2
pubblicato martedì, 9 novembre 2010 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

Viaggio in America: dal parco di Yellowstone alla città di Cody


Oggi colazione con barrette ai cereali acquistate in precedenza, impossibile per noi emulare il cowboy che mangia qualcosa di fritto versandoci sopra ketchup in quantità davvero discutibili! Alternativa? Salsicce galleggianti nell’olio e patate fritte con cipolla. Sul bancone, un cesto pieno di lecca lecca con… scorpioni all’interno, da gustare quando la caramella finisce! Tutto ciò sta avvenendo alle 7 del mattino in un saloon del Montana, al confine di una delle entrate del parco di Yellowstone. Prima di lasciarlo infatti, ne attraverseremo un’altra parte che, a dire il vero, ci rattristerà un poco.

È il 27 agosto, venerdì, giornata fresca e cielo terso, la gente è molto cordiale, al drugstore acquistiamo l’occorrente per dei panini (perché qui il formaggio non sa di niente?) e in auto non manca la scorta di una bibita incredibilmente buona, una specie di Coca Cola all’amarena della quale non riesco più a fare a meno! Che dia dipendenza?!? Si chiama Dottor Pepper, è nata nel 1885 e, vi giuro, non ho mai bevuto niente di più buono prima!

Ancora prati, foreste, profumi indimenticabili, paesaggi incantevoli. E quanti cerbiatti! I bisonti continuano ad attraversarci la strada e ci sono altre persone che, come noi, si fermano a fotografarli. Ci rammarichiamo di non aver avuto la fortuna di vedere almeno un orso…

Poi però lo scenario cambia e la malinconia ci assale. Nel 1988, parte del parco (che come ho detto è un vero e proprio stato) fu devastata da un terribile incendio che ne interessò quasi i due terzi. Ben venticinquemila persone furono coinvolte nel tentativo di spegnerlo, ma fu la natura (che dà e toglie, visto che la maggior parte degli incendi al parco sono causati proprio da fenomeni naturali) a risolvere le cose con una nevicata improvvisa. E così attraversiamo un immenso cimitero di alberi, scheletri ritti contro il cielo, ancora in piedi per chissà quale strana ragione. Un silenzio irreale e rispettoso interrotto dai sibili del vento che paiono un monito, un colore d’ossa ovunque… sì, ecco cos’è, un ossario dove solo le cavallette si recano a pregare. Quanti animali hanno perso la vita, qui? Quante piante? E niente più profumo di abeti né canto di uccelli. Tutto tace, è la dignità ancora intatta di questi grandi tronchi senza vita, a parlare. E ancora una volta mi rammarico di non saper dipingere.

Usciti da Yellowstone, incredibile luogo che mai si è pronti a lasciare, ci dirigiamo verso Cody. Attraversiamo adesso un vero e proprio panorama da film western, un territorio roccioso che pare nascondere gli indiani, mentre il sole cala. Non incontriamo neppure una macchina, solo giovani cerbiatti curiosi. Notte al ranch dove chiedo un’insalata e mi vengono serviti dei… fusilli all’aceto. Sognando le tagliatelle bolognesi o i mitici culurgiones della mia terra, mi addormento mentre fuori piove a dirotto e al saloon suonano musica country.

Mattinieri come sempre, giungiamo a destinazione. Cody è davvero carina, ma perché qui nessuno usa l’ombrello? E nessuno lo vende, un ombrello! Pare che non si accorgano della pioggia… Non resisto alla tentazione di un gelato che si rivela ottimo, anche se il colore della menta (il mio gusto preferito) è rosa! Tutti sono amabili, una donna ci racconta del suo fidanzato romano mostrandoci la foto, ci sono tanti negozi deliziosi ed io mi regalo un cappello da cowgirl, rosa pure quello: amo gli abbinamenti! Sconcertata dal fatto che qui si possono acquistare armi con estrema facilità, e amareggiata dai trofei di caccia appesi ovunque (teste di meravigliosi animali esposte per una vanità per me incomprensibile, grandi orsi, alci, cerbiatti e piccoli animali senza vita, lo sguardo vitreo), rifletto sulla storia di questa suggestiva cittadina. Cody infatti, prende il nome dal suo fondatore, Buffalo Bill Cody, leggendario personaggio, grande cacciatore di bisonti, nonché impresario di spettacoli dedicati al Far West.

“L’onorevole colonnello William Cody, che apparve ai nostri nonni, quando venne in Italia, un Achille, un Orlando o un Garibaldi, e fu ricevuto in tutte le corti europee, era solo un gigante di argilla o possedeva qualche autentica dote? E perché se fu soltanto un massacratore di bisonti e di indiani, ancora oggi l’America sbandiera i suoi vecchi poster e fonda un museo in suo onore?” (Henry Blackman Sell)

Perché dunque uno sterminatore di bisonti (pare ne abbia uccisi ben quattromila) e un nemico degli indiani, sia stato trasformato dagli americani in un grande eroe da ricordare, non riesco davvero a comprenderlo. E non ho voglia di visitare il museo a lui dedicato. Che volete farci, io sono fatta così.

Invece vado al rodeo! Qui stasera farà davvero un gran freddo, alla prossima!


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








Potrebbe interessarti anche…