Sentenza Diaz: una vittoria importante, ma la strada è ancora lunga
La cosiddetta sentenza Diaz, ovverosia la recente sentenza della Cassazione che ha definitivamente confermato le condanne precedentemente espresse in merito a quanto verificatosi all’interno dei locali della scuola Diaz di Genova, oramai ben undici anni fa, costituisce motivo di soddisfazione per tutti i cittadini democratici del nostro paese e del mondo intero. Ma si tratta di una soddisfazione soltanto parziale, oltre che tardiva. Ciò, per i seguenti motivi:
a) nessuno dei condannati trascorrerà neppure un’ora in carcere per gli ignobili reati commessi (caduti tragicamente in prescrizione);
b) l’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, potrà continuare tranquillamente a ricoprire l’attuale carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio;
c) i mandanti e i supervisori politici (vedi, in particolare, l’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini) di quella vera e propria operazione di “macelleria” che si è abbattuta su persone innocenti e inermi, spezzando denti, ossa e anime, potranno continuare a pontificare di Stato di diritto, di valori democratici e di rispetto della Costituzione, senza neppure sentirsi in dovere di fare un cenno di autocritica.
Ma, forse, tutto questo potrà contribuire a mettere il nostro paese di fronte alle proprie responsabilità anche di carattere internazionale, accelerando il processo di introduzione del reato di “tortura” all’interno del codice penale, come da tanti anni richiesto da associazioni per i diritti umani, come Amnesty International e Antigone. Perché di tortura si è trattato a proposito della Diaz, come anche a proposito di Bolzaneto. Ma, in assenza di adeguata codificazione di simile reato, ritenuto, a livello internazionale, vero e proprio “crimine contro l’umanità”, ecco che poi le pene non hanno potuto che essere assai irrisorie, cadendo fin troppo facilmente in prescrizione.
Un anno prima dei fatti di Genova, Amnesty International, a questo proposito scriveva:
Nel codice penale italiano non è previsto alcun reato di “tortura” […] Coloro che sono stati accusati di atti corrispondenti alla nozione internazionale di tortura sono stati imputati di reati “ordinari” quali percosse, violenza privata o lesioni personali. […] sono i fatti a dimostrare che l’attuale stato di cose non è soddisfacente. I rapporti di Amnesty International rivelano non solo che la tortura è presente nel nostro paese ma, ancor più, l’inadeguatezza della risposta delle istituzioni italiani al fenomeno. Di fronte ai non pochi casi denunciati, il numero esiguo e la povertà di risultati dei procedimenti giudiziarii, dovuta alla scarsa gravità delle imputazioni formulate, costituiscono un ‘indicazione del mancato funzionamento del sistema attuale. (Non sopportiamo la tortura, Rizzoli, Milano 2000, pp.104-5)
Tutto ciò conferma l’urgenza di misure legislative e istituzionali per prevenire le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia, tra cui – oltre all’introduzione del reato di tortura – un’adeguata formazione all’uso della forza e delle armi, l’adozione di misure di identificazione, come ad esempio codici alfanumerici, durante le operazioni di ordine pubblico e l’istituzione di un organismo indipendente per il monitoraggio dei diritti umani e per la prevenzione dei maltrattamenti in tutti i luoghi di detenzione.
In un suo recente comunicato, la sezione italiana di AI ha, pertanto, fermamente ribadito che:
Le forze di polizia sono attori chiave nella protezione dei diritti umani in ogni paese: hanno, tra le proprie responsabilità, quelle di ricevere denunce su abusi dei diritti umani, svolgere le indagini e garantire il corretto svolgimento delle manifestazioni, proteggendo chi vi partecipa da minacce e violenze. Perché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e svolto nella piena fiducia di tutti, sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione degli abusi, il riconoscimento delle responsabilità e una complessiva trasparenza.
Amnesty International chiede agli stati di assicurare che le forze di polizia operino nel rispetto degli standard internazionali sull’uso della forza e delle armi, di prevenire violazioni dei diritti umani e di assicurare indagini rapide e approfondite e procedimenti equi per l’accertamento delle responsabilità, quando emergano denunce di violazioni.
Tutti coloro che intendono contribuire a incalzare la nostra classe politica affinché possa essere finalmente colmata questa grave lacuna legislativa, possono aderire al seguente appello Antigone Chiamiamola tortura, nonché all’Operazione trasparenza – Diritti umani e polizia in Italia promossa da Amnesty International.







