da questo piccolo grande uomo che, con una grazia indescrivibile, si alza dalla vecchia sedia impagliata e mi saluta. È irreale egli stesso quanto la storia di cui, con passione vibrante, mi ha parlato. Ha detto di ossessioni, di gelosie, di interminabili attese, eppure mi ha lasciato addosso l’impressione di tumulti quieti, contenibili perché mai vissuti in prima persona. Un essere inafferrabile che gioca con l’oscurità, che cammina sul filo mentre un altro se stesso lo osserva dal basso, muto testimone di paure e debolezze. Con quale dei due io ho parlato? Non lo saprò mai.

La mia già squallida stanza d’albergo si è fatta incredibilmente ancor più misera allorché lui, silenziosamente, ne ha chiuso la porta alle sue spalle, uscendo.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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