Oggetti smarriti di Andrea Tosti. Intervista all’autore
Tra i vari libri che ho letto in questo periodo Oggetti smarriti di Andrea Tosti è uno di quelli che mi sento di consigliare. È un romanzo ambientato in un deposito sotterraneo – sconosciuto a tutti – in cui vengono raccolti e catalogati tutti gli oggetti che si perdono sulla terra. Ma proprio tutti. Un giorno arriva anche un bambino e inizieranno dei problemi a partire da come catalogarlo e in quale scaffale sistemarlo.
L’autore riesce a tenere desta l’attenzione, nonostante l’argomento potrebbe essere pesante (si tratta di storie di catalogatori e quindi difficilmente avvincenti…)
Raccontaci qualcosa di te
Raccontare qualcosa di me riferendomi alla scrittura e alla letteratura più in generale è un’operazione fin troppo lineare. Sin da quando ricordi sono stato affascinato dalle storie, sia che fossero riduzioni dei miti greci in versioni per ragazzi, racconti ascoltati in montagna o libri di Mark Twain (Tom Sawyer, il primo libro che lessi interamente da solo e che per la mia personale e misera mitologia ha un forte valore simbolico). Posso dire di essere sempre un lettore onnivoro, senza una particolare predisposizione all’approfondimento critico, nella direzione di correnti e stili, ma piuttosto interessato, istintivamente, a considerare il mondo letterario, in senso propriamente fisico, un unico, un mondo autonomo e interagente dove i singoli volumi costituiscono solo una propaggine. Per questo ho sempre particolarmente amato i libri che parlano di libri, come spesso succede in Borges certo (che ho letto dopo aver scritto “Oggetti Smarriti” ma con cui il mio romanzo tesse evidentemente delle corrispondenze), ma anche in autori che io ritengo importantissimi come Michael Ende, Walter Moers (di cui attendo con ansia ogni nuovo romanzo e che ha scritto una due romanzi che sono cattedrali del genere, La città dei libri sognanti e Rumo, o i prodigi dell’oscurità) e Jan Potocki, che con Il manoscritto trovato a Saragozza ha scritto il libro che vorrei aver scritto e che forse scriverò, o sto scrivendo. Non voglio dire, con queste equiparazioni, che non sia capace di distinguere fra buona e cattiva letteratura; dico solo che di cattiva letteratura è davvero difficile trovarne. In un libro di qualche centinaio di pagine, anche da un punto di vista esclusivamente probabilistico, ci saranno un paio di frasi o anche di più di buona letteratura. Questo, in particolare, rende lo scrivere tanto difficile: un romanzo fatto di tante frasi riuscite sarebbe poco digeribile; allo stesso modo un romanzo senza dei picchi di estatica bellezza non avrebbe senso. Quando leggo, in un certo modo, tendo a replicare il ritmo di una giornata reale. Non riesco ad appassionarmi ad un libro se questo non mi annoia e non mi offre delle difficoltà. La noia in letteratura è fondamentale (anche se spero che non siano dello stesso parere i lettori del mio romanzo), così come la complessità.
Come è nata l’idea di scrivere un romanzo sugli oggetti smarriti?
L’idea di scrivere un romanzo sugli oggetti smarriti è nata da una coincidenza di fattori che non era stata assolutamente prevista. Le migliori idee che riesco a sviluppare, questo naturalmente secondo il mio giudizio, sono le idee calamità, che hanno bisogno di tempo per costituirsi in agglomerati coerenti. Un giorno mi sveglio e mi ritrovo in testa l’idea di un deposito di oggetti smarriti, per esempio. Accantono l’idea perché mi sembra debole e banale, ma intanto continuo a rimuginarci su, finché sedimenta, lievita, attrae altri dettagli, altre mie curiosità la coltivano, altre letture la fecondano e così via. La prima stesura dei miei testi è sempre abbastanza veloce, mentre prendo sempre tempo per le revisioni per fare in modo che la mia espressione non sia uno sfogo ma scrittura digeribile.
Naturalmente l’idea di un deposito così ordinato prende il via da una mia ossessione per l’ordine e la catalogazione, mai risolta in realtà, e che anche grazie alla scrittura di questo libro ho in parte risolto. I pochi lettori di questo mio testo, in realtà, mi hanno risparmiato un po’ di sedute psicanalitiche. In realtà il mio modo di pensare non è assolutamente paragonabile ad un processo catalogatorio. Preferisco la libera associazione, l’equivalente di mettere le idee in una scatola, agitare, e vedere come si ammucchiano a seconda di densità inaspettate. Non faccio grandi distinzioni fra letteratura alta e bassa, spesso preferendo una letteratura di forma e intenzioni più popolari (anche se spesso realizzata da autori molto raffinati come P. K. Dick) anche perché la ritengo più interessante nel senso che la letteratura da facoltà di lettere è una forma di scrittura che amo certo molto ma che tende ad analizzare una realtà preesistente, la nostra, mentre certe forme di espressioni popolari, anche per la quantità della produzione, un fatto esplicitamente volumetrico intendo, la plasmano, spesso creandola ex novo. La grande letteratura arriva spesso in ritardo sulla sua sorella minore.
Anche da queste mie riflessioni potremmo dire estetiche nasce l’idea di un deposito in cui tutti gli oggetti a cui siamo stati affezionati, che hanno rappresentato qualcosa per noi, vengono semplicemente classificati e messi da parte, trattati tutto allo stesso modo, senza distinzioni, privandoli, attraverso la distanza affettiva, di tutte quelle caratteristiche che li avevano resi utili. Essendo da sempre un ateo senza dubbi e senza incertezze credo comunque di avere una certa tendenza alla sopravvivenza ultraterrena che affido ai miei oggetti. Credo che scrivere questo mio libro sia servito anche a mettere in ridicolo questa mia visione da piccolo faraone.
Detto ciò resta il fatto che ho scritto Oggetti smarriti per il piacere di scrivere una storia che credevo potesse essere interessante.
Nel tuo romanzo sembra quasi di leggere una critica ai sistemi perfetti e autosufficienti, mentre per progredire c’è bisogno di un evento improvviso. Concordi con questa visione?
Più che sull’autosufficienza di questi sistemi punterei il dito, soprattutto, sulla loro inutilità. Ognuno di noi compie, quasi giornalmente, tutta una serie di operazioni esclusivamente inutili da cui si trae un piacere sottile e personale. Quando questa inutilità viene eletta a sistema però, quando delle azioni vengono formalizzate in attività al solo scopo apparente di impegnare del tempo che potrebbe essere impiegato in occupazioni più personali come la riflessione o l’ozio, entra in gioco un meccanismo assurdo, specie per chi perde un po’ di tempo ad indagarne le cause più profonde. Il fatto che questi sistemi, poi, siano autosufficienti o, come nel caso di quello da me creato, completamente isolati, diventa una condizione fondamentale per il proseguimento di queste attività che, messe al confronto con un oltre, con un mondo esterno, risulterebbero immediatamente assurde. In realtà, purtroppo, anche questo mio pensiero ha un che di utopistico che non riesco a debellare. Il fatto veramente triste, e preoccupante, è che anche quando veniamo messi al corrente di una realtà che, al confronto con la nostra, è più soddisfacente, piena e giusta, il solo fatto di abbandonare la vecchia strada ci paralizza. La felicità, se esiste, è a portata di mano ma siamo spesso troppo pigri o impauriti per coglierla. O, più semplicemente, è più soddisfacente crogiolarsi nell’infelicità. Lamentarci è spesso uno dei piaceri più grandi. Il fatto dell’evento improvviso che rompe una consuetudine è per me difficile da affrontare. È evidente che stiamo parlando di rivoluzione, e la rivoluzione è un argomento spinoso, perché smuove tutto un retroterra complesso e affettivamente disturbato. Sono convinto che l’unica soluzione per un cambiamento effettivo e radicale sia una rivoluzione, altrimenti si avranno solo degli aggiustamenti di cui la maggior parte della gente neanche si accorgerà e che se porteranno dei benefici non avranno portato il beneficio più importante, quello della loro evidenza. Credo però allo stesso tempo che ogni rivoluzione, prima o poi, ritorni ad uno stato pregresso, senza che in fondo sia cambiato granché. Una rivoluzione permanente è una soluzione teoricamente accettabile ma praticamente mostruosa. Come si può intuire dal mio romanzo la mia posizione rispetto a questo argomento è alquanto disillusa.
A distanza di tempo dalla pubblicazione, cambieresti qualcosa del tuo romanzo?
Non credo che cambierei molto del mio romanzo, a parte la correzione di qualche refuso di troppo. Credo di aver cambiato molto già nelle successive revisioni, migliorando quello che avevo scritto. Ci sono delle parti, naturalmente, che ho dovuto eliminare e a cui mi ero affezionato, ma fa parte della vita. Non si possono avere tutte le donne che abbiamo avuto, anche perché non saranno mai più le stesse che conoscemmo. Resta il fatto che rileggo il mio romanzo con un certo piacere da estraneo, perché dalla prima stesura sono passati più di quattro anni e rispetto all’uomo che lo scrisse sono fondamentalmente diverso. È un piacere particolare, che avevo conosciuto solo parzialmente in quelle occasioni in cui riesumavo i miei vecchi scritti da cassetti e scatoloni. È come guardare la propria vita dall’esterno e a distanza di anni. Una sorta di Doc cartaceo. Grande Giove!
Quali libri ci sono dietro questo tuo testo?
Un’infinità. Alcuni li ho già citati. Sterne, Ovidio, Dick, tanta fantascienza naturalmente, ma anche serie tv, film come Brazil. L’elenco è troppo lungo. Lo leggerete tutto nel prossimo libro.
Leggeremo ancora qualcosa di te?
Spero di sì. Almeno un altro libro. Ad ogni modo la risorsa del web oggi è importantissima, anche se un po’ elefantiaca e confusa. Certo che scrivere in vista di una pubblicazione, cioè con i ritmi necessari alla consegna, è tutta un’altra soddisfazione.
Andrea Tosti
Oggetti smarriti
Paoletti D’Isidori Capponi Editori 2009
pp. 120, euro 13,00








