Donne e Risorgimento: Enrichetta Di Lorenzo
Scrive Donatella Massara (autrice, insieme a Paolo Ernano, dell’ipertesto Trame femminili nel processo di indipendenza italiano realizzato per il sito Donne e conoscenza storica con gli allievi e le allieve di una classe del Liceo Scientifico di Garbagnate Milanese nel 2001), a proposito delle donne che hanno animato il risorgimento italiano:
Usarono la parola e l’azione. Organizzarono ospedali e curarono i feriti. Crearono esperienze più libere e umane di carceri per le donne, il vastissimo numero di prostitute italiane che circolavano in quegli anni con la patente professionale. Si inventarono scuole di mutuo insegnamento e esperienze socialiste. Oltre la militanza impegnata spesso si rivolsero alle donne con scritti e organizzazione di istituti protettivi e educativi. Inoltre affermarono con decisione i desideri della loro vita intima. Abbandonarono mariti, in qualche caso anche la prole, peregrinarono con il loro uomo per l’Europa, nobildonne adattate a mestieri umili.
Fra queste donne è certamente esemplare la figura di Enrichetta Di Lorenzo, un personaggio di spicco delle battaglie risorgimentali, testimone e protagonista degli snodi principali della nostra storia, conoscente e amica dei patrioti più noti e sodale nelle lotte e nella repressione di quelli meno esposti alla ribalta nei testi scolastici, ma che,col passare del tempo, sempre più è ricordata per essere stata prima l’amante e poi la compagna di vita di Carlo Pisacane, per il quale abbandonò il marito e tre bambini. Una sorte che ha contrassegnato e contrassegna la biografia di tante donne che sembra non riescano a splendere di luce propria, soprattutto quando al loro fianco s’intravvede l’astro lucente di qualche uomo “importante” che le ha amate, e con cui hanno condiviso esperienze intime e collettive, che viene presto individuato come il vero motore di quelle esperienze, a cui la femminile propensione romantica le avrebbe indirizzate e coinvolte. Tant’è!
Ma andiamo con ordine.
Enrichetta nasce Nasce ad Orta di Atella il 5 giugno 1820 e a18 anni sposa Dionisio Lazzari, cugino di Carlo Pisacane, il quale ne traccerà un ritratto – certo non imparziale – in alcune lettere ai suoi familiari, dipingendolo come un uomo ignorante, che trattava la moglie “con le maniere le più rovinose, con le parole le più indecenti, con i modi più bruschi“, non lasciandole spazio neppure nell’educazione dei figli.
Dopo aver a lungo soffocato i propri sentimenti reciproci, i due giovani si dichiarano il proprio amore e nel 1846, a seguito di un’aggressione a pugnalate davanti alla sua casa a Napoli – forse da parte di un sicario del Lazzari – Carlo, ufficiale del genio nell’esercito borbonico, e Enrichetta decidono il da farsi, anche per sottrarsi ai pettegolezzi e alle maldicenze che avevano cominciato da tempo a circolare intorno al loro rapporto. Analizzate le possibili alternative alla fuga, tra cui quella di un doppio suicidio, e dopo aver scartato come indegna la possibilità di mantenere a Napoli una relazione clandestina (lo racconta lo stesso Carlo in una lettera ai familiari), all’inizio del 1847, la coppia – sotto falsi nomi – si imbarca per Livorno, di qui per Marsiglia. Enrichetta aspettava un figlio di Carlo. Comincia per loro una vita irta di difficoltà, ma animata anche dalla passione politica che condivideranno fino alla fine. Si spostano tra Francia ed Inghilterra e ovunque Enrichetta è ammirata per la sua condizione di donna emancipata che vive un progetto politico alla pari accanto al suo uomo, ma contemporaneamente lo scandalo delle sue scelte la perseguita.
In Francia è addirittura arrestata con la scusa di irregolarità nel passaporto e il duca di Serra-Capriola, ambasciatore napoletano a Parigi, su consiglio di un amico ecclesiastico, invia ad Enrichetta, in carcere, una nobildonna francese, per esortarla a tornare sulle proprie decisioni, ma la “signora” trova in lei
“una riunione delle più esaltate e cieche passioni, con una sfrontatezza e la più orrida immoralità, e l’ateismo il più positivo”,
come Serra-Capriola ebbe a scrivere al Principe di Scilla, commentando
“[…] debbo far conoscere che non vi è alcuna speranza di veder la signora Lazzari ritornare in famiglia, tanto più che la Polizia mi ha dato tutte le facilitazioni ed aiuti per riportare sulla retta via questa donna traviata e madre snaturata” (Romano 1931).
Contestualmente Enrichetta scrive alla madre:
“Cara Madre,sono rimasta meravigliata ed inorridita di ciò che si pretende da me; mi condannate per avere io lasciato i miei figli che hanno un nome, una fortuna, delle persone che possono prenderne cura come la loro madre istessa, e poi mi si propone, anzi si esige, che io abbandoni il caro figlio dell’amore a cui sono per dare la luce, e che non avrà né nome, né fortuna, per cui ha più dritto all’amore mio ed alle mie cure!”
Il figlio di Enrichetta e Carlo non verrà alla luce perché il carcere e la tensione emotiva le procureranno un aborto.
In questa e in altre lettere ai parenti Enrichetta espone la sua critica alla dominante ipocrisia morale e – citando talora George Sand – la libertà dei sentimenti e la dignità del suo rapporto con Carlo. Intanto Pisacane si è arruolato nella legione straniera ed Enrichetta rimane sola, confortata dalla vicinanza di esuli italiani con cui mantiene fitti contatti di amicizia e impegno politico. I due si riuniscono nel 1848 dove vivono l’avventura lombarda:la rivoluzione del marzo 1848 induce la coppia a recarsi a Milano, dove Carlo stringe fraterna amicizia con Carlo Cattaneo e combatte come capitano contro gli austriaci. Ferito, viene raggiunto e assistito da lei a Salò. Successivamente la coppia si trasferisce a Roma, dov’era stata proclamata la repubblica.
Qui Enrichetta entra in un comitato per l’assistenza ai feriti presieduto da Cristina di Belgiojoso e viene nominata dal triunvirato “direttrice dell’ambulanza”. Il 30 aprile 1849 partecipa ai combattimenti contro i francesi, a San Pancrazio. Sul Monitore Romano del 5 maggio pubblica una lunga relazione di quel combattimento, esaltando la parte avuta dai trasteverini, e firmandosi “Enrichetta Pisacane”. Caduta Roma, ottiene presso il generale Oudinot la scarcerazione di Carlo dal carcere di Sant’Angelo. Nel 1850 Pisacane parte per la Svizzera, mentre Enrichetta si trasferisce a Genova per poter mantenere più facilmente i contatti con la propria famiglia, forse anche incontrare i suoi figli (come si desume da alcune lettere ai parenti). È in questo periodo che si colloca la relazione amorosa tra Enrichetta e l’amico di entrambi, Enrico Cosenz; essi non nasconderanno mai a Pisacane la loro passione, che per altro fu breve. Infatti presto la coppia si riunisce e nel 1853 nasce Silvia, l’unica figlia sopravvissuta. Frattanto Carlo, riavvicinatosi a Mazzini, comincia a progettare una spedizione volta a sollevare il Sud. Entra in contatto con il Comitato insurrezionale repubblicano di Nicola Mignogna, Teodoro Pateras, Antonietta De Pace, ma proprio questo progetto segna la crisi vera con Enrichetta, che rispetta la decisione del compagno ma, con grande intuizione politica, ne intuisce la pericolosità e l’esito disastroso. Tra i due questa volta è scontro, ma il 4 giugno 1857 Pisacane si riunisce con gli alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell’impresa che si avvierà lì a poco. Espulsa da Genova a causa delle attività rivoluzionarie di Carlo, Enrichetta si rifugia a Torino con la piccola e gracile Silvia e qui verrà a sapere della sua morte per suicidio solo il 4 luglio. Il sogno del giovane anarchico era finito a Padula dove il 1° Luglio la spedizione era stata circondata da contadini e massacrata.
“Quando la spedizione nel Napoletano fu decisa, la maggiore avversaria fu la De Lorenzo. […] ella supplicò, scongiurò perché questi giovani non corressero incontro alla morte, ch’ella col suo speciale intuito muliebre vedeva sicura: in ultimo, al Pisacane irremovibile, oppose il supremo argomento, che lui era padrone di farsi ammazzare, ma non aveva il diritto di condurre tanti giovani al macello”.
Così scrive Aldo Romano, che più di ogni altro ha contribuito a ricostruire le vicende della celebre coppia (A. Romano, Contributo alla biografia di Carlo Pisacane (con documenti inediti). Tra i pochi sopravvissuti alla spedizione (di cui dà conto Luigi Mercantini nella poesia La spigolatrice di Sapri) c’è Giovanni Nicotera che, uscito dal carcere, adotterà Silvia, come aveva promesso a Carlo poche ore prima del suo suicidio.
Entrato Garibaldi in Napoli, Enrichetta può finalmente far ritorno nella sua città. Con decreto dittatoriale, Garibaldi assegna una pensione di 60 ducati alla piccola Silvia, con la quale intrattenne una lunga corrispondenza.
Le ultime notizie che abbiamo di Enrichetta la vedono a Napoli, in un Comitato di donne per Roma capitale fondato a sostegno dell’impresa garibaldina del 1862 da Antonietta De Pace, Alina Agresti, Luisa Papa, Teodora Muller e altre patriote.
Silvia Pisacane morì giovane, nel 1890. Aveva custodito gelosamente il carteggio tra i suoi genitori. Dopo la sua morte, la sorella di Nicotera lo distrusse, “sopraffatta da scrupoli morali“.
| Negli anni tormentati del nostro Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al raggiungimento dell’indipendenza italiana, al fianco di ben più noti illustri personaggi della nostra storia. L’oscurità e il silenzio che sono calati su tante donne che hanno messo la propria vita a disposizione della lotta risorgimentale rappresentano uno di quei buchi neri che continuano a inghiottire le presenze femminili della nostra cultura, passata e contemporanea. È giunto il momento di restituire visibilità almeno ad alcune di queste – necessariamente poche e scelte in modo del tutto arbitrario dentro il numero alto e significativo che le contiene – in vista delle celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia. |
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