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pubblicato mercoledì, 2 novembre 2011 da Francesco Fiabane in Racconti e testi
 
 

Non riesco a ricordare di aver mai sognato


Tornando indietro con la memoria, fino alla mia fanciullezza, non riesco a ricordare di aver mai sognato.

Almeno fino al mese scorso.

Piero, il mio analista, dice che tutti sognano, solo che alcuni, dopo il risveglio, non riescono a conservare la memoria del sogno vissuto.

Dice anche che il mio è una sorta di blocco psicologico che m’impedisce di ricordare i sogni, blocco dovuto a qualche trauma infantile o a un approccio troppo diretto e agonistico nei confronti di una realtà dalla quale non riesco a staccare la presa.

Mi ha anche prescritto una serie d’esercizi da fare a casa, prima di addormentarmi ed appena sveglio, e qualche blando farmaco per combattere la depressione. Non sono certo se attribuire il merito agli esercizi o ai farmaci, fatto sta che circa trenta giorni fa ho ricordato il mio primo sogno.

Non è stato come sarebbe facile immaginare, cioè ho aperto gli occhi e ho ricordato, è andata in un modo un tantino differente…anche se all’inizio non ho dato troppo peso alla cosa.

Era un sabato mattina, e come tutti i sabato mattina dopo aver comprato il giornale sono andato a fare colazione al solito bar, mi sono seduto al solito tavolino, e ho ordinato il solito marocchino con due cornetti alla marmellata. È stato mentre sorseggiavo il marocchino che il gestore del bar ha cominciato a riprendere bonariamente un giovane cliente, il quale diceva, ridendo, che non aveva i soldi per pagare la colazione: “Peppe, non puoi ogni volta comportarti in questo modo! Da oggi non chiedere più niente che non ti servo più… e che cazzo! Prima ordini e poi non hai mai i soldi per pagare, lo sai quante colazioni mi devi? Se facciamo il conto devi fare una finanziaria per chiuderlo!”.

Mi faceva pena quel giovane, si vedeva chiaramente che era portatore di un qualche handicap psicomotorio. Sentii la mia voce dire: “Lascia Sergio, pago io la colazione del ragazzo…” e, proprio in quel momento, mi resi conto di aver sognato quella scena la notte precedente.

Sapevo già cosa mi avrebbe risposto il barista, di non preoccuparmi che quella era solo una piccola messinscena alla quale erano entrambi abituati da qualche tempo…“Non preoccuparti Paolo, è solo una nostra piccola sceneggiata, tanto per farci due risate, la colazione viene a pagarla a fine giornata la mamma di Peppe”.

Rimasi per un attimo a fissare il giovane come un ebete, mentre il ricordo del sogno irrompeva in me repentino e inarrestabile.

Tornai a casa e chiamai subito Piero per raccontargli l’accaduto. Mi disse che probabilmente avevo già visto quella scena al bar chissà quante volte, e il sogno era semplicemente collegato al mio quotidiano, sono cose che accadono spesso a chi ricorda i propri sogni. Aveva certamente ragione lui, ma quella sera andai a letto con uno stimolo nuovo, il desiderio di ricordare il sogno di quella notte.

E lo ricordai, eccome!

Sognai una donna, sconosciuta e molto avvenente, seduta alla fermata del bus che prendo ogni lunedì per andare al lavoro. Era bellissima e sexy nonostante l’abbigliamento invernale, chissà forse era lo sguardo malinconico e al contempo invitante dei suoi grandi occhi castani.

Mi sedetti accanto a lei e come se fosse la cosa più normale di questo mondo, senza alcun motivo, le dissi che ero felice perché riuscivo a ricordare i miei sogni. Parlammo tutto il tempo mentre aspettavamo il bus, e dal momento che anche lei prendeva il 15Rosso parlammo anche durante tutto il tragitto assieme. Per la verità parlai soprattutto io, lei rideva alle mie battute e comunicava che la mia compagnia le faceva piacere.

Nel sogno passammo assieme anche la sera, e la notte facemmo sesso sfrenato sul divano di casa mia. Quando la domenica mattina ricordai il sogno ero felice e soddisfatto, non avevo mai provato l’emozione di un sogno erotico cosi intenso e reale.

Passai una bella domenica, ma non riesco a ricordare cosa provai il lunedì mattina quando alla fermata del bus la vidi seduta proprio lì dove era stata nel mio sogno.

Un caso? Forse la incontravo ogni mattina e non vi avevo mai prestato attenzione?

Mi sedetti alla sua sinistra, e senza alcun motivo, anzi forse proprio per mettere alla prova una vaga idea che si stava lentamente insinuando dentro di me, le dissi: “Sa, oggi sono felice perché dopo anni riesco a ricordare finalmente i miei sogni…”

Inutile dire che tutto andò esattamente come avevo sognato, anzi non proprio tutto.

Martedì mattina, quando mi svegliai, la sua parte di letto era ormai fredda e lei era già andata via da un pezzo. Non mi sembra di aver sognato quella notte, ma mentre mi rivestivo dopo la doccia ricordai il seguito del sogno di quella domenica; insomma… quando andai al comodino e vidi che l’orologio e il portafoglio non erano più li. Così come il blocchetto degli assegni e gli altri tre orologi nel cassetto dove tengo i calzini.

Questa volta non chiamai Piero, un poco dal momento che mi vergognavo a raccontare di quanto ero stato ingenuo, ed un poco perché avevo bisogno di ragionare con calma su quanto mi era appena successo.

Andai al lavoro come tutti i giorni, ed è inutile dire che lei alla fermata non c’era!

La giornata trascorse come era solito e la sera, prima di addormentarmi, sperai ancora di sognare, più che altro per la voglia di verificare se quello che sognavo avesse ancora avuto un riscontro nella realtà. Sognai quella notte ed altre ancora, ed ogni volta ai miei sogni corrispondevano i fatti che mi sarebbero successi la mattina successiva.

Un’esperienza unica credetemi! Unica ed eccitante.

Grazie ai sogni della notte precedente sapevo cosa dire e cosa fare nella realtà; anche se a volte capitava che parti di sogno le ricordassi solo dopo averle vissute.

Non chiamai Piero per informarlo, ero certo che non mi avrebbe mai creduto, ma in quel mese mi beai di questa mia sorta di dono, di capacità che mi rendeva diverso in un modo che mi faceva sentir bene.

Almeno fino allo scorso venerdì.

La notte prima sognai di aver fatto sei al superenalotto. E quando mi svegliai ricordavo anche i numeri: 7 12 33 77 24 66.

Andai immediatamente a giocarli alla vicina ricevitoria, con il cuore in gola e al contempo una strana sensazione d’angoscia. La sera tornai a casa un’ora prima, e mi misi davanti al televisore nell’attesa delle estrazioni del Lotto.

I numeri furono estratti, ed erano esattamente i miei. Un unico sei, montepremi sessantaseimilionieseicentomila euro!

Il cuore prese a battermi talmente forte da risuonare nelle orecchie come un tamburo. Ero ricco! Di più, ero ricco in un modo indecente!

Mille pensieri presero a vorticarmi nella mente senza ordine apparente, mille cose che avrei fatto, detto…ma prima…prima dovevo versare immediatamente il biglietto in banca! Subito, domattina appena apre, e devo stare attento a non perdere il biglietto, e che non mi accada nulla mentre…!

Fu in quel momento che ricordai la seconda parte del mio sogno.

Uscivo dall’ascensore felice come non mai mentre mi accingevo ad andare in banca a versare il mio biglietto vincente del superenalotto. Mentre mi avvicinavo al portone sentii due macchine sgommare mentre i motori rombavano furiosamente, ed una sirena, quella della polizia, che aggrediva il silenzio con violenza. Sentii la prima raffica che avevo appena socchiuso il portoncino del condominio nel quale vivo. La seconda m’investì in pieno mentre, stupito, vedevo volare intorno a me schegge di legno miste ad intonaco e sangue. Cadendo mi resi conto che il sangue era il mio, ed ora mi riempiva la bocca facendomi tossire e vomitare schiuma rossa.

Il sogno terminò con me che osservavo, supino sul pavimento, il tetto dell’androne mentre la vita mi abbandonava senza che potessi fare niente per evitarlo.

Per questo sono quattro giorni che non esco di casa.

Seduto in un angolo buio della mia camera da letto, in pigiama, osservo terrorizzato il biglietto del superenalotto che tengo nelle mani tremanti, in attesa di sentire una sirena e due macchine sgommare rumorosamente nella mia via.

Sono tre giorni che aspetto, quattro con oggi, ma ancora niente.

Ho paura che il sogno si avveri, di sentire la sirena appena sarò sull’uscio di casa e le raffiche mentre apro per uscire.

Ho paura di morire e so per certo che la morte è la fuori, che aspetta che io lo apra quel dannato portoncino!

Foto | A. Pagliaricci ♦ 


Francesco Fiabane