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pubblicato sabato, 15 maggio 2010 da Graphe.it in Poesia e dintorni
 
 

La mia Musa


Tatiana Ciobanu, poetessa della Repubblica Moldova, condivide con noi le sue riflessioni sulla poesia.

Le muse

Sto cercando di immaginare la mia Musa: credo che sia una giovane fortissima, molto energica e, alcune volte, stanca. Sì, stanca di portarmi via sempre dai miei incubi, dalle mie inadeguatezze, dalle mie vicende personali, anche se assomigliano a quelle di tante altre donne come me che ogni tanto – deluse dal mondo che le circonda dopo qualche tradimento più o meno grave – capiscono che ormai la loro vita si è trasformata in un epilogo piuttosto breve rispetto a quello della civiltà egizia che è durato più di duemila anni, però sempre più di metà della propria storia personale, che bisogna riempire in qualche modo di senso, di valori e di speranza.

E allora senti un sussurro, una musica dentro, un ritmo vitale che bisogna cogliere al volo perché svanisce in un attimo. Chissà se leggendo tra tanti anni quei versi disperati, magari trovandoti in un ambiente rassicurante e felice penserai: “Che patetica”.

Solo che là dove l’emozione è vera, è sublime, è tragica con il passare degli anni non può diventare ridicola, continuerà a restare una testimonianza di un vissuto personale di una donna, che solo apparentemente sembra individuale ma in realtà fa parte della drammaticità del vissuto umano. E se è vero che le parole si materializzano, che bisogno c’è di trascinare in eternità il proprio grido?

Vorrei un giorno creare la poesia che somigli all’arte romana del periodo augusteo, una poesia armoniosa che nasconda il carattere conflittuale del mondo, per mutarsi in un inno alla bellezza, per cantare il creato. Per ora non mi resta che creare quest’armonia dentro di me, per poterla, poi, proiettare fuori, sempre che non sia una presunzione considerare di aver raggiunto finalmente l’armonia interiore.

Intanto sento dentro di me sbocciare, come un germoglio, la speranza. So che tu stai leggendo, quindi non sono sola. Questo però vuol dire che chi scrive – e in questo caso sono io – io non ha il diritto di essere una cattiva compagnia, perché affidare se stessi alla parola è anche un esercizio di coltivazione della propria coscienza, un percorso continuo, senza sosta.

La poesia è un viaggio senza ritorno: già in questo momento mi sono allontanata dal mio sentire di un secondo fa. L’importante è non allontanarsi mai dall’autenticità del proprio sentimento.

Allora grazie per la compagnia.


Graphe.it

 
“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)








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