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pubblicato venerdì, 19 novembre 2010 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

Viaggio in America: un rodeo


Cody è proprio la capitale dei rodei, e benché si tratti oramai di uno spettacolo per turisti, il rodeo possiede ancora il suo fascino. Mi colpisce l’inno nazionale, prima che tutto abbia inizio, con gli spettatori in piedi, la mano sul petto, composti e silenziosi. Il patriottismo americano in questo viaggio emerge ovunque, tuttavia spesso lo associo al fanatismo e mi sconcerta.

Bando alle ciance, lo spettacolo ha inizio. Bimbi piccolissimi a cavallo, gare di tempo per catturare al lazzo i vitelli, cavalcate su tori infuriati che spesso hanno la meglio disarcionando gli uomini in un batter d’occhio, mentre i clown li distraggono dando il tempo al cowboy di rimettersi in piedi e scappar via (mi sa che il toro è “rancoroso”). La gente incita, in prima fila uomini dalla lunga barba e donne con strani copricapo, gonne lunghe e fiocchi in vita, catturano il mio sguardo: sono gli Amish, comunità dalla grande e profonda identità religiosa, contraria alla civilizzazione e ancorata alla vita semplice di campagna. Vivono fuori dal tempo, rifiutano l’energia elettrica, e pensate che le loro vesti sono prive di cerniere lampo! Troppo moderne! Se gli uomini portano la barba, significa che sono sposati, le donne “maritate” invece indossano una cuffia nera e, quelle nubili, la portano bianca. La tentazione di fotografarli è grande ma temo non sarebbe carino. Piove per tutto il lungo spettacolo notturno e il vento è gelido, ma ce ne andiamo soddisfatti per la vittoria degli indomabili tori.

Domenica mattina lasciamo Cody ed ecco di nuovo i territori pianeggianti del Wyoming, con qualche femmina di cervo che bruca solitaria, sollevando la testa al nostro passaggio. Strada deserta, Super Tramp come sottofondo, l’aria è frizzante ma il cielo è terso dopo tanta pioggia. La natura è in pace col mondo oggi. Abbiamo saltato la colazione, il purè con hamburger non fa per noi! Quanti luoghi di grande importanza storica… Fort Laramie, famosa per il trattato che sanciva la fine di ogni guerra contro gli indiani, Little Bigorn, tristemente nota agli Stati Uniti per la battaglia tra gli indiani (Lakota, Araphao, Cheyenne e Sioux, alleati) e il settimo cavalleggeri, che costituisce forse l’unica indiscutibile vittoria contro l’esercito americano cappeggiato dal generale Custer. Lui e i suoi uomini furono sterminati, e un massacro è pur sempre un massacro, anche quando chi vince è nel giusto e difende i suoi diritti.

Qui la prateria è suggestiva, ma già provo nostalgia per gli odori delle foreste, i colori attorno ai geyser, e le terrazze di travertino di Mammoth Hot Springs. E le Tower Roosevelt, le ninfee, i canyon… Là, su quelle altitudini, mi è accaduto qualcosa che in altri luoghi (sulle Dolomiti per esempio) non avevo mai provato: il mal di montagna. Stordimento, nausea, spossatezza, difficoltà nei più naturali movimenti. Sgradevoli sensazioni che naturalmente svaniscono non appena si scende un po’ di quota. Guardo dal finestrino queste grandi distese, e mi sento ovunque protagonista di un documentario, come giorni fa nel sottobosco, con quegli occhietti timorosi e attenti di giovani cerbiatti che ci spiavano; più temerari, gli scoiattoli accorciavano le distanze, ma quando lanciavamo loro pezzetti di muffin ai mirtilli, venivano puntualmente scippati da grossi uccelli!

Ci fermiamo davanti ad una grande radura di un giallo dominante, a fotografare un coyote interessato a qualcosa che si muove tra l’erba secca. Si acquatta, immobile, per poi compiere dei salti decisi, ma la sua caccia non sembra dare buoni frutti.

Altro meraviglioso panorama di rocce e granito, le Bighorn Mounth, dove respirare nuvole. E che dire della maestosa vallata che ci appare all’improvviso? È la più grande e panoramica che io abbia mai visto, tutto è a perdita d’occhio!

A Upton, paese di tre casette, sei distributori di benzina e un fioritissimo cimitero, le uniche forme di vita sono rappresentate da un gruppo di enormi tacchini che ci attraversa la strada.

Domenica pomeriggio, entrando nel South Dakota, troviamo un comitato d’accoglienza più unico che raro: un doppio arcobaleno sotto una pioggerella fitta fitta. Mai visti prima, due arcobaleni nello stesso punto! Qui tutto è “di più”! L’aria è diventata calda e riprendendo le grandi pianure ritroviamo i lunghissimi treni, stavolta carichi di carbone. Ci fermiamo a Custer, prima storica città delle Black Hills. È molto carina, di certo turistica e ben attrezzata, ma suggestiva. Commetto il tipico errore da turista: stanca di bistecche e hamburger, rattristata da parche colazioni dietetiche, mi lascio tentare da una voce del menù che dice in italiano “scampi e fettuccine”! Pare un miracolo, ma meno miracoloso è l’aspetto del piatto che mi viene servito: le fettuccine galleggiano in un mare d’olio abitato da una grande quantità di spicchi d’aglio, e gli scampi sono in realtà grossi e viscidi gamberi crudi. Così, mentre gli astanti si danno alle proteine annegandole nel ketchup, io giocherello con la forchetta, mentre con il pane faccio la scarpetta in una salsa al vino niente male. Regola numero 1: MAI prendere la pasta in giro per il mondo!

La luna è alta adesso, il vento tiene lontane le nuvole, la solita musica country ci accompagna al motel di legno, dove Morfeo in cappello da cowboy ci terrà abbracciati per tutta la notte. Domattina ci aspettano le Black Hills, con il monte Rushmore e le facce dei quattro presidenti degli Stati Uniti scolpite nella roccia.

Alla prossima puntata, che sarà anche l’ultima di questo reportage!


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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