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pubblicato lunedì, 15 marzo 2010 da Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Maison Italia


Maison Italia

Le recenti sfilate di moda a Milano hanno mostrato in passerella ciò che i professionisti italiani della moda – maschi e femmine – pensano della donna, dell’immagine adatta a sostenere la sua identità, la sua presentabilità sociale, in parole povere la sua “condizione di genere”, il tutto condito con scenografie da gran cinema, riferimenti artistici di grande raffinatezza, esasperati da musiche e effetti speciali di gran classe. E sui rotocalchi e in televisione giornaliste specializzate esaltano con un linguaggio per grandi iniziati le collezioni che pare ci facciano fare bella figura nel mondo: l’italian style, senza un accenno anche piccolo al fatto che le indossatrici lunghe lunghe e magre magre, che mostrano sui loro corpi le mises apparecchiate per l’occasione, non assomigliano a nessuna donna che si può incontrare per strada, al lavoro, a scuola, sui mezzi pubblici, e tanto meno in cima ai tetti dove a reclamare a gran voce il lavoro perduto sarebbe difficile muoversi con tacchi a spillo ultrasottili, un vero must perché “un bel paio di gambe vale più di un bel seno” (Armani), o sfuggire alla polmonite con la schiena velata da pizzi “effetto pitone” e coi fianchi occhieggianti da squarci “rasoiati come le tele di Fontana” (Gucci). Sotto i riflettori sfila “il lato sexy” – come titola un articolo di Repubblica – che consiste nell’esibire il corpo perfetto, secondo i canoni contemporanei, di donne avvolte in cappottoni ispirati a divise militari (Max Mara, ma il trend militare è da sempre molto in voga sulle passerelle), sopra abitucci di velluti e pizzi, tagliati ad altezza inguine, molto “osé e peccaminosi”, ma ornati di crocefissi in paillettes – sacro e profano, coppia di fatto della nostra cultura -; la salsa punk arricchita da scarpe con tacchetti a teschio sopra cui caracollano, con ostentata disinvoltura, esangui femmine androgine, essendo Charlotte Rampling l’icona che sembra andare per la maggiore tra gli/le stiliste.

Se ricordate il Portiere di Notte di Liliana Cavani, le suggestioni fetish di molte collezioni risultano più chiare e ancora più chiara è l’operazione di significazione simbolica che usa il corpo femminile per scrivere il codice di una trasgressività, che non è che l’altra faccia del controllo/potere su soggetti che si vogliono a bada da sempre. Dal blog Femminismo a Sud trascrivo questo brano (tratto dalla mailing list di Feminoska) che auspica la libertà delle donne dai condizionamenti culturali:

“Garantiamo alle donne di poter essere libere da pressioni sociali, culturali e religiose. Garantiamo loro di poter vivere dignitosamente nel proprio corpo, di non essere angelicate, nè trattate come mostri di lascivia, di poter godere ed esserne felici, di poter andare in giro come gli pare senza avere gli occhi degli uomini che effettuano loro una ecografia transvaginale. Liberiamo le donne da questi enormi fardelli, e gli uomini da tutte le loro convinzioni tragicamente machiste…”.

La discussione verteva sull’imposizione del burqa e del chador tra le donne islamiche. Tutt’altra storia, si dirà, ma siamo sicure che la moda dell’ “occidente libero” sia così immune da stereotipi sessisti, che a parole non vogliono la donna sottomessa e difesa dagli sguardi come per le prescrizioni di certo mondo arabo, ma ugualmente la indirizzano ad un rapporto col proprio corpo e i suoi ornamenti che dipende da un immaginario maschile, che non sa fare a meno delle solite consolidate polarità. L’accesso a nuove chances di vita che l’odierna società ci apre e a cui spesso risucchia violentemente le soggettività più indifese, soprattutto in questa fase di grandi e gravi trasformazioni, richiede la ridefinizione e spesso l’abbandono di immagini identitarie consolidate e la formulazione di nuove opzioni, ma queste devono avere un senso forte per chi le agisce, pena il deserto spirituale e intellettuale, che – e questo è il mio punto di vista – le proposte della celebratissima moda italiana non aiuta a far germogliare.

Foto | duke9042004




Silvana Sonno