Le “Madri della Patria” raccontate da Silvana Sonno
Silvana Sonno è una scrittrice ed è l’ideatrice dell’approfondimento Madri della Patria del blog-magazine GraphoMania della casa editrice Graphe.it. Abbiamo sentito il suo parere sui 150 anni dell’unità d’Italia, che possono rappresentare un’occasione molto importante per promuovere la diffusione delle vicende storiche che insistono sul Risorgimento italiano e sul processo unitario.
Il grave deficit di conoscenze storiche di cui soffrono intere generazioni si somma alla omissione delle vite e delle storie delle tante donne che, con la loro passione e il loro coraggio, hanno scritto la storia. Che ne pensi?
La celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, come sai, ha avuto una partenza travagliata e la sua ripartenza mi pare che sia su binari molto istituzionali e convenzionali. L’argomento – hai ragione – è stato poco dibattuto e anche nelle scuole non ha avuto/non ha il rilievo che merita, considerato che tutti i problemi che attanagliano l’Italia di oggi erano visibili – sia pure in proiezione – nel confronto e nelle scelte di allora. Per quanto riguarda le donne io credo si possa affermare che l’800 – il secolo lungo – abbia offerto loro una fucina dove forgiare nuovi e coraggiosi percorsi identitari che hanno messo le basi del movimento femminile e femminista che ben conosciamo. La fase prerisorgimentale e dei primi decenni dell’ottocento fino all’Unità, in particolare, hanno visto emergere numerosissime figure di donne che hanno gettato il loro destino sulla bilancia della storia, come ebbe a dire qualche decennio dopo Rosa Luxemburg, che di quel processo seppe farsi carico, dalla sua prospettiva storica e personale. Che se ne sappia poco e di alcune – forse molte – niente, fa parte di quella congiura del silenzio che ancora oggi oscura molti percorsi femminili, soprattutto se non sostenuti da appartenenze e lignaggio “qualificati”. D’altra parte non può che essere così fino a quando si usa – per descrivere anche le emergenze storiche – un linguaggio che le donne – in quanto tali – non contempla e rappresenta. Pensa alla dicitura corrente per parlare delle personalità che hanno “fatto” il Risorgimento: Padri della Patria, forse l’espressione più autenticamente patriarcale che sopravvive nel nostro lessico, e esclude in via di proprietà grammaticale e semantica le donne, che pure sono state numerose e importanti in tutto il corso degli avvenimenti che hanno reso possibili i migliori anni- i meno bui, quanto meno – della nostra storia nazionale, dal Risorgimento appunto, fino alla Resistenza antifascista e alla nascita della Costituzione repubblicana. Padri della Patria significa concretamente che siamo tutti/e fratelli e sorelle in quanto figli e figlie di Padri che sono al tempo stesso Padroni di quella terra natia che chiamiamo Patria ma che, in una particolare forma d’ossimoro, si definisce anche terra madre. E poiché nell’immaginario patriarcale la terra che l’uomo possiede e in/semina è il corpo della donna, dire padre della patria significa in primis dire che patria e corpo della donna – la madre, in questo caso – coincidono in quanto possesso indiscusso dei padri. Le Donne sono dunque – in questa espressione – ricondotte ad essere terra-contenitore-natura che germoglia, in virtù dell’azione degli Uomini che se ne appropriano. Ma gli stessi uomini sono anche figli della stessa madre e l’incesto, sotteso al mitologema che dà corpo all’espressione linguistica,rimanda a un peccato originario su cui si fondano le società che nascondono nel nome la realtà di violenza da cui nascono. Occorre restituire alle Madri e alle donne, in quanto figlie e sorelle, ciò che continua a essere loro sottratto nell’immaginario simbolico e nella concretezza delle relazioni materiali. Occorre riportarle alla ribalta della Storia, tramite il racconto della loro propria storia. Per chi, come me, non è un’addetta ai lavori ma solo una narratrice, avere a che fare con pochi documenti e notizie spesso frammentarie e contrastanti pone seri ostacoli. Ma l’ostacolo principale è il fatto che nella maggior parte dei casi le donne del Risorgimento di cui tratto non hanno una lingua propria, non hanno raccontato in prima persona di sé – con poche eccezioni di personaggi di elevato livello sociale e culturale (penso ad esempio a Cristina di Belgiojoso) che hanno lasciato immagini e parole bel distinte,in virtù d’una cultura, una personalità, una significanza sociale e un reddito proprio,decisamente notevoli. Quello che cerco di fare è prestare loro la mia lingua, a partire da una prospettiva di genere che ci accomuna.
Le vite di quali donne sono state per ora raccontate nella rubrica Madri della Patria e quali altre ancora ci proporrai? Tra queste ci sono figure chiave delle lotte risorgimentali in Umbria?
La rubrica prevede una “madre” al mese e ha avuto inizio a novembre. Pertanto ho pubblicato fino ad ora quattro profili. In tutto dovrei poterne pubblicare una decina. Poiché seguo un ordine alfabetico ho cominciato con Colomba Antonietti e a seguire Luisa Battistotti, Giuditta Bellerio e Giulia Calame.
La prima è una donna umbra, la cui presenza nella lotta per l’indipendenza è molto riconosciuta. Colomba era nata a Bastia e vissuta a Foligno, dove incontrò il suo futuro sposo, conte Luigi Porzi, con cui partecipò a diversi moti insurrezionali. Fu una donna che visse la sua vita breve (muore a 23 anni) all’insegna della trasgressione scelta e consapevole, sposandosi contro la volontà della propria famiglia e di quella di lui e aderendo alle idee mazziniane, partecipando a scontri a fuoco e operando nel soccorso ai feriti durante la difesa della Repubblica Romana, dove fu uccisa da una palla di cannone francese, nel quartiere di S. Pancrazio. Era figlia di fornai- una famiglia numerosa e semplice – amò appassionatamente il marito,ma in nessun modo può essere ricondotta ad una eroina dell’amore, come da più parti viene tentato. Non aveva ancora 20 anni quando si tagliò i bei capelli ricciuti e si vestì da uomo per sottolineare la sua scelta d’emancipazione e autodeterminazione, di “parità”. Brava Colomba!
La cultura sessista così diffusa nella nostra società è alimentata dai media e da certa politica istituzionale che offrono modelli e stereotipi femminili che hanno acquisito via via caratteristiche ancora più negative:una continua mercificazione dei corpi di giovani donne che punta a fare in modo che la donna abbassi il concetto che ha di se stessa, fino a ritenere di valere soltanto per le sue qualità estetiche. Alla luce di tutto ciò, la narrazione delle imprese di donne che si sono caratterizzate per indipendenza autonomia e coraggio può essere un utile strumento per risvegliare le coscienze critiche di molte donne, anche giovani,che non osano essere diverse, rinunciando così a combattere per un futuro migliore?
La questione come la dipingi è veramente tragica, ma, se possibile, nella realtà lo è ancora di più. Mentre scrivevo la nota biografica di Giulia Calame che decise della sua vita a sedici anni, mi è giunta la notizia che una sedicenne si era buttata dal sesto piano della sua scuola, nella mia città. Come non pensare con disperata ragionevolezza che queste nostre giovani (e anche molti maschi, per la verità) che appartengono alla “generazione a futuro zero”, come si dice da più parti, non hanno davanti a sé modelli e prospettive per affermare se stesse in un futuro sempre più nebuloso, e, ancor prima, per sapere chi sono e quali risorse hanno fuori dai modelli che la vetrina mediatica propone loro. Sia che si sentano fin da subito molto attraenti sia che appartengano alle “bruttine” che popolano numerose il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, le nostre ragazze non hanno molto da scegliere – in assenza di modelli adulti da ammirare e “imitare” -se non trovarsi un fidanzato ricco – come ha loro suggerito il presidente del consiglio – o incappare in qualche promotore di eventi e/o festival in cui vendere la loro carne a buon mercato. È la storia del Lupo e di Cappuccetto Rosso che si ripete, senza nessun intervento salvifico finale, perché anche il cacciatore, o è stato cacciato, o si è messo dalla parte delle belve. Il processo di crescita è una vera lotta per eliminazione e sempre di più le si può applicare oggi, come motto, “Io speriamo che me la cavo” di nota memoria.
Sei stata autrice di articoli pungenti sulla decisione del Presidente della Provincia di Perugia di scegliere come “testimonials” delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia Miss Italia ed Emanuele Filiberto. Quale argomentazioni sono state apportate dal Presidente per giustificare questa decisione?
Per il ragionamento sopra abbozzato ho giudicato molto grave la decisione presa dal presidente della provincia di scegliere una miss Italia come testimonial dei 150 anni dell’istituzione perugina. E la motivazione addotta è suonata una vera beffa per le donne della nostra provincia, in particolare delle giovani che caparbiamente continuano ad alzarsi tutte le mattine, chi per andare a scuola, chi per andare al lavoro o – sempre di più – per continuare a cercarlo. Che messaggio lancia loro il presidente della provincia e tutti coloro che lo hanno incoraggiato? Nei miei articoli non ho mai inteso inveire contro la giovane miss, colpevole di aver risposto alle sirene del sistema di cui abbiamo parlato, ma in nessun modo posso concordare con le parole del presidente, il quale ha affermato che Francesa Testasecca – questo il suo nome – è “il cuore di una regione che in lei si riconosce”. W poiché l’Umbria è il cuore (verde) d’Italia, per la proprietà transitiva la giovane neoeletta diventerebbe così il centro propulsore dell’intera nazione che, a 150 anni dal suo Risorgimento, si ritrova in questo modo confezionata dentro un immaginario da fiction televisiva. Speculare alla prima, è stata la scelta di affiancarle – nelle celebrazioni – il reuccio Emanuele Filiberto, in virtù del suo essere l’ultimo rampollo d’una dinastia che non ha certo dato gran prova di sé davanti al nostro paese, a partire da Vittorio Emanuele II di Savoia, che raccolse in premio l’Italia Unita, per quelle imprevedibili emergenze della Storia che fanno virare le scelte e le opportunità – sostenute da personaggi ben più degni di stima e riconoscenza – verso figure che loro malgrado si trovano a diventarne protagonisti. Certo mi sarei aspettata – o meglio: avrei auspicato, almeno per la designazione della testimonial femminile – una sollevazione da parte delle donne che lavorano a vario titolo nelle nostre Istituzioni, cosa che non è avvenuta. Perché? Credo ci siano diverse ragioni, ma quelle che mi spaventa di più è il ritrovare costantemente donne, pur brave, avviluppate nel conformismo culturale che le porta a negare la loro stessa collocazione di genere. Pensare come un uomo. parlare come un uomo, abbigliarsi come un uomo o – all’opposto, ma solo apparentemente – come piace all’uomo,sgomitare come un uomo sembrano essere i comportamenti imperanti in molte donne che pure agiscono a livelli significativi dell’amministrazione e del governo. Forse l’ombra possente dei Padri della Patria ne ha un po’ bloccato lo sviluppo e il misconoscimento – come si diceva – di figure importanti e riconosciute di riferimento, ha forse avvilito le loro scelte pur indirizzate alla cosa pubblica. E così la designazione della folignate Testasecca ha potuto passare come riconoscimento d’un valore femminile, oscurando la folignate Antonietti, che ha preferito morire lottando per la sua vita di donna, al titolo di “miss fornarina” che forse oggi le sarebbe offerto senza scrupolo o vergogna. Penso che anche per queste considerazioni sia importante che noi donne lavoriamo a risvegliare quell’orgoglio femminile di genere di cui ha tanto bisogno la nostra società, che continua a porre le donne al margine e le chiama alla ribalta solo quando diventano visibili per decreto mediatico: vittime dei tanti femminicidi, che insanguinano le nostre città e le nostre famiglie, o ragazze – immagine, al servizio dello sguardo non certo innocente di chi gestisce potere e mercato.
Adelaide Coletti in Delt@ Anno IX, n. 8 del 18 gennaio 2011







