0
pubblicato venerdì, 15 gennaio 2010 da Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Sapere è sapore


Madeleines

Sopravvissute/i ad una maratona di cibo – le feste spesso si possono ricondurre ad una grande abbuffata di sapori – molte/i di noi stanno già pensando ad un qualche regime dietetico che compensi l’inpiù di calorie accumulate ed esorcizzi il senso di colpa con cui la maggior parte delle persone accompagna l’indulgenza verso uno dei peccati più praticati: la gola.

Il cibo è la croce e la delizia dei nostri tempi, in questa parte del mondo in cui l’obesità è di gran lunga più vicina alle porte di casa che non la denutrizione; la malnutrizione e i disturbi dell’alimentazione di gran lunga le esperienze più condivise e più tematizzate nella comunicazione sociale, che pure le induce attraverso la pubblicità e modelli di consumo alimentare sempre più lontani dai bisogni organici della nutrizione.

Ma il cibo non è solo questo e l’aver dimenticato il rapporto profondo che ogni essere ha con la necessità – e il piacere – di alimentarsi è uno dei veri e grandi peccati della nostra società.Come è possibile che questa affermazione sia condivisibile – qualcuno obietterà – se i palinsesti della televisione sono pieni di programmi culinari e non c’è evento: culturale, politico, d’intrattenimento o anche di impegno sociale, che non sia “condito” ( nel vero senso del termine) con cena o pranzo o banchetto celebrativo all’insegna del mangiare e del bere? È possibile se si va a vedere più in profondità cosa questa “fame” socialmente sbandierata nasconde, cosa stia dietro alle tavole imbandite della mondanità che hanno bisogno di piatti succulenti e sempre meglio “confezionati”, che alludono a creazioni artistiche fatte più per l’occhio che per il palato, e cibi sempre più inusuali per accendere la fantasia e attivare il gusto o, forse, solo gli stomaci di ferro degli invitati ( “mala razza, solo ventre”) alla corte dell’imperatore di turno.

Secondo il mio punto di vista noi viviamo in un mondo fortemente disappetente, che ha dimenticato il rapporto naturale tra alimentazione e sazietà, ma soprattutto sta perdendo memoria della complessa elaborazione culturale che l’umanità ha prodotto intorno al cibo e ai suoi riti di preparazione e consumo, rendendolo sempre più un prodotto del mercato, dove l’interazione tra soggetto e oggetto è caratterizzata da uno scambio simmetrico: consumo il mio pasto e sento che il pasto mi consuma, in termini di salute, vigore, bellezza, … e per questo lo amo e lo odio dentro una catena di pulsioni inconsapevoli (“...qua re id faciam fortasse requiris/ nescio …” ecc., Catullo docet ) che spesso riusciamo ad interrompere solo grazie all’esperto di turno (nutrizionista, servizio giornalistico, ultimo ritrovato della dietologia: beverone magico, pilloletta bruciagrassi, dieta del minestrone, o delle patate, o delle mele, o…) oppure diventa concausa di stati di depressione e frustrazione che sempre più ci allontanano dal ben-essere a cui aspiriamo.

Ci siamo dimenticate/i quanto nella nostra cultura il cibo sia intrecciato a metafore che riguardano ambiti apparentemente distanti, e che la lingua conserva e rivela quando ad esempio diciamo che abbiamo “fame” di conoscenza, “sete” di sapere, “appetiti” intellettuali, quando confessiamo di non “digerire” certi argomenti (o persone), quando “ruminiamo” su certi progetti, quando non siamo mai “sazi” di certe esperienze, quando “divoriamo” un libro o abbiamo “nausea” di uno spettacolo, quando diciamo parole “dolci” o “acide”, oppure raccontiamo aneddoti “piccanti”.

Gli animali si nutrono e l’essere umano mangia, cioè non solo consuma gli alimenti ma li pensa e li restituisce sotto forma di parole, facendoli uscire – simbolicamente – dallo stesso organo da cui sono entrati. Insomma, forse per la contiguità della gola con la parola il cibo viene simbolizzato fin dalla notte dei tempi dentro l’ambito semantico di un’esperienza di conoscenza e comunicazione a largo raggio,che fa di sapore sapere e viceversa, in un rapporto da riconsiderare tra cibo e pensiero.

“Parla come mangi” non è solo un’invettiva, ma il riconoscimento di una interazione fondamentale tra le due azioni più importanti per l’esistenza umana. Questa interazione, che esprime il pensiero nei suoi ambiti più diretti, credo sia da recuperare alla consapevolezza sottraendo il cibo – e le sue vituperate conseguenze – al potere dello sguardo che fonda il dominio dell’immagine confezionata dalla cultura dei consumi, su cui la maggior parte di noi non ha autorevolmente possibilità di intervento; se smettiamo di “divorare con gli occhi”e restituiamo l’esperienza del pasto ai sensi dell’olfatto e del gusto che gli competono, possiamo – più liberamente – ritrovarci protagonisti della percezione degli aromi e dei sapori, sottoponendoli all’analisi ultima della nostra anima razionale – o del nostro spirito, o psiche, che dir si voglia – una volta sottratti all’”oscurità del ventre” che deglutisce e incorpora ma anche as-simila, rende cioè simile a sé – come si diceva – il soggetto e l’oggetto della nutrizione.

La dimensione simbolica del cibo spazia in ogni branca della cultura umana, dalla filosofia all’arte alla religione, ed è proprio la sua potenza semantica che viene recuperata e sfruttata dall’economia di mercato che pretende di dire l’ultima parola su cosa, come, quando e perché dobbiamo mangiare e bere o non mangiare né bere, sottraendoci quel rapporto intimamente individuale con l’alimentazione che è intrecciato anche dei complessi percorsi affettivi che legano i sapori che amiamo alle esperienze più profonde ed antiche della nostra vita, senza i quali – come ci ricorda Proust nell’episodio delle madeleines, molti saperi sarebbero morti al ricordo e, attraverso il ricordo, al contatto con noi stessi e la nostra storia.

Foto | stu_spivack


Silvana Sonno

 








Potrebbe interessarti anche…