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pubblicato mercoledì, 27 gennaio 2010 da Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Quale memoria: riflessioni per la Giornata della Memoria

Quale memoria: riflessioni per la Giornata della Memoria

Quale memoria: riflessioni per la Giornata della Memoria

Il 27 gennaio, come è noto, è la Giornata della Memoria che riporta l’attenzione sulle atrocità della shoah; il giorno 10 febbraio, per decisione del parlamento italiano, è il giorno dedicato alla tragedia delle foibe, e queste date seguono a date più antiche, individuate per commemorare fatti significativi della storia nazionale e internazionale. Per l’Italia, ad esempio, ricordo ancora il 25 aprile, data della liberazione dal nazifascismo, nata dalla Resistenza, il 4 novembre, fine della prima guerra mondiale oggi “festa” delle forze armate, e così via, senza dimenticare la madre di tutte le celebrazioni che è il 2 novembre, giorno di tutti morti (sia pure fortemente insidiati dalle zucche di Halloween), perché in definitiva, quando si celebrano memorie collettive, di commemorare morti si tratta (o almeno questo è l’aspetto più saliente delle diverse celebrazioni), ma soprattutto di esorcizzare e allontanare dall’orizzonte presente le modalità che precisi soggetti storici hanno deliberato per farsi padroni dei destini di tanti essere umani inermi e incolpevoli.

La memoria al servizio della storia, si dice, e come negare il valore delle testimonianze che riscaldano con le parole della soggettività la narrazione oggettivante della ricerca storica?

Ma ugualmente come dimenticare che la memoria può essere deformata, manipolata, direzionata e anche impedita da spinte individuali e/o collettive, sociali e politiche? E anche quando questo non avviene, come proteggere l’evento e la sua tragicità da un uso della celebrazione che lo sterilizza, lo allontana, come le foto dei nostri defunti prendono il posto dei ricordi che hanno lasciato, o l’attribuzione di un nome ad una via costituisce una lapide tombale sulla persona che si intende ricordare, che invece svanisce dalla percezione in quanto individuo, proprio in virtù della targa che lo sostituisce?

La Giornata della Memoria e altre simili commemorazioni dovrebbero, nelle intenzioni, avere un uso civico, aiutare le giovani generazioni a sviluppare un sano orrore per le dittature, i genocidi, il razzismo, le guerre, ma anche per i soprusi più in generale, le deviazioni dei sistemi politici, le ingiustizie sociali, l’omofobia, la violenza. Ma questo può avvenire se non ci si limita a proclamare l’importanza del ricordare per costruire un futuro migliore, ma se la memoria diventa cassa di risonanza anche per le tragedie del presente, quelle su cui i media ci informano giornalmente e a cui diamo sovente ascolto distratto,o viviamo sulla nostra pelle, dalle catastrofi “naturali”, come le alluvioni e i terremoti, alle tragedie sociali, come a Rosarno per fare un esempio recente, o gli omicidi dei barboni, gli attacchi ai campi degli zingari e le violenze sulle donne,sui minori, sui “diversi” (tutti ospiti “celebrati” dei lager nazisti e fascisti), se dunque apre interrogativi sul presente e consente all’attività del ricordare il percorso che gli è proprio: dal presente al passato e poi di nuovo al presente, in modo da integrare e riconfigurare in modo “illuminato” i nostri valori, le nostre conoscenze, le nostre esperienze.

Ricordare è un processo creativo, una ricerca che si avvia a partire da uno stimolo che sentiamo come personale, che interroga la nostra interiorità che senza i segni del mondo rimarrebbe vuota e silenziosa. Ricordare è un processo che non può accendersi a comando e spegnersi in una giornata, in poche ore; il ricordo fonda l’etica, l’identità personale e collettiva, ma deve essere processo autentico, non una celebrazione del passato imposta dall’esterno, dall’alto, in cui la parola della vittima cede il posto a chi parla in suo nome, da un punto di vista particolare, parziale, spesso manipolatorio.

La realtà è più vasta dell’attualità, contiene tutto quanto è significativo per la nostra vita e riconosce il passato come pietra angolare del presente, nel bene e nel male, ed è per questo che bisogna sconfiggere un’idea di presente spalmata solo sull’attualità e diventare capaci di vedere a largo raggio; non ci occorre una memoria miope/presbite, capace cioè di vedere solo vicino o solo lontano, ma una capacità/disponibilità di metterci in gioco come attori e non come spettatori di giochi altrui, dentro una narrazione che parla alle/delle nostre vite.

Oggi c’è una indigestione commemorativa che stride col deterioramento sostanziale del tessuto sociale e culturale, che fa di nuovo largo alle mostruosità che una volta all’anno vengono condannate con pompa magna e retorica. Forse ricordare con parsimonia, ma in modo continuativo e coerente, può consentire ad eventi come la shoà di entrare in modo profondo nella memoria e nella storia di ognuna/o di noi e diventare una bussola efficiente per un percorso consapevole non insidiato da fantasmi che a distanza di cinquant’anni, come la storia contemporanea dimostra, non abbiamo imparato a fronteggiare e a riconoscere, a strappare definitivamente al limbo a cui sono affidati, pronti per essere recuperati o negati, celebrati o vituperati, di volta in volta vittime o carnefici, secondo come spira le Zeitgeist del momento.

Foto | Pedro Diaz




Silvana Sonno