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pubblicato giovedì, 23 febbraio 2012 da Graphe.it in I nostri libri
 
 

La gatta Arcibalda e altre storie: frammenti di un’ode alla bellezza


E, sulla tomba, non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra,
che scriva, a primavera
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.

La gatta Arcibalda di Adriana Zarri (teologa, poetessa, eremita) ha raggiunto in vita una certa fama, finendo nei suoi scritti e perfino in una foto di copertina di un libro dela sua “padrona” (ma Zarri non si definiva così, piuttosto, diceva, “custodisco, ospito e amo… perché noi siamo i custodi, gli amici, non i proprietari”, dal momento che “ogni bestia appartiene a se stessa”).

La gatta non sembra essersene mai fatta un problema, per fortuna, dice Zarri in uno dei suoi articoli pubblicati nella rivista Rocca dal 1984 fino alla morte, e raccolti in questo La gatta Arcibalda e altre storie.

Le arie, d’altronde, quella gattona lì se le è sempre date, nelle sue periodiche (e contegnose) fughe da qualche cane, visto che lei mai

“s’impressiona, perché è capace di salire su un albero e il cane no, e si ferma lì a guardare in su finché si stanca e se ne va e la gatta gloriosa e trionfante resta lassù a guardare il panorama”.

Gli articoli di questo La gatta Arcibalda non ruotano però – solo – intorno alla “gattologia”, materia di cui lei stessa, insieme all’amica Rossana Rossanda, si dichiara una veterana. Si tratta invece dei complessi frammenti di un’ode, in sottotraccia, alla bellezza.

“E la vita è fatta di primavere, estati, inverni, di tempo e di eternità. È fatta di fiori che si aprono, di frutti che maturano, di uccelli che volano, di lucertole che saettano via, di usignoli che cantano e di gatti che fanno le fusa… È fatta di camini che fumano, di polente che cadono sul tavolo come lune d’inverno”.

Esclusi, però, questi nitidi scorci aperti sulla poesia della natura, questi scritti di rado cedono a qualsiasi forma di lirismo, preferendo una scrittura ancorata alle piccole cose di ogni giorno, che diventano spunto di una seria riflessione – che, scrive, dovrebbe partire prima di tutto da parte della stessa Chiesa – sui diritti degli animali e della natura in generale.

Ne risulta una sorta di privato manifesto eco-logico in cui ci si interroga, ad esempio, sulle ragioni di chi è vegetariano, e sui torti di chi ama la caccia. Anticipando, già negli anni ‘80, l’idea della crescente diffusione delle coltivazioni bio, o il concetto di un “uomo al servizio della natura” e il fenomeno del “ritorno alla terra” delle giovani generazioni.

Bellissimo, fra gli altri, anche il passo su come cambi la preghiera a seconda delle stagioni, o quello in cui Zarri si profonde in un appassionato elogio della “banalità” del vivere, passando per il brano sull’amorevole ritratto della ferocia del leone. Che, scrive, “non è che una copia della nostra, e forse è soltanto buon appetito”.

Sara Regimenti su Booksblog


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“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)








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