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pubblicato mercoledì, 28 luglio 2010 da sr Anastasia in Punti di vista
 
 

Dio disse: Sia la luce! Signore, che io veda!


L’incontro col buio, con la tenebra è una delle esperienze più dure, più dolorose per noi; l’ingresso nella notte ci mette paura, ci fa sentire dispersi e soli. Non ci riconosciamo, non ci percepiamo più. È un salto a ritroso troppo ampio, troppo esigente per noi. Infatti la nostra prima notte, gestazione di nove mesi nel grembo materno, non conobbe solitudine e vuoto, mai fu assenza; quella notte era luce e non tenebra, abbraccio e non solitudine.

Ma da quel primo giorno, al nostro affacciarci disarmato sulla scena del mondo creato e della vita, da allora, per noi, il buio significa paura, e solitudine e assenza. Non c’è più lei, la compagna di giorni e di notti, di respiri e battiti appena accennati del cuore.

O notte, tu sei per noi assenza di madre, sei solitudine immensa, che nulla potrà mai colmare!

Dunque, scoprire che la prima parola di Dio, il suo primo sorriso sul mondo, è stata proprio la luce, due sillabe, due soffi di vita, davvero è per noi grande conforto, è riscatto, liberazione dalle catene di mille paure.

«Sia luce!», ha detto Dio al principio dei giorni, quando ancora la terra era informe, deserta, avvolta nell’abbraccio di gestazione, covata dallo Spirito, amata dalle sue ali di madre (cfr Gen 1, 1-3).

Luce – or – è parola di vita, è apertura, scommessa vincente contro la morte e ogni umana solitudine. Luce è Dio stesso che scende per raccogliere noi, figli suoi.

In ebraico, lingua di Dio, essa risplende di tre lettere d’oro, radici traboccanti di senso: la alef, la waw e la resh, che segnano il percorso, per noi, destinati a uscire dal buio ed essere accolti tra le braccia del giorno.

Alef è lettera santa per eccellenza. Nessun’altra è, come lei, espressione di vita divina, presenza forte e sicura di Lui, Creatore. Prima lettera dell’alfabeto, principio di ogni parlare, è anche il soffio delle labbra di Dio. Non ha suono, quasi rimane muta, nello scorrere delle parole, eppure senza di lei nulla può cominciare, non c’è creazione, né incontro.

Alef è Dio stesso, l’Uno, il Principio del mondo, il giorno santissimo in cui ebbe inizio la creazione, la vita. Anche noi troviamo qui la nostra sorgente. Non altrove potremo attingere mai spiegazioni al grande perché, o comprensione per le domande che più fanno male, quelle che nascono dentro, al profondo del cuore.

Alef è Dio che si apre. Infatti, scomposta, questa parola, diventa bocca di Dio. Davvero è Lui che ancora ci bacia, ci parla, si comunica a noi, senza riserve, senza tagli di sorta. Dio, Luce del mondo, dell’essere, è passaggio, è comunicazione, dichiarazione incessante di un amore che non può finire, né mai venir meno.

Alef è maestro, perché così significa il verbo formato da questa radice. Alléf, infatti, suona in ebraico. Ma non è solo questo. La nostra Alef divina, il principio vitale da cui anche noi abbiamo origine e senso, mentre insegna, mentre è maestro, anche impara. Non sono scindibili questi due significati del verbo. Chi entra nel mondo di Dio, chi frequenta la sua scuola di vita, allora sa che non c’è insegnamento vero e sicuro, se prima, se insieme non c’è anche apprendimento, umile ascolto di chi vuole imparare. Maestro e discepolo è Dio, presso di noi.

E così viene la seconda lettera, da cui è formata la luce – or: la waw. Umanissima, esile come siamo ognuno di noi, solo un piccolo segno, come un chiodo, un gancio, appena appeso. Waw, che vale sei e non sette, a un soffio dalla pienezza, mai raggiunta, mai posseduta.

Ponte che unisce, che conduce all’incontro, che aiuta a passare al di là. Sì, proprio così; la nostra umanità è l’unica strada a noi percorribile per raggiungere Dio.

Disegno abbozzato della nostra colonna vertebrale, come suggerisce la forma della scrittura, la waw ci insegna che occorre piegarci. Essa infatti si pone nel mezzo, unisce fra loro lettere uguali o diverse, fa da ponte, apre i cancelli, abbatte steccati.

La waw è lettera viva dentro di noi, colonna vertebrale che ci permette di rimanere noi stessi, di tenere alta la testa, anche quando dobbiamo piegarci.

Non ci pentiremo di aver abbassato la testa, inchinati davanti all’Alef divina, di aver detto di sì, di avere creduto che valeva la pena accettare di esserci ancora, di rimanere sulla scena del mondo.

Solo così, infatti, si può arrivare all’ultimo segno, alla resh, che completa, che fa pienezza di senso. Ecco, Dio disse: «Sia luce!» .

Quest’ultima lettera porta con sé significati stupendi, misteri grandi, dell’uomo e di Dio. Essa è il principio, il capo, la testa, è l’inizio di tutto. Col valore aritmologico di duecento, essa è simbolo centuplicato di ricettività, di accoglienza, in quanto omologo di venti, che è caf, mano e di due, la bet, che è casa.

Dunque riscopriamo il lungo cammino percorso, dall’alef alla resh, passando per waw, strada di uomo e di donna. Creazione rinnovata, sempre iniziata da capo, nella forza di Dio, Alef perenne del mondo.

Parola ripetuta per sempre: «Sia luce!», essa non può che incontrare il grido di tutta la creazione, farsi una sola cosa con esso. E allora, con la schiena piegata, col nostro waw proteso dall’alef al resh, saremo noi, di notte o di giorno, a ripetere questa preghiera: «Signore, che io veda!» (Sal 119, 18).

Non ci sarà più paura, né solitudine, o vuoto, perché quando c’è Dio la notte è chiara come il giorno (Sal 139, 12). Accolti fra le sue mani e abbracciati nella stretta d’amore della sua casa, noi saremo vivi di nuovo, cominceremo a nascere ancora, figli della luce (Ef 5, 8; 1 Tess 5, 5) e della risurrezione (Lc 20, 36)!

Foto | Lel4nd


sr Anastasia

 








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