Donne e Risorgimento: Antonietta De Pace
Ho “incontrato” Antonietta De Pace durante una lontana vacanza in Puglia, mentre passeggiavo tra i vicoli del centro vecchio di Gallipoli, stretti tra un mare dall’azzurro profondo e un cielo solcato da gabbiani in lieta rincorsa. Le vecchie vie davano refrigerio all’afa estiva e consentivano aperture insospettate su piazzette e cortili dal sapore antico e lontano. In una di queste piazze ho trovato il nome di Antonietta De Pace, a cui era intitolata una lapide affissa sulla facciata di un nobile edificio, che ne esaltava le gesta con parole di commossa gratitudine. Non capita spesso di trovare un pubblico riconoscimento alle donne che hanno intersecato la storia dei luoghi dove hanno vissuto e/o operato, per cui il suo nome – sconosciuto, per me, fino a quel momento – mi è rimato impresso e, appena tornata a Perugia – a casa – l’ho “cercata”.
Ho così scoperto che Antonietta De Pace è un personaggio storico su cui c’è un’ampia documentazione, anche recente – a opera di studiose/i del Salento – e di varia tipologia; una sua discendente, Emilia Bernardini, ha scritto un romanzo storico: Antonietta e i Borboni (Avagliano 2005) che offre uno spaccato dell’Italia pre e post-unitaria, in cui è maturata e si è espressa l’energia che animò Antonietta De Pace, che fu zia della nonna materna della scrittrice. Il romanzo nasce dal ritrovamento fortuito di un quadernetto, riposto nel cassetto segreto di un mobile antico, appartenuto alla nonna materna di Emilia, che narra la vita di Antonietta De Pace a opera del marito, Beniamino Marciano, patriota di origini bergamasche in esilio, conosciuto nel 1858 – ma sposato molti anni dopo, a riprova di una personalità anticonformista e indipendente – con cui Antonietta condividerà le idee mazziniane e l’impegno politico, dentro un legame che tutte le cronache dichiarano sostenuto da profondi sentimenti d’amore e stima reciproci.
«Svelta, intelligente, ardita e prudente insieme, dimenticò il mondo femminile, e tutta l’anima versò nel proposito di concorrere a liberare la patria dalla servitù»
In tal modo la descrive il marito, ma in realtà – almeno così a me pare – Antonietta, tutt’altro che dimentica, dilatò all’estremo la sua sensibilità di donna, fino a inglobare la cura per le persone bisognose e vittime dell’ingiustizia di classe, nella cura per la Nazione, alle cui sorti affidava il loro possibile riscatto, con particolare attenzione per la condizione delle donne, alle quali dedicò i suoi sforzi durante e dopo le lotte risorgimentali.
Antonietta De Pace nasce a Gallipoli, il 2 febbraio 1818, da una famiglia ricca e nobile.
Il padre, Gregorio De Pace è banchiere e sindaco della città e la madre, donna Luisa Rocci Girasoli, è di origini aristocratiche. Numerose cronache la descrivono bella e fiera e raccontano che, appena adolescente, si interessa alle condizioni di vita durissime dei contadini che lavorano nelle campagne di Ugento, dove la sua famiglia ha dei terreni: la malaria, il tifo, la tubercolosi sono le malattie più diffuse dovute alla presenza delle paludi infette (il plasmodium malariae era veicolato dalla puntura della zanzara anofele) e alle condizioni igieniche precarie, aggravate dall’alimentazione insufficiente, che mietevano vittime soprattutto tra i bambini. Antonietta conosce personalmente un bimbo ammalato di malaria, Vincenzo Veltrò, orfano di padre e madre, la cui vicenda dolorosa produce un’impressione profonda nella sensibilità della giovane. A questo si aggiunge un altro episodio destinato a rimanere nella memoria di Antonietta e a spingerla a lottare contro le ingiustizie sociali e poi politiche: una donna, Tonina, detta “la donna del Pilone” vive “come una belva ferita” a causa del marito che la costringe a stare fuori da casa, dove lei si è costruita un riparo con tavole e canne, e spesso la bastona selvaggiamente, dandole da mangiare i propri rifiuti che lei non riesce a masticare, poiché è senza denti. Antonietta le regala vestiti, alimenti e un piccolo coltello per tagliuzzare il cibo e poterlo così ingoiare. Con quel coltello, però, la donna aggredisce e uccide il marito.
Antonietta rimane sconvolta dalla tragedia e, a tredici anni, decide di studiare legge per poter lottare compiutamente contro la miseria morale ed economica della società a lei contemporanea, e sostenere gli esseri privi di aiuto materiale e morale davanti all’ingiustizia e alla violenza. Ma la morte del padre e la rovina finanziaria della famiglia De Pace spingono Antonietta su un’altra strada, che lei seppe percorrere indomitamente, senza mai dimenticare i suoi valori e i suoi obiettivi.
Trasferitasi a Napoli insieme alle sorelle, fu dapprima ricoverata in un convento di clarisse da cui la “liberò” il marito della sorella Rosa, Epaminonda Valentino, un mazziniano fervente che introdusse la giovane cognata nei circoli rivoluzionari partenopei, legati alla Giovine Italia. Da quel momento la vita di Antonietta è dedicata completamente alla lotta contro il governo autoritario dei Borboni e successivamente alle lotte per il “risorgimento” dell’Italia tutta verso la sua unificazione.
Nel 1848, è sulle barricate, travestita da uomo, finché anche il Regno delle due Sicilie ottiene la sua costituzione, concessa da Ferdinando II e abrogata l’anno successivo con un decreto cui fa seguito una repressione durissima: viene arrestato anche Valentino che, condotto nel terribile carcere dell’Udienza, a Lecce, vi morirà per collasso cardiaco invocando l’aria. Nel 1849 fonda un “circolo femminile”, composto prevalentemente da donne di estrazione nobile o alto borghese, i cui parenti si trovavano nelle carceri borboniche. Il compito delle aderenti era quello di far da tramite tra i detenuti politici e i loro familiari, facendo pervenire nelle carceri viveri e altri mezzi di sussistenza, lettere e informazioni politiche. Oltre a dirigere il “Circolo femminile”, e il successivo “Comitato politico femminile”, attivo negli anni 1849-1855, Antonietta collabora ad associazioni patriottiche meridionali quali l’Unità d’Italia (1848), la Setta carbonico-militare (1851), il Comitato segreto napoletano (1855), che propugnavano l’unificazione dei numerosi movimenti politici del Meridione sotto l’egida repubblicana.
Nonostante gli insuccessi e la repressione, Antonietta non si dà per vinta; sotto falso nome mantiene i collegamenti tra i mazziniani di Puglia e quelli delle altre regioni italiane, in primis la Campania, si affilia ad un gruppo mazziniano che fa capo al tarantino Nicola Mignogna e cospira contro i Borboni fino al momento del suo arresto, avvenuto nel 1855. Resta segregata per quindici giorni in uno stanzino di un metro quadrato, costretta a non riposare e a non muoversi neanche per i propri bisogni, dopodiché – poiché non confessa e non denuncia i suoi compagni di lotta – viene tradotta in un carcere femminile, dove rimane per quasi due anni, durante i quali è sottoposta a ben quarantasei udienze che si concludono con la scarcerazione, essendo tre giudici su sei, contrari, nel suo caso, alla pena di morte.
L’impresa dei “mille” è vicina e Antonietta De Pace si trasferisce a Salerno per raccogliere fondi, armi e adesioni per sostenere le truppe garibaldine. Quando Garibaldi vi giunge, viene a conoscenza della dura esperienza di Antonietta, e così dichiara:
“Sono felice di essere venuto a spezzare le catene a un popolo generoso, il cui governo non aveva rispetto nemmeno delle donne!”.
Il 7 settembre 1860, quando fa il suo ingresso trionfale nella capitale dell’ex regno di Napoli, l’indomita gallipolina è al suo fianco e, per lei, egli stesso decreta quanto segue: “Si accordano ducati venticinque al mese, vita durante, ad Antonietta De Pace, per i danni e le sofferenze patite per causa di libertà”.
Antonietta vive così il suo momento di gloria, poiché tutti la riconoscono e conoscono la sua storia. A Napoli, insieme a Jessie White, è tra coloro che dirigono gli ospedali per le centinaia di feriti dell’impresa garibaldina. Segue poi Garibaldi fino a quando, ammalata, deve, anche su sollecitazione dello stesso generale, rientrare a Napoli. L’anno dopo, il 17 marzo, Vittorio Emanuele II di Savoia è incoronato re d’Italia; a giugno muore Camillo Benso conte di Cavour. Antonietta è a Torino per i funerali di colui che è considerato l’anima politica del Risorgimento italiano, ma la lotta non è ancora conclusa. Nel 1862 con le sue nobili e valorose compagne di battaglia, la troviamo nuovamente intenta a raccogliere fondi per la terza guerra di indipendenza. Garibaldi scrive ancora:
“Grazie a voi, grazie alle nobili vostre amiche. Degno del vostro cuore è il generoso sussidio mandato ai miei compagni. Voi donne, interpreti della divinità presso l’uomo, molto già avete fatto per l’Italia: molto ancora dovete operare per l’avvenire. Molto confido nelle donne di Napoli. Vi accludo rispettosi e affettuosi saluti”.
Gli anni seguenti sono quelli della spinosa questione pontificia e della liberazione di Roma; Antonietta si dedica con immutato vigore al raggiungimento di questo obiettivo, fondando a Napoli un Comitato di donne per Roma capitale, di cui facevano parte Alina Agresti, Luisa Papa, Teodora Muller e Enrichetta di Lorenzo. Roma può divenire capitale solo nel 1870, quando sarà possibile per i bersaglieri penetrare nella “città eterna” attraverso la breccia di Porta Pia e consentire l’annessione dello Stato Pontificio al resto del Regno d’Italia. Intanto a Napoli il progressista Imbriani, eletto sindaco, promuove importanti riforme nella pubblica istruzione, a cui viene data un’impostazione laica. Ad Antonietta, che già da tempo lavora nel campo dell’educazione assieme al marito, assessore alla pubblica istruzione, è affidata la presidenza dell’ispettorato delle scuole della sezione Avvocata, che mantiene fino al 1892, ma già da diversi anni è malata e forse depressa per gli esiti del Risorgimento, che le fanno esclamare: “Questa non è l’Italia che io avevo sognato!”.
Antonietta De Pace muore il 4 agosto 1893, all’età di settantacinque anni, assistita dal marito che in punto di morte le chiede: “Mi ami?”, ottenendo come risposta un accorato, ma sorridente: “E me lo chiedi?” Sono le sue ultime parole.
Gallipoli e Napoli hanno intitolato in sua memoria le proprie vie cittadine. Dal 1959 l’Istituto professionale femminile di Lecce porta il suo nome.
| Negli anni tormentati del nostro Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al raggiungimento dell’indipendenza italiana, al fianco di ben più noti illustri personaggi della nostra storia. L’oscurità e il silenzio che sono calati su tante donne che hanno messo la propria vita a disposizione della lotta risorgimentale rappresentano uno di quei buchi neri che continuano a inghiottire le presenze femminili della nostra cultura, passata e contemporanea. È giunto il momento di restituire visibilità almeno ad alcune di queste – necessariamente poche e scelte in modo del tutto arbitrario dentro il numero alto e significativo che le contiene – in vista delle celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia. |
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Ringrazio Silvana Sonno per questo bellissimo articolo – omaggio ad una grande patriota; La ringrazio per avermi fatto scoprire un personaggio sconosciuto ai più e che tanto ha fatto per l’unità d’Italia.
Mi rammarico per questa mia tradiva scoperta, tanto più che sono pugliese e gallipolino dal lato materno; girando per i vicoli della vecchia Gallipoli avevo notato la via intitolata ad Antonietta De Pace, ma ne ignoravo il contributo dato all’unificazione del Paese.
Mi rattrista l’idea di tante vite spese per una così nobile causa e che oggi sono sconosciute ai più.