Donne e Risorgimento: Giuditta Bellerio Sidoli
“Sorridimi sempre! È il solo sorriso che mi venga dalla vita”.
Così Giuseppe Mazzini si rivolge a Giuditta Bellerio (Milano 1804 – Torino 1871), in una delle lettere più intime del loro lungo epistolario, e con queste parole le offre, come un innamorato “qualsiasi”, il tributo di un amore pienamente accolto e condiviso. E qualche anno dopo, ancora le scrive:
“è impossibile che io faccia un romanzo su di te. V’è troppa storia per me nell’amore che ti ho portato e in tutto quanto ho sentito per te”.
Ma della tanta “troppa storia” che Mazzini riconosce alla intensa relazione che lo ha legato a Giuditta, oggi resta soprattutto l’aurea d’un amore romantico che, se da una parte “scalda” la figura del patriota Mazzini, altrimenti interamente dedito alla causa risorgimentale, dall’altra vela e riconduce lei al ruolo di donna amata da un “grand’uomo” e per questo illuminata di una luce non propria. Ma Giuditta Bellerio non può in nessun modo essere ridotta a una figura di contorno dell’epopea mazziniana; l’affascinante, colta e bellissima – stando alle cronache – figlia del barone Andrea Belleri, è una delle protagoniste dei momenti più accesi della storia dell’indipendenza italiana, avendone attraversato le fasi più significative insieme a personaggi che trovano sicuro rilievo nei libri di storia: Mazzini, appunto, e Maria Drago, sua madre, ma anche Ciro e Celeste Menotti, Jacopo Ruffini, Giulia e Gustavo Modena, Luigi Amedeo Melegari, Anna, Attilio e Emilio Bandiera, Francesco Crispi, Lajos Kossuth, il protagonista del ’48 ungherese, Gino Capponi e i molti patrioti mazziniani con cui venne a contatto, a partire dal gruppo di giovani carbonari che frequentò a Reggio Emilia, dove aveva sposato, appena sedicenne, uno di essi: Giovanni Sidoli, con il quale condivise da subito la lotta per l’indipendenza e la libertà dell’Italia.
Il naufragio dei moti costituzionali del 1821, la condanna a morte di Giovanni da parte del Duca di Modena, costrinsero la coppia a fuggire, con una bimba in fasce (Maria), in Svizzera e successivamente in Francia, a Montpellier, dove Giovanni morì, per una grave malattia ai polmoni, nel 1828. Durante l’esilio, i coniugi misero al mondo altri tre figli: Elvira, Corinna e Achille. Alla morte del padre, le tre figlie e il figlio furono tolti a Giuditta dal suocero che, fedele a Francesco IV, rifiutò di far allevare la sua discendenza da una “ribelle” all’autorità legittima. Nonostante i periodici tentativi, la madre non riuscì a rivederli per otto lunghi anni. Da quel momento la vita di Giuditta fu scandita da altre fughe e da nuove cospirazioni, dopo il fallimento dei moti di Reggio Emilia, a cui partecipò in prima linea nella sollevazione del febbraio 1831: fu lei a consegnare alla neo costituita “Guardia Civica” la bandiera tricolore, poi esposta sul palazzo del municipio e oggi conservata al cittadino Museo del Tricolore.
Dopo il fallimento dell’insurrezione, per sfuggire alla repressione austriaca prese nuovamente la via dell’esilio: prima a Lugano e poi a Marsiglia dove, nella sua casa, al n. 57 di rue de Féréol, ospitò molti esuli italiani e, tra questi, Giuseppe Mazzini, con cui iniziò una storia d’amore appassionata e travagliata, e – accanto a questa – una intensa collaborazione politica. Insieme, nel 1832, fondarono il giornale politico La Giovine Italia, di cui Giuditta assunse il ruolo di responsabile e amministratrice. Saputo dell’imminente arresto di Mazzini, a quel tempo gravemente malato, da parte delle autorità francesi, lo seguì nell’esilio di Ginevra per aiutarlo nel lavoro politico e curarlo, e restò al suo fianco finché Mazzini si trasferì a Londra. Anche dopo aver concluso la loro relazione sentimentale, Mazzini e Bellerio restarono lungamente in contatto epistolare, mentre Giuditta trascorreva la sua vita in un continuo peregrinare per gli Stati d’Italia e d’Europa, nella ricerca del/le figlio/e e nelle partecipazioni ai vari moti rivoluzionari e cospirazioni – a Livorno, Firenze, Roma, Modena, Bologna, Milano –, dove incontrò segretamente e ospitò nei suoi salotti i profughi e i patrioti in fermento di tutta Italia, ma non esitò a accorrere per assistere e curare i feriti nei momenti più tragici e cruenti delle insurrezioni. Spiata, perseguitata, incarcerata dalla polizia borbonica e austriaca, come pericolosa emissaria della Giovine Italia, e in sospetto di non essere una buona cristiana – si legge nei verbali conservati della polizia segreta che “non osserva i precetti della chiesa e durante i giorni di quaresima mangia carne”, Giuditta concluse la sua esistenza a Torino, dove si trasferì dal ducato di Parma, definitivamente, nel 1852, dopo essere riparata in Svizzera, a seguito della repressione scatenata tre anni prima da Carlo III – succeduto ai governi più tolleranti del padre Carlo II e di Maria Luisa –, che le costò un mese di prigione a Modena e il trasferimento coatto a Milano, nel carcere di Santa Margherita.
A Torino, nel 1853, poté riabbracciare per l’ultima volta Giuseppe Mazzini, che vi era giunto clandestinamente, dato che su di lui pendeva una condanna a morte, firmata dalle autorità dello Stato sabaudo. Quando, nel 1861, venne proclamata l’unità d’Italia, Giuditta si recò a Reggio Emilia, dove fu accolta da manifestazioni di stima e riconoscenza dalla popolazione e – finalmente in piena libertà – poté ritrovare tante/i compagne/i di speranze e lotte.
Nel 1868 Giuditta Bellerio si ammalò gravemente di tubercolosi e, il 28 marzo 1871, si spense, stroncata da una polmonite, dopo aver rifiutati i sacramenti religiosi, coerentemente con la sua dichiarazione di “credere liberamente nel Dio degli esuli e dei vinti, non in quello imposto dalla Chiesa”. Torino la ricorda con una targa posta al numero 20 della via che l’ospitò – oggi via Mazzini – e con l’intitolazione di una strada tra via Passo Buole e corso Traiano.
È da precisare che via Bellerio a Milano, più nota perché spesso ricordata in quanto sede “storica” della Lega Nord, si riferisce a Carlo Bellerio, fratello di Giuditta, anch’esso patriota, morto – ironia del destino e dei riflussi della Storia – in nome dell’Italia unita.
La vita di Giuditta Bellerio Sidoli, contraddistinta dall’impegno patriottico, dal coraggio di sfidare le convenzioni sociali – il suo legame “irregolare” con Giuseppe Mazzini fu largamente osteggiato anche negli ambienti risorgimentali –, dalla volontà di conciliare vita politica, sentimenti e doveri familiari, è testimone esemplare di un problema antico, ma quantomai attuale: la fatica, le contraddizioni, gli ostacoli che una donna deve affrontare, per mediare le diverse sfere della propria esistenza, senza rinunciare alla sua intima libertà, senza tirarsi indietro davanti alle emergenze della Storia, ma accettando di “gettare la propria vita sulla bilancia del destino, quando è necessario”, come ebbe a dire (e a fare) un’altra grande donna, in anni di poco successivi: Rosa Luxemburg, che al suo impegno sacrificò la vita.
Giuditta invece ebbe la soddisfazione di vedere le sue idee coltivate anche dai figli con cui in ultimo si era riunita (le ragazze come protettrici dei cospiratori, mentre l’unico maschio Achille partecipò agli ultimi moti mazziniani e alla difesa della Repubblica Romana), di poter mantenere contatti e legami profondi sia con gli uomini che aveva amato, sia con le persone che aveva incontrato nel corso della sua intensa esistenza, e di assistere serenamente al compimento dell’unità nazionale, sia pure su presupposti diversi dalle sue intenzioni e dal suo impegno libertario e repubblicano.
| Negli anni tormentati del nostro Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al raggiungimento dell’indipendenza italiana, al fianco di ben più noti illustri personaggi della nostra storia. L’oscurità e il silenzio che sono calati su tante donne che hanno messo la propria vita a disposizione della lotta risorgimentale rappresentano uno di quei buchi neri che continuano a inghiottire le presenze femminili della nostra cultura, passata e contemporanea. È giunto il momento di restituire visibilità almeno ad alcune di queste – necessariamente poche e scelte in modo del tutto arbitrario dentro il numero alto e significativo che le contiene – in vista delle celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia. |
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Lavorando ad un romanzo storico ambientato nel Messico di Juarez e Massimiliano d’Asburgo, ci siamo documentate sulle figure femminili risorgimentali per dare spessore alla nostra protagonista, la giovane e ardimentosa Carolina Crivelli, giornalista milanese partita per la corte di Massimiliano e Carlotta nella speranza di riportarne materiale tale da fruttarle l’assunzione nel Secolo di Sonzogno (all’epoca IL giornale per eccellenza). E abbiamo scoperto che, a dispetto della storia ufficiale che le ha dimenticate quasi tutte, amando ricordare solo la contessa di Castiglione e le sue arti erotiche a danno di Napoleone III, chi dice Risorgimento dice donna (come titola un piccolo saggio di Afeltra). Bel post. E bellissima iniziativa.
Grazie dell’apprezzamento. Ti invito a continuare a leggere e scoprirai che anche su Virginia Castiglione si è fatto molto gossip, per oscurarne il valore. Buona fortuna per il vostro romanzo e per tutte noi, “ragazze di ogni età”.
Complimenti per questo bel lavoro. Posso utilizzarlo,insieme ad altro materiale, naturalmente citando l’autrice e la pubblicazione per un post su VDBd (Viadellebelledonne) blog letterario femminile?
grazie e cordiali saluti
MGC
Può utilizzare il materiale qui proposto proprio allo scopo di fare uscire dal silenzio e circolare fuori dagli ambiti specialistici figure di donne altrimente “invisibili”. Grazie dell’apprezzamento. Silvana Sonno
GRAZIE A TUTTE/I MI PIACE MOLTISSIMO LEGGERE LA STORIA DELLE DONNE Eugenia