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pubblicato domenica, 2 ottobre 2011 da Francesco Fiabane in Racconti e testi
 
 

Sempre di domenica

Sempre di domenica

Sempre di domenica, un racconto di Francesco Fiabane

Sono tre giorni che sto chiuso qui dentro, a guardare la televisione che mi riempie la testa con spot e inutili informazioni.

Il posacenere, che ho appoggiato sul braccio della poltrona, è pieno fino all’orlo di cicche spente senza attenzione; l’ultima emana ancora un filo acre di fumo bianco, che non riesce comunque a infastidirmi.

Ho voglia di pisciare.

E ho anche finito la birra.

Nessuna delle due incombenze riesce a convincermi ad alzare il culo da questa dannata poltrona.

Suonano alla porta.

Almeno credo, ho la mente talmente annebbiata che non ne sono certo; magari me lo sono solo immaginato.

Questa volta il suono è chiaro, non posso essermi sbagliato.

Il panico comincia a impossessarsi di me, mentre il respiro diventa affannoso e i battiti del mio cuore talmente convulsi da crearmi una insopportabile pressione alla bocca dello stomaco.

Devo andare ad aprire!

Non posso, non anche questa volta!

Non riesco a trovare la forza necessaria, le mani mi tremano a tal punto che urto il posacenere che si schianta sulla moquette con un tonfo sordo di cenere e cicche, creando un alone spettrale alla luce della lampada.

Mi impongo di alzarmi.

Il suono del campanello si fa incalzante, un moto di nausea mi sconvolge facendomi barcollare.

Ora il suono si è fatto martellante, nevrotico!

Devo aprire, so che non potrò evitarlo ancora a lungo. Il solo pensarci mi provoca spasmi al ventre. Mentre strascico i piedi verso l’ingresso mi rendo conto che le unghie dei piedi sono dannatamente lunghe.

Sono accanto alla porta.

Il campanello ha smesso di suonare.

Appoggio l’orecchio alla fredda superficie metallica, ma il pulsare prepotente nelle mie tempie mi impedisce di sentire.

È un respiro quello che sento, o è solo il mio sordo ansimare?

Non riesco a trovare il coraggio per aprire la porta.

Forse un goccetto potrebbe calmarmi…

La bottiglia di liquore è ancora piena a metà. Il primo bicchiere mi fa passare la nausea. Il secondo regola i miei battiti e mi calma. Il terzo è solo per il gusto di sentire il liquido bruciare nella gola e nello stomaco.

Il campanello non suona più.

Rimango in attesa, il silenzio riesce a rendermi una parvenza di tranquillità.

Chiudo gli occhi, faccio un profondo respiro di sollievo.

Il trillo arriva improvviso, lungo e insistente.

Sobbalzo, la bottiglia e il bicchiere mi sfuggono di mano per andare a schiantarsi sul pavimento della cucina.

Tento di raccogliere i cocci, il suono ora è incessante e intermittente, mi provoco un taglio profondo sul palmo della mano sinistra.

Il sangue imbratta le mattonelle.

Sempre la domenica, quel figlio di puttana del padrone di casa, deve venire a riscuotere l’affitto!

Foto | Pixabay




Francesco Fiabane