0
pubblicato sabato, 15 maggio 2010 da Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Vite al buio


InfelicitàÈ accaduto a Grisolia, in provincia di Cosenza, lo scorso 4 maggio. Una neonata è stata trovata sulla strada – ancora con il cordone ombelicale aperto e segni della placenta attaccati al corpicino – lanciata da una finestra del quarto piano di uno stabile antistante, dalla madre che l’aveva appena partorita. Un tentativo (la bimba è ancora viva in ospedale, sia pure con un grave trauma cranico) di infanticidio, che accende una luce inquietante su uno spaccato di vita che si svolge nelle pieghe della nostra vita civile e ne illumina improvvisamente gli angoli bui, dove si annidano e si moltiplicano le ombre mostruose che da sempre si tenta di sconfiggere, o almeno di dimenticare.

Penso a quella donna (una romena di circa quarant’anni, ma né la provenienza né l’età sono significative, se non come dato sociologico) che è rimasta incinta e ha portato avanti una gravidanza fino al compimento naturale, senza che nessuna delle persone a lei vicine – ma evidentemente di vicinanza solo “geografica” si tratta – si sia accorta di nulla, e poi ha dato alla luce un esserino che evidentemente aveva nutrito dentro l’utero – lungo tutti i nove mesi della gravidanza attraverso lo scambio metabolico garantito dalla placenta – della sua paura, del suo risentimento, della solitudine e dell’odio, i cui semi sono germogliati, fino al gesto estremo e disperato che s’è infine consumato dentro i dolori di un parto non assistito e, fuori, sull’asfalto di una strada qualsiasi.

Ho usato una metafora consueta per descrivere la nascita: “dare alla luce”, ma come ho appena detto le luci non sono tutte uguali perché, come succede per la “forma dell’acqua”, esse si connotano di ciò che vanno a illuminare e se ciò su cui sciolgono il velo dell’oscurità è la nuda rappresentazione dei propri fallimenti esistenziali, della brutalità della vita a cui si soggiace, del deserto affettivo in cui la propria sopravvivenza stenta ad avere nutrimento, al punto che nessun’altra vita può essere ammessa ad abitarlo insieme, allora quella luce occorre spegnerla al più presto, occorre ritrovare nel buio la possibilità di nascondere ancora a se stessi quei fallimenti, quella brutalità, quel deserto.

Un infanticidio consumato in quelle condizioni e quelle modalità assomiglia ad uno dei tanti suicidi che la cronaca ci rimanda e che sono la sigla di quanto poco siamo in grado – come società civile e anche come soggettività, ciascuna impegnata dentro il nostro specifico habitat – di curarci di chi ci passa accanto e che spesso registriamo frettolosamente come straniero a noi stessi: romeno, cinese, marocchino, zingaro… extracomunitario tout court, uomo o donna, giovane o anziano/a, dati sociologici non significativi della corretta percezione di quelle vite, di quei bisogni, di quei diritti.

Se si va a considerare il dato statistico relativo al numero di gesti cruenti contro se stessi e contro i propri figli, si può notare che sono molte le donne che si “macchiano” di crimini che fanno tanto più orrore, perché contraddicono quanto la nostra cultura ha costruito intorno alla figura della madre. L’ombra minacciosa di Medea avanza a contaminare dei segni sanguinosi della tragedia gli altarini apparecchiati di immaginette e motti del luogo comune più visitato sul sentimento materno, che si nobilita del sacrificio della madre, ma salva sempre e comunque le creature. La cronaca, ma anche la storia, ci dice che non è così, che nessuno/a può sentirsi al riparo dagli spettri dell’infelicità che – lei sì – costituisce un contagio malefico che avvelena le esistenze e inquina ogni possibilità di assicurare la vita, per quel che di alto e nobile questa parola evoca.

L’infelicità non è una malattia contro cui basta alzare le difese immunitarie del contagiato – uomo o donna, che sia – con qualche dose di vitamina, l’infelicità ha bisogno d’essere prevenuta e la prevenzione riguarda tutti/e. Solo la felicità è in grado di garantire il nutrimento sufficiente a permettere alla luce di risplendere e rischiarare e accogliere in sé ogni essere che della luce ha bisogno per vivere. Ma la felicità è un prodotto della relazione, che si alimenta con la vicinanza, il dono, l’accoglienza, il rispetto, la speranza, il senso del futuro.

Quella donna di Grisolia – e le altre come lei – non era felice, e questa assenza, questa mancanza di nutrimento, questa deprivazione, lei ha potuto passare al frutto del suo ventre ignorato. Si dà solo ciò che si possiede.

Foto | go ask alice…




Silvana Sonno