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pubblicato sabato, 23 gennaio 2010 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Il passato deve restare passato


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Un racconto di Manuela Zurru

Lacrime

Quella mattina Antonio si sveglia e una lacrima gli scivola sul viso. Non è una lacrima da risveglio. È  una lacrima di sofferenza. Di ricordo. Di vuoto.

Solitamente, il suo primo pensiero al risveglio è quello di controllare che il suo prezioso amico si trovi al suo posto. Come se un pene, potesse lasciare improvvisamente il corpo di un uomo durante la notte, per andarsi a fare una passeggiata.

Ma, quella mattina di fine giugno, sono altri i pensieri che imprigionano il cervello di Antonio, non di certo un bell’uomo, con quel suo lungo naso a uncino e la pancia di collina.
Ci sono storie che diventano emozioni da vivere. Altre, ricordi da chiudere dentro uno scrigno in fondo al cuore. Sono quelle storie che vai a ripescare nel frigorifero emozionale e decidi di metterle dentro un pentolino di delusione, sul fuoco del presente. Come se la fiamma che riscalda il tutto sia in grado di dorare il passato a nostro piacimento.

Ma Antonio, non è un bravo cuoco. Si brucia sempre quando mette le pietanze sui fuochi.

Soprattutto se la pietanza si chiama Gianna.

Il passato deve restare passato. Senza retoriche o illusioni.

Nell’estate del 1964, Antonio aveva solo vent’anni quando incontrò la pietanza Gianna.

Gianna con le sue mani morbide. Le treccine che le sfioravano i seni acerbi e le labbra color ciclamino appassito.

In quel periodo, gli bastava uno sguardo più insistente del solito per provocargli un’erezione. Un rigonfiamento improvviso sotto i jeans stretti.

Si chiamavano i figli dei fiori, ma di fiore avevano ben poco. Si drogavano, facevano sesso come conigli e avevano ideali di pace assurda. Antonio faceva parte di quel gruppo solo per il fatto di essere un sessoconigliodipendente. Per gli ideali… beh, gli ideali erano un optional da utilizzare come chiave d’ingresso per il paradiso perduto.

Si chiamava paradiso perduto la verginità persa e concessa sotto l’estasi data da una canna.

Gianna era ancora vergine quando i suoi occhi si posarono sulle sue labbra.

“Ho voglia di baciarti sai?”. Antonio pronunciò quelle parole senza pensarci.

“No, non lo so mi spiace”. Lei rispose così.

Allora non ci fece caso, ma ora, a distanza di anni, sapeva che era l’unica risposta plausibile. La più vera.

Lui invece continuò a guardarle le labbra e decise di baciarla.

Il bacio fu molto dolce e passionale e ruvido.

Gianna disse solo “Non voglio, ti prego, fermati”.

Dopo quel primo bacio ce ne furono altri e altri ancora. E dopo i baci arrivarono le carezze. Nascosti da tutti, le carezze presero fuoco. Gianna aveva delle mani piccole. Amava quel particolare. Perché, la visione del suo membro stretto nelle sue mani, lo faceva sembrare ciclopico. Gianna esisteva solo come corpo.

Antonio si era smarrito nel diavolo. Aveva firmato il contratto, affidando la sua anima al demone e si era dannato.

Gianna continuava a piangere ma, le mani e il corpo del diavolo, non riuscivano a fermarsi. Antonio, sentiva una forza dentro e una voglia di possedere.

La passione si trasforma in rabbia quando non viene consumata.

La passione? La vera passione? Beh, quella che ti ferma la saliva in bocca. Che ti lascia la lingua impastata. Quella che ti fa luccicare gli occhi. Quella che ti fa balbettare. Quella che ti blocca il cervello e i pensieri. Quella che ti fa bagnare. Quella che senti il cuore battere. Quella che ti fa sentire le contrazioni nel tuo sesso. Preludio di un orgasmo. Un orgasmo annunciato. Voluto… deciso nei minimi particolari. La passione! La passione delle carezze. L’odore della pelle. Il profumo dello sguardo. L’umido del sesso. Il bagnato delle lingue.

Gianna era il desiderio.  Doveva possederla. Abusare e poi scappare.

“Mi spiace, lo volevi anche tu no?”.  Ricordava ancora quella domanda.

Gianna non parlava. Piangeva a occhi aperti. In fondo cosa si può dire quando a quattordici anni ti trovi di fronte al demone? Poteva solo tremare. E pregare un Dio che, in quel momento era impegnato altrove, di concederle la forza di respirare. Respirare piano.

Antonio si tirò su i pantaloni. La aiutò a rivestirsi. Poi scappò. Non la vide più.

Dopo Gianna, Antonio estinse il suo contratto infernale.

Oggi la vita di Antonio è realizzata. Un bell’appartamento vista mare. Una donna bellissima che lo ama. Ma perché quella lacrima si era trasformata improvvisamente in un pianto a singhiozzo che non riusciva a frenare? Forse perché il tempo era passato o più semplicemente perché sul quotidiano regionale, nella pagina dedicata agli annunci mortuari, delle labbra color ciclamino appassito gli avevano dedicato un sorriso di odio. Decise di alzarsi dal letto. Come ogni essere primitivo, diede una leggera grattatina alla natica destra… e poi con più forza a quella sinistra e finalmente, dopo vari pensieri, si sorprese piacevolmente, toccandosi, che il suo migliore amico fosse al suo posto. Ora poteva respirare più intensamente.

Foto | honikum


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