0
pubblicato venerdì, 2 settembre 2011 da Francesco Fiabane in Racconti e testi
 
 

Metamorfosi


Ho capito da subito che qualcosa non andava per il verso giusto.

Il primo moto di fastidio lo ebbi quando mi resi conto di non poter sondare lo spazio attorno a me con le antenne, nessuna vibrazione, nessuna variazione nell’ambiente, tranne una fastidiosa sensazione che avvolgeva il mio corpo. Gli stessi odori che mi circondavano mi erano del tutto alieni.

Prendere coscienza fu più insolito.

Al mio risveglio fui assalito da un moto di panico: l’ambiente era cambiato, tutto era diventato più piccolo e opprimente e allo stesso tempo sembrava un ampio spazio vuoto, mentre aprivo solo due occhi, tra l’altro poco sensibili, per ritrovarmi ingarbugliato in una posizione scomposta.

Con una zampa molliccia, di un rosa pallido e coperta di una rada peluria, per altro affatto dotata di sensori recettivi, mi liberai dalla morbida prigione che ostacolava i miei movimenti, provando un moto di sorpresa nel vedere la parte terminale dividersi in cinque appendici dotate di dure secrezioni alle estremità; attorno a me ancora non riuscivo a percepire alcun elemento familiare.

Ogni capacità di rapportarmi con il mondo che mi circondava era quasi preclusa, aria pesante penetrava nel mio corpo mentre contraevo e distendevo il ventre, che era della stessa consistenza della zampa, anzi più gonfio, molliccio e ballonzolante.

Tentai di muovermi, per cadere, di conseguenza, da quella che poteva sembrare una considerevole altezza, ma che nella mia nuova situazione diventava un breve salto nel vuoto, che terminava con un tonfo pesante e doloroso su un terreno freddo e duro, anch’esso sconosciuto.

Fu in quel momento che vidi mia madre: stava sotto lo strano giaciglio dal quale ero appena volato giù. Scappava terrorizzata mentre cercava di mettersi in salvo da un imminente pericolo.

D’istinto presi a muovere le zampe, con sorpresa mi accorsi di averne una buona parte in meno e le loro prestazioni non adatte a permettermi una veloce ritirata, mentre le mie dimensioni e il mio peso mi impedivano di trovare un luogo sicuro sotto il quale nascondermi.

Provai a chiederle aiuto, ma lei correva come impazzita; non riuscivo a comunicare in maniera efficace, non senza antenne, mentre dal mio corpo deforme uscivano suoni che io stesso faticavo a comprendere.

Dopo numerosi vani tentativi mi resi conto che la mia amata madre fuggiva da me!

Gli sforzi per prendere il controllo del mio nuovo corpo mi portarono a giacere sulla schiena, a osservare altre due orribili zampe molli e poco funzionali agitarsi nell’aria, mentre una appendice inutile e moscia tra esse si spostava ora da una parte ora dall’altra senza alcuna utilità apparente.

Poi un grosso tonfo mi fece sobbalzare, chiusi gli occhi e precipitai nel nulla.

Fu un sollievo per me rendermi conto che era stato tutto un sogno.

Ora l’ambiente era quello a me più familiare.

La mia tana calda nella nuda terra, l’odore familiare e rassicurante e le mie palline di sterco allineate con ordine sul fondo mi ridiedero la sicurezza che per un momento avevo perduto.

Mia madre era già uscita, e io potevo issarmi sulle zampe poderose, mentre le mie antenne e i miei recettori mi informavano che la fuori c’era un mondo pieno di cacca che aspettava solo me!

Foto | minds-eye




Francesco Fiabane