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pubblicato giovedì, 4 agosto 2011 da Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Donne e Risorgimento: Virginia Oldoini, contessa di Castiglione

Le Madri della PatriaColtissima, elegantissima, eccentrica, Virginia Oldoini di Castiglione entra a buon diritto tra i personaggi che hanno contribuito alla unificazione e all’indipendenza dell’Italia.

Le cronache e gli scritti dell’epoca risorgimentale di tutta Europa ce la descrivono come “la più bella donna del mondo”, e su questa straordinaria bellezza, unita alle doti di intelligenza e alla grande ambizione, che la spingeva a voler uscire dagli angusti confini della corte sabauda, puntò Camillo Benso conte di Cavour, impegnato a tessere le trame più ardite per la risoluzione del “problema italiano”. Quando i due si trovarono faccia a faccia la bella Virginia , convocata dallo statista – così si racconta – chiede , con voce emozionata: “Cosa dovrei fare?” “Cercate di riuscire, cara cugina, con il mezzo che più vi sembra adatto, ma riuscite!” la nota risposta.

Ma facciamo un passo indietro.

Virginia Oldoini, nota come la contessa di Castiglione, nasce a Firenze il 23 marzo 1837, come marchesina Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria, figlia del marchese Filippo Oldoini, primo deputato di La Spezia al parlamento italiano, e di Isabella Lamporecchi, nobildonna fiorentina. A diciassette anni sposa Francesco Varasis Asinari, conte di Costigliole d’Asti e di Castiglione Tinella, da cui avrà un figlio: Giorgio Verasis Asinari, erede del titolo. Il matrimonio la introduce alla corte di Torino, che la accoglie con grande ammirazione e calore, dove conosce il re Vttorio Emanuele II e personaggi influenti, tra cui Costantino Nigra, ambasciatore piemontese a Parigi. A Torino avvia stretti contatti col cugino del marito Camillo di Cavour, che ha subito modo di apprezzarne il fascino e l’abilità diplomatica. Inoltre Virginia conosce perfettamente il francese, ha un innegabile potere di seduzione, ma è anche animata da fervore patriottico; è dunque perfetta per quello che lui ha in mente e che non esita a proporle di lì a poco.

Dopo il fallimento dei moti del ’48 e la sconfitta sabauda nella prima guerra d’indipendenza, Cavour è sempre più convinto che il risorgimento italiano ha bisogno dell’aiuto di un personaggio potente, in grado di schierare il suo esercito a fianco delle armate piemontesi contro l’impero asburgico; questo personaggio non può che essere Napoleone III di Francia, che ama l’Italia e ha più volte dichiarato simpatia per le sue sorti. Occorre però impegnarlo fattivamente, soprattutto considerando che l’imperatrice Eugenia è invece decisamente avversa alle rivendicazioni italiane. Virginia è la carta vincente. Certamente Cavour sa convincere la cugina a giocare un ruolo ardito e al limite della convenienza e della moralità, di cui entrambi si rendono conto. Il conte scriverà di sé:

“Sono libero a mettere a repentaglio la salute dell’anima mia per salvare la Patria”,

ma cosa pensa Virginia e cosa la spinge a entrare in quel gioco? Scrive Renata Pescanti Botti in Donne del Risorgimento Italiano:

In questa donna di eccezione, legata da un profondo amore all’Italia, nutrita di studi severi, ambiziosissima, ma rigida con gli adulatori che la assediavano e ne esaltavano la straordinaria bellezza, quali opposti sentimenti giuocarono? Su tutti prevalse quello che la portò, poco dopo, nella splendida gaudiosa Parigi del Secondo Impero, ove la vita intensissima era dominata da una prodigiosa febbre di rinnovamento e grandezza.

Giunta a Parigi nel 1855, pienamente consapevole del valore politico della propria impresa, Virginia Oldoini viene affidata a Costantino Nigra, con il compito di farne una spia. La contessa, che conosce quattro lingue, impara anche un codice cifrato che utilizza nella corrispondenza che tiene costantemente con il governo del Piemonte. Entra subito in società partecipando a feste e spettacoli, indossando gioielli preziosissimi e vestiti tanto audaci quanto inconsueti. Ha numerosi flirt dei quali annota tutti i particolari sul suo Journal. Nonostante anche le donne ne riconoscano l’avvenenza (la principessa di Metternich la definì “una statua di carne”), i rapporti con loro non devono essere stati altrettanto facili alla corte di Francia, ma Virginia ha le idee chiare anche in questo. Si legge nel suo diario:

Le eguaglio per nascita. Le supero per bellezza. Le giudico per ingegno.

E ancora:

Io sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona, dato il mio carattere fiero, franco e libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi detesta; ma ciò non mi importa ,non ci tengo a piacere a tutti.

A Parigi viene accolta nel salotto della principessa Matilde, figlia di Girolamo Bonaparte, ex re di Westfalia, frequentato anche da esponenti del movimento italiano di indipendenza. Qui, in occasione di una festa, conosce l’Imperatore che ne rimane abbagliato. La presentazione ufficiale avviene però più tardi e, nel gennaio del 1856, Virginia può considerarsi giunta al traguardo. La gran presenza mondana e seduttiva della contessa dà ben presto i risultati sperati da Cavour: mondanissima, costosissima, ospitata lussuosamente al castello di Compiègne, la contessa diviene per un anno l’amante pressoché ufficiale dell’imperatore, suscitando invidie, grande scandalo e la furia della cattolicissima consorte: l’imperatrice Eugenia. Così, la “divina Castiglione”, “l’amica dei Re”, “l’Imperatrice senza impero”, “la favorita delle Tuileries”, porta avanti la sua missione che si concretizza “come un frutto maturo” nel Convegno di Plombières, dopo la conclusione della guerra di Crimea a cui il Piemonte aveva partecipato a fianco delle grandi potenze europee, proprio per poter avere un riconoscimento internazionale. A Plombières Cavour incontra Napoleone in un incontro segretissimo, dove l’imperatore francese si impegna formalmente ad appoggiare militarmente il Piemonte in caso di aggressione austriaca. E’ il trionfo di Virginia, che sappiamo, poco dopo lo storico convegno, recarsi a Londra da dove continua la sua attività diplomatica, intrattenendo contatti con esponenti della carboneria in esilio e diplomatici di paesi amici e nemici.

Il 2 maggio 1859 l’Imperatore parte per l’Italia dove Vittorio Emanuele aveva dato inizio alla seconda guerra di indipendenza, ma l’armistizio di Villafranca getta acqua sul fuoco delle speranze. Napoleone non rispetta la promessa fatta: quella di liberare dagli austriaci l’Italia fino all’Adriatico, anche per ricambiare l’annessione, patteggiata con Cavour, di Nizza e Savoia. Da questo momento la stella di Virginia comincia a offuscarsi presso la corte francese e la contessa, accusata di cospirazione, viene espulsa dalla Francia e costretta a tornare in Italia, a Torino, dove decide di dedicarsi all’educazione del figlio, rimasto solo dopo la morte del marito, perito in un incidente poco dopo il loro divorzio. Nel 1862, per intercessione dell’ambasciatore Costantino Nigra, tornerà a Parigi con propositi di rivalsa, ma ormai la situazione è definitivamente cambiata e il declino del Secondo Impero, soprattutto dopo la conclusione infausta della guerra franco prussiana, la sollevazione della Comune di Parigi e la conseguente Settimana di sangue che sconvolse la capitale francese, non farà che aggravarne la situazione economica e sociale, oltre che l’equilibrio psichico. Neanche da Vittorio Emanuele II, ormai proclamato sovrano del regno d’Italia, ottiene l’attenzione e il riconoscimento delle sue azioni in favore della politica piemontese, e la sua vita declina così nel silenzio e nell’oscurità dell’appartamento parigino, dove la leggenda racconta che aveva fatto oscurare tutti gli specchi, per non dover assistere al decadimento della sua bellezza.

Si narra che conservò fino a vecchiaia avanzata, a mo’ di gelosa reliquia, all’interno di una piccola teca sferica di cristallo, la vestaglia di seta verde con cui, durante la notte passata con Napoleone III di Francia, sarebbe cambiata la storia d’Italia. Quello che è certo è che la storiografia ufficiale ha fatto di tutto per cancellare il suo ruolo nella politica piemontese, anche sostenuta dal fatto che le sue carte, che testimoniavano i contatti da lei avuti con molti importanti personaggi dell’epoca, furono sottratte e – si dice – bruciate dalla polizia subito dopo la sua morte, avvenuta il 28 novembre 1899.

Della grande considerazione di cui ha goduto per le sue straordinarie doti estetiche e intellettuali, subito dopo la sua scomparsa non sono rimasti che pettegolezzi malevoli e giudizi svalorizzanti. Uno per tutti la frase attribuita a Urbano Rattazzi, deputato e ministro del Regno, che a proposito di Virginia Oldoini di Castiglione pare non abbia trovato di meglio che definirla come “la vulva d’oro dell’Italia”. Un vero “gentiluomo”, esemplarmente incapace di accogliere, dentro il suo immaginario bigotto e patriarcale, lo spirito indomito di una donna che alla causa dell’Italia ha saputo sacrificare il suo orgoglio e fieramente consacrare la sua esistenza, mettendo a disposizione corpo e spirito – nella compiuta autodeterminazione delle sue scelte –, come si riconosce – di solito con gratitudine – a coloro che vengono considerati “eroi” della Patria*.

La contessa di Castiglione è sepolta al cimitero di Père Lachaise a Parigi.

Nel 2011 il Comune di La Spezia le ha intitolato il “Largo Virginia Oldoini” nei giardini di fronte al Conservatorio e già dal 2001 è stato collocato un busto in bronzo a lei dedicato, opera dell’artista Francesco Vaccarone, all’ingresso del palazzo in cui ha abitato.

* Di questa deteriore posizione culturale sono ancora testimonianza molti documenti e articoli di giornale, presenti anche in rete, che in occasione dei 150 anni dell’unificazione (parziale) dell’Italia hanno ripreso la figura della bellissima Virginia, presentandola come una escort ante litteram – secondo la dicitura di moda presso i media – quasi a voler giustificare comportamenti e atteggiamenti dell’oggi, che ricadono interamente su una classe politica – quella attuale – senza qualità e decoro.

Negli anni tormentati del nostro Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al raggiungimento dell’indipendenza italiana, al fianco di ben più noti illustri personaggi della nostra storia. L’oscurità e il silenzio che sono calati su tante donne che hanno messo la propria vita a disposizione della lotta risorgimentale rappresentano uno di quei buchi neri che continuano a inghiottire le presenze femminili della nostra cultura, passata e contemporanea.
È giunto il momento di restituire visibilità almeno ad alcune di queste – necessariamente poche e scelte in modo del tutto arbitrario dentro il numero alto e significativo che le contiene – in vista delle celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia.




Silvana Sonno