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Viaggio nei Caraibi di casa nostra. Reportage dall’isola di San Pietro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo reportage dall’isola di San Pietro di Aleni Figuera. Buona lettura!

Viaggio nei Caraibi di casa nostra
Reportage dall’isola di San Pietro
Ovvero, come visitare un’isola, amarla e… lasciarci il cuore!

Mi imbarco a Portovesme. Destinazione S. Pietro! Dal traghetto, l’isola mi appare splendida, pigramente adagiata sul mare. La mitica Enosim dei Fenici, Hierakon per i Greci, l’Accipitrum Insula dei Romani o Isola degli sparvieri, è lì, di fronte. Si staglia contro l’orizzonte occidentale.

L’isola forma un triangolo irregolare. Il rilievo più elevato è Guardia dei Mori, duecentoundici metri. Mi spiegano: il nome deriva dall’antica torre di avvistamento dei pirati.

Carloforte è l’unico centro abitato: settemila residenti, tredicimila durante l’estate. Macchie bianche punteggiano la campagna verde. Sono residenze estive o rurali.

Il viaggio è breve, trenta minuti da Portovesme; poco meno, da Calasetta. La frequenza dei traghetti è oraria. Entrando nel porto, lo sguardo spazia dall’osservatorio astronomico a sinistra, la cupola bianca visibile da lontano, all’Istituto nautico e alla vecchia tonnara, a destra; poi, l’Isola Piana, piatta e allungata, a nord-est.

Il porticciolo, esposto ai venti di libeccio e maestrale – protetto dai moli Sanità, settentrionale, e S. Vittorio, meridionale – è vivace e i traghetti vomitano valanghe di automezzi, operai pendolari, soprattutto muratori, turisti.

Caratteristico il lungomare: case color pastello, alcune con le facciate liberty, disposte a ventaglio sul porto. Poi Piazza Carlo Emanuele III: ristoranti, bar, pizzerie stracolmi di gente, ci si ristora dalla calura estiva sotto enormi ombrelloni. Passeggio all’ombra di ficus e palme. Dietro il monumento al re, corso Tagliafico, via dello “struscio” e isola pedonale, porta alla chiesa principale, su piazza Repubblica. Da qui si diramano strade, vicoli, “carruggi”. Sembra un paese ligure.

Dei residenti, detti Carolini o Tabarchini, mi colpisce la parlata: dialetto ligure antico! Conservato per quattrocentosessantasette anni, è retaggio dell’origine della gente, venuta dall’isola tunisina di Tabarka. Dal 1541 i liguri di Pegli vi abitavano per dedicarsi alla pesca corallifera; impoveritisi i fondali, accolsero l’invito a popolare l’isola di S. Pietro. Nel 1798 subirono un’incursione di pirati, che ridussero in schiavitù ottocento abitanti, da allora sono devoti alla Madonna dello schiavo, che viene celebrata annualmente con una solenne processione.

I Tabarchini sono inconfondibili: alti, dinoccolati, occhi azzurri o scuri, viso lungo e camminata tipica. Lenti di parlata e di gesti, lentezza acquisita con l’isolamento storico: S. Pietro è isola di un’isola diversa per storia e lingua, ma non riconosciuta come propria; essi dicono “Andiamo in Sardegna!” per recarsi sull’isola madre. Le ragazze sono belle; talvolta peggiorano con l’età, diventano donnoni enormi, gambe grosse, caviglie sottili.

Di carattere sono socievoli, cordiali, allegri e festaioli, non privi d’ironia. Si autodefiniscono “versatili come i liguri, tosti come i sardi”. Sul traghetto i paesani, riuniti in gruppi, parlano a voce altissima, ridendo e scherzando. D’estate amano passeggiare sul lungomare fino a tardi; tra loro si chiamano con nomignoli che riflettono le attività economiche, i difetti fisici o le qualità. Lionnedda per esempio, si chiamava così perché cantava bene, da launeddas, l’antichissimo strumento sardo a fiato; oppure Bistecca dal padre macellaio.

Una discreta parsimonia contraddistingue gli isolani, oggetto di aneddoti e barzellette. In una delle più diffuse, un Tabarchino, al figlio che desidera vedere il mondo, promette un viaggio, se sarà promosso. A promozione avvenuta, il viaggio inizia ma, a metà strada, il figlio, stanco, vorrebbe tornare indietro. Ma il padre: “Eh no! Adesso che ci sei, nuoti!”.

Gli isolani amano la campagna, dove si recano quando possono, soprattutto per le ricorrenze laiche o religiose: è molto sentita la festa del Primomaggio, che trascorrono proprio in campagna.

Passeggiando per gli stretti carruggi del centro, un tempo risonanti di serenate notturne, sono colpita da sensazioni visive e olfattive: scorci suggestivi, cortili con i balconi, archi, scalette per salire nei rioni alti; profumi invitanti escono dalle trattorie. Il cascà, è il piatto più caratteristico, a base di verdure; notevoli le pietanze di pesce, soprattutto tonno; le pizzerie sfornano focacce alle erbette: al rosmarino o alla cipolla le più gustose. Nelle strade di collegamento agricolo, orlate da muretti a secco, passa a stento una macchina: quando incrocio un automezzo, faccio marcia indietro fino a trovare uno slargo, dove fermarmi per farlo passare.

Gli isolani sono noti per l’arte di rimediare: si sentono spesso i vicini lamentarsi per furti di vari tipo, dalle piante, a utensili per la casa o l’agricoltura. E ridono di questo loro difettuccio!

Particolare è la cura per l’ambiente, che si è conservato relativamente intatto. Visito il territorio percorrendo una strada ad anello, che corre a sud, parallela alle spiagge, e poi svolta verso l’interno, sfiora il bordo occidentale delle saline, popolate di Fenicotteri rosa, Aironi cinerini, Avocette, Cormorani e altre specie delle zone umide. La varietà dell’avifauna ne fa un paradiso per fotografi e ornitologi.

Mi colpisce la ricchezza di specie botaniche: corbezzolo, mirto, rosmarino, lentisco, cisto, ginepro, pino d’Aleppo, fillirea e ginestra le più diffuse. Nei canali, le calle; le fresie, lungo le siepi; a settembre, amarilli rosa. Sono diffusi anche la ruta, il geranio selvatico, il papavero giallo, lo stramonio e un endemismo esclusivo dell’isola, l’Astragalus maritimus Moris.

Concludo il viaggio al faro di Capo Sandalo, incuriosita dalle stratificazioni di rocce sedimentarie fossilifere e dalle splendide falesie a picco sul mare, regno del Falco Eleonorae.

Ripartendo, mi morde la nostalgia del non visto. Prometto: ritornerò!

Foto | Google

Categoria: Zibaldone
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