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pubblicato giovedì, 22 marzo 2012 da Antonella Serrenti in Racconti e testi
 
 

Diario di un’attempata ragazza: un basco verde oliva


Sulla gradinata davanti al portone, le maestre sono tutte carine, eleganti e sorridenti. Qualcuna rotondetta nelle sue forme, qualcun’altra giovane, qualcuna un po’ meno. Danno però l’impressione di essere tutte affabili. Sulla destra, ce n’è una in particolare che mi piace. Assomiglia tanto alla cantante Julia de Palma: occhi grandi, capelli rossi e un bel sorriso. Spero che, in quel foglio che tiene in mano, ci sia scritto anche il mio nome.

All’improvviso la mia attenzione si sposta, e sono stupita da ciò che vedo: un’oliva gigante fluttua in aria sopra le teste delle maestre! Non posso credere ai miei occhi, il respiro mi si blocca in gola e resto a bocca aperta: però, osservando attentamente, mi accorgo che non si tratta di un’oliva, ma di un cappello, anzi di un basco. Sotto tutto quel verde marcio, due occhi neri sovrastati da sopracciglia altrettanto nere e imponenti. L’effetto finale, un viso paurosamente severo. È stata una sensazione comune a tanti bambini, la mia, perché il brusio cessa, siamo ammutoliti al suo cospetto, cara maestra, strega delle favole. Si guarda attorno con alterigia e tutti guardano lei, ma con soggezione. I nostri occhi s’incontrano… e già so! È come se le vedessi, quelle parole (nome e cognome), uscire dalla sua bocca come il fumo della pipa di mio nonno quando, seduti intorno al fuoco, mi racconta le storie. È inevitabile, entrambe le cose sono inarrestabili.

Muove le labbra, soffocando così l’illusione che nutriva il mio cuore di avere Julia de Palma come maestra, e sento la sua mano magra e severa poggiarsi sulla mia spalla di bambina, mano che contrasta con quella “orgogliosa” di mio padre che mi presenta a lei. Mi “cede” così come farà un giorno sull’altare, con mio marito. Una vita di “cessioni” ad altri, quella di tutti noi. Anche le rondini, che fino a poco fa scendevano in picchiata quasi a volermi coinvolgere nei loro giochi, volano via intimorite.

Lo splendore della giornata già inizia a offuscarsi. Con un’espressione inquietante che paralizza, dispone noi bambine, chi con l’aria imbronciata chi sul punto di piangere, in fila per due. Ignare e mute come tanti soldatini ci accompagna in quella che per cinque anni sarà la nostra aula.

Una stanza luminosa e linda ci accoglie; mentre prendiamo posto nei banchi, ci guardiamo intorno bisbigliando timorose ma anche incuriosite, fino a quando una mano – la stessa ossuta di poco prima – battuta con forza sulla cattedra, ci ricorda che tu non sei sparita. Sì, tu. Ora sei così viva nel mio presente di adulta, così presente nel mio rammentare, così vicina nel mio bagno avvolto dal vapore, che ti parlo come se fossi qui.

Negli sguardi che ci scambiamo in quel tempo, si vede la paura, e nei nostri volti scoloriti il pallore che imbianca anche le gote più rosee. Parli, e mentre parli più che ascoltarti ti guardo. Dalle tue labbra sottili che sembrano nascondere tanti segreti, escono invece tante belle parole, che, volente o nolente, catturano la mia attenzione. A parte il sacerdote e il mio dottore, non conosco nessuno che si esprima così bene. La maggior parte di noi bambini, in questo piccolo paese di pescatori, non parla italiano ma una mistura italianizzata di dialetto sulcitano. Per la prima volta, stamattina, mi sento attratta da te e penso che dopotutto diventeremo “amiche”.

Indicandoci la fotografia di papa Pio XII, appesa al muro proprio alla tua destra, ci narri la sua storia. Io non credo che ciò che racconti corrisponda al vero. Guardandolo bene quest’uomo ha uno sguardo così minaccioso e penetrante che sembra voglia entrarmi dentro. Il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che sta invece alla tua sinistra, mi piace. Anche se nella foto appare serio, quasi accigliato, da dietro gli occhiali i suoi occhi chiari sembrano sorridere, incoraggiandomi.

Dopo la “presentazione” dell’aula, cartine geografiche comprese, ci fai aprire il quaderno a quadretti. Alla lavagna scrivi la data e sotto di essa una fila di puntini e una di aste. Questo è il nostro primo compito, una pagina degli uni e una pagina degli altri.

Anna


Diario di un’attempata ragazza

1. I sogni non hanno età

2. È possibile avere il gene di una capra?


 

Foto | janamunky



Antonella Serrenti