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pubblicato mercoledì, 29 febbraio 2012 da Roberto Russo in Editoriale
 
 

Felici anche con meno internet


Email, blog, siti, social network, giochi, conference call, geolocalizzazione… chi più ne ha più ne metta. Ormai la nostra vita si svolge molto in rete e se per un qualsiasi motivo salta la connessione o se il server di quel sito va giù sembra la fine del mondo. Anzi peggio, se possibile.

La nostra felicità quindi è tutta online? Ci sono varie discussioni (in rete, ovviamente!) che affrontano questo argomento. Noi vi riportiamo una nostra traduzione (con qualche taglio e con adattamenti al contesto italiano) di un bell’articolo di Briam Lam su Wirecutter che parla di felicità, di un pizzico di magia e della scelta di staccare la connessione ogni tanto.


Scrive Matt Ritchel a proposito di uno studio della Stanford University:

Uno studio sulle abitudini online delle ragazze di età compresa tra gli 8 e i 12 anni mostra che quante affermano di dedicare molto tempo all’utilizzo di strumenti multimediali si descrivono come meno felici e meno sicure socialmente rispetto alle coetanee che passano meno tempo dinanzi agli schermi.

Devo la mia sopravvivenza alla tecnologia e mi piace come strumento, ma, al tempo stesso, lo temo un po’ più della maggior parte della gente. È uno strumento ma non come un bel martello: perché un martello non vi sedurrà tenendovi seduti da soli in mutande per sei ore di seguito cliccando su di un video di YouTube e aggiornando Twitter. Temo la tecnologia perché temo la brutta sensazione che provo ogni anno a ridosso delle festività dopo una baldoria di tre giorni con la XBox. Temo non la tecnologia, in quanto male, ma perché è troppo facile iniziare a cliccare e non smettere mai, anche quando il flusso di dati passa da interessante a perfettamente inutile.

Sono affascinato dallo studio della Stanford University, perché tutto ciò che ho fatto nell’ultimo anno, professionalmente e personalmente, è stato ridurre il peso eccessivo della tecnologia e del rumore nella mia vita il che ha fatto sì che la mia felicità aumentasse moltissimo.

La felicità è il metro più importante nella tecnologia personale: se ti migliora la vita, è importante. Ho sempre sospettato che standosene seduti davanti a uno schermo a navigare su internet ci si ammuffisse, ma non ne avevo una prova certa fino a quando ho letto quel passo di Stanford. Io non so perché questa ricerca non stia ricevendo attenzione né da parte dei giornalisti, né dai “golosi”. La gente pensa che io sia pazzo perché mi lamento della tecnologia e di quanto stupido e noioso sia diventato Internet, ma credo che si sbaglino. E penso che si stiano scrivendo cose sbagliate.

È giunto il momento, con l’abbondanza di pagine da leggere e video da guardare, di prendere in seria considerazione il libro di Clay Johnson, La dieta dell’informazione che tratta di “come la società che vive nell’abbondanza di informazioni stia soffrendo per le conseguenze delle cattive abitudini dovute all’eccesso di consumo di informazione”.

Il libro delinea anche un piano per il dosaggio dei tipi di contenuto che consumiamo, al pari di quel che succede con le diete alimentari, che hanno bisogno del giusto bilanciamento tra il junk food e il cibo sano che all’inizio sembra meno appetitoso, ma che in seguito ci renderà più sani e felici (insomma, equivale a dire che per ogni frappé devo consumare in media un bicchiere di succo di verza).

Dal punto di vista dell’informazione stiamo diventando come asini grassi. In un’economia che si basa su pagine visualizzate, i contenuti troppo frequentemente sono progettati per essere proprio come il cibo spazzatura per aumentare rapidamente il numero dei visitatori. Se create dei contenuti che equivalgono intellettualmente ai lecca lecca, allora avrete un sito molto visitato. Xeni Jardin mi ha detto: “Solo il tumore e i siti di stronzate crescono in fretta”. È successo in tv con i reality show, alla radio con i programmi demenziali e accade anche con le parole online.

Ho vissuto un forte momento di riflessione quando ho lavorato per il Woods Hole Oceanographic Institute lo scorso anno: mi sono reso conto di non avere molto materiale di cui essere fiero. Ero così sicuro del mio lavoro che pensavo che le mie clip potessero portare molti click sul mio sito web, ma ho notato che la mia visione della realtà era stata offuscata e non avevo la benché minima pazienza per i libri e per i lungometraggi. Ora capisco che, rallentando, posso avere più tempo per le cose che mi fanno sentire veramente bene.

La prima cosa che ho fatto, quindi, è stata riappropriarmi del tempo. Ho lasciato perdere tutti i contenuti online; ho smesso di leggere tutti gli stupidi comunicati stampa o gli eventi che sono annunciati ogni settimana; ho cessato di interessarmi alla spazzatura; non ho più seguito i blog che scrivono cose tipo “Le 17 foto più impressionanti scattate con un iPhone” o “Angry Birds in esclusiva su Facebook per San Valentino”. Idem per le notizie aziendale che interessano solo l’1% degli internauti. Più volte mi sono sentito come quegli scrittori online e quegli editori che si impelagano in quelle conversazioni che non sono né interessanti né divertenti e durante le quali tutti gridano e nessuno dice nulla. Non ho tempo per queste cose.

Loro frazionano. Le loro frasi. In. Singole parole. In modo che possano fare di più. Traffico. Chiamano storie anche quelle che non lo sono. Questa non è una storia. È tutto marketing. E tutto quello che possiamo fare è sperare di essere utili e pagare le bollette e poi vivere il resto della vita.
Le news tecnologiche sono come parte di una festa piena di droni aziendali in cui nessuno si diverte veramente. A volte si ha il coraggio di lasciare la festa e andarsene al bar, dove si trovano altre persone che la pensano come te, messe da un lato. Ma ben pochi hanno il buon senso di agire diversamente alla festa e fare i pazzi.

Ho anche smesso di leggere Twitter e Facebook con regolarità, perché la maggior parte dei miei conoscenti online sono simpatici, ma mi piace pensare a queste esperienze come superficiale e sì, anche perché non me ne frega un bel niente del 99% delle persone che interagiscono con i giochi online. Ho incontrato alcuni grandi amici online, ma, comunque, preferirei impiegare tempo ed energia con quei pochi per i quali farei qualsiasi cosa. Inoltre, cliccare su like anche un miliardo di volte non vi farà avere un orgasmo o assaporare un abbraccio o provare l’emozione di una mano amica.

Grazie a tutti questi tagli, sono riuscito a ritagliarmi circa tre ore al giorno tutte per me.

Ho comprato un modello di barca: la monterò e la dipingerò. Nello stesso lasso di tempo potrevi vedere cento trailer di Batman online o postare lo stesso trailer sui social network e avere migliaia di like. Ma sto costruendo la mia barca.

Mentre scrivo queste riflessioni, giro una pagina a caso di un libro sulla tecnologia che voglio leggere ma ancora non ho iniziato. Vi leggo:

L’ingenuo ottimismo del diciottesimo secolo ha portato alcune persone a credere che il progresso avrebbe condotto a un tipo di utopia in cui gli esseri umani, liberati dalla necessità di lavorare per sostenere se stessi, si sarebbero dedicati alla filosofia, alla scienza e alla musica, alla letteratura e alle belle arti… Invece di utilizzare i loro mezzi tecnologici per procurarsi tempo libero al fine di iniziare un lavoro intellettuale e artistico, gli uomini di oggi si dedicano a lottare per il proprio status sociale, per il prestigio e per il potere, per accumulare beni materiali che servono solo come giocattoli. In effetti, la cultura popolare americana è stata ridotta a mero edonismo, un tipo di edonismo particolarmente spregevole.

Il titolo del libro è La schiavitù tecnologica ed è stato scritto da tal Ted Kaczynski. Mi sento di citarlo perché se da un lato sbaglia nel ferire le persone, dall’altro le sue osservazioni non sono del tutto erronee.

La tecnologia ci permette di fare le cose in maniera più veloce ed efficiente: perché dovremmo usare questo ritrovato tempo libero per fare sempre le stesse cose? Non sto dicendo solo di fare un consumismo più intelligente, ma voglio dire di mandare proprio al diavolo il consumismo stesso.

Con le mie tre ore extra al giorno, posso andare spesso in spiaggia. Posso cucinare un pasto sano. Fare esercizio fisico. Prendere un drink con gli amici. Leggere un libro. Scrivere una poesia. Falciare il prato. Andare a sciare mentre controllo le email dalla seggiovia. Visitare un museo. Prendere il mio camper la sera tardi e guidare fino alla mattina successiva senza dover rendere conto al mio editor. Il mio camper è dotato di un letto, di un fornello, di un armadio, di un frigorifero, di una batteria di emergenza, di un modem 4G e di un computer portatile. Posso lavorare stando nel deserto, tra le montagne fino a quando la connessione regge. La mia vita non è mai stata così piena e non sono mai stato connesso in maniera così significativa. Non sto guadagnando tanto quanto prima, quando il mio lavoro era più frenetico, e forse potrei rimanere al verde tra poco e aver bisogno di lavorare presso un McDonalds. Ma per il momento posso pagare il mutuo e le cose vanno bene. A volte ho un po’ di paura ma non ho intenzione di desistere. Il punto non è avere un camper, che è solo simbolo, metafora e mezzo per godere della libertà e della sicurezza che la tecnologia ci offre.

Quello che mi è costato sono i LOL e i like e i video di esplosioni su YouTube e le news sulle startup. Ma è come un mercato, una bazzecola. Credo che chiunque lavori nel campo dell’informazione potrebbe impostare una vita simile alla mia e divertirsi lo stesso. Non si può fare molto mentre si marcisce nella lettura della spazzatura online. Andate online, prendete le informazioni più significative e poi tornate offline. Quindi vivete felici. Perché non ho mai incontrato una persona che ha trascorso i suoi giorni e le sue notti online ed è felice come lo sono io ora.

Foto | Lars Plougmann

traduzione in collaborazione con Natale Fioretto


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: “Nulla che sia umano mi è estraneo” (Terenzio) e “Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo” (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, è blogger su varie testate di nanopublishing, oltre che editore della Graphe.it.