Cosmopolis: Cronenberg più DeLillo, cosa volere di più?
Strano destino, quello dei cosiddetti film d’autore. Considerati dalla critica importante capolavori “a prescindere”, come avrebbe detto il grande Totò, ma rigorosamente snobbati dal grande pubblico, o, peggio, clamorosamente non capiti da quello strano, ondivago e sempre più distratto essere che risponde al nome di spettatore. Penso alle alterne fortune di registi come Federico Fellini – i cui ultimi film stentavano addirittura a trovare un finanziatore – o al tripudio di applausi tributati a registi di casa nostra per beceri motivi ideologici, più per appartenenza politica che per reale qualità artistica.
Ma veniamo al film oggetto di queste poche righe, Cosmopolis, di David Cronenberg, pellicola passata quasi inosservata nei cinema italiani, nonostante l’importanza dei nomi in gioco. Il celebre regista canadese realizza una trasposizione filmica dell’omonimo romanzo del grande Don DeLillo fedele quasi allo spasimo all’opera letteraria, a partire dai dialoghi, di glaciale bellezza.
Il film è caratterizzato da una voluta, estenuante lentezza narrativa, ambientato com’è perlopiù nell’abitacolo della gigantesca limousine in cui trascorre la sua giornata il protagonista della vicenda, il manager Eric Packer. Con una scelta per alcuni spiazzante, per altri fin troppo furba, il difficile ruolo è stato affidato al volto di Robert Pattinson, attore amatissimo dai fan della saga Twilight, uno dei maggiori successi cinematografici degli ultimi anni. Pattinson, sotto l’abile guida di Cronenberg, si produce in una interpretazione eccellente del personaggio: algido, distaccato, assente e apatico, del tutto avulso dal mondo reale. A ben guardare del resto, una delle chiavi di lettura dell’opera di DeLillo è la rappresentazione della vacuità e della insensatezza del peggior capitalismo, di cui Pattinson-Packer diviene fedele espressione. E consideriamo che il romanzo è stato pubblicato nel 2003, ossia prima che la crisi economica strozzasse le economie mondiali…
In ciò consiste in fondo anche l’orrore, quella condizione così affascinante e più volte magistralmente raccontata nell’arco della produzione di Cronenberg.
Fotografia e musica completano il quadro di straniante alterità che fanno di Cosmopolis una perla rara, in questo moderno Medio Evo culturale, dominato da produzioni cinematografiche “usa e getta”, di modestissimo livello artistico.
Lunga vita a Cronenberg e a DeLillo, dunque.







