L’odissea di Julian Assange: l’asilo politico
Julian Assange è comparso prepotentemente nella vita quotidiana di ognuno di noi un paio d’anni fa. Attraverso il suo sito WikiLeaks, zeppo di rivelazioni scottanti riguardanti i Governi di tutto il mondo, ma non solo, ha cominciato a diffondere i segreti più inconfessabili dei potenti della terra e certo questo a loro non è piaciuto. Essere messi sotto scacco da un hacker affascinante dall’aria strafottente non è piacevole. Mentre i potenti presi di mira cercano ancora un modo per liberarsi di questa scomoda presenza, nel mondo si è creato una sorta di movimento trasversale che sostiene e difende Assange. Soprattutto viene difesa quella libertà di stampa che Assange cerca di ottenere strappandola con i denti (leggi, a colpi di rivelazioni).
Hanno cercato il modo di renderlo inoffensivo, gli hanno bloccato le donazioni che venivano fatte a WikiLeaks tramite PayPal, ma Assange è riuscito a vincere anche contro il colosso del credito online.
Alla fine si sono aggrappati a un’accusa di stupro. La storia fa acqua da tutte le parti, ma ha comunque dato l’avvio a una lunga battaglia legale che vede da una parte Assange e dall’altra la Svezia, che ne chiede l’estradizione per poterlo appunto processare per stupro. L’ideatore di WikiLeaks, dopo che la suprema corte ha dato parere favorevole alla sua estradizione, si è rifugiato a Londra, all’interno dell’Ambasciata dell’Ecuador. Da qui, aiutato dal suo legale, l’avvocato Baltasar Garzon, ha chiesto che gli venga concesso l’asilo politico. La decisione si è fatta attendere più del previsto, anche a causa delle Olimpiadi di Londra. Il giudice chiamato a dirimere la questione della richiesta di asilo politico ha preferito aspettare la fine dei giochi olimpici per timore che la sentenza potesse essere letta in modo sfavorevole per lo stesso svolgimento dell’Olimpiade.
Il 16 agosto è finalmente arrivata la decisione che Assange aspettava e auspicava. L’Ecuador ha concesso l’asilo politico, ma la vicenda non accenna a spegnersi, anzi è iniziata una sorta di braccio di ferro tra l’Ambasciata Ecuadoriana e l’Inghilterra. In pratica Assange è prigioniero all’interno dell’ambasciata. Ci sono agenti che stazionano davanti all’ingresso pronti ad arrestare l’hacker se solo prova a mettere un piede fuori dal perimetro.
Si era parlato di un passaporto diplomatico, una sorta di salvacondotto che gli avrebbe concesso di uscire dall’Ambasciata, ma purtroppo non gli è stato concesso.
A tre giorni dalla concessione dell’asilo politico Assange ha deciso di tenere una conferenza pubblica. Affacciato a un balcone dell’ambasciata ha ringraziato l’Ecuador: «Una coraggiosa nazione ha preso una posizione per la giustizia». Poi si è rivolto anche al Presidente americano Barak Obama: «Gli Stati Uniti devono rinunciare alle minacce a Wikileaks. Chi minaccia Wikileaks minaccia la libertà di espressione. Obama rinunci alla “caccia alle streghe” nei confronti di Wikileaks». Ha chiesto anche che venga liberato il soldato Bradley Manning, accusato di aver passato informazioni riservate a WikiLeaks.
Potrei continuare ancora a lungo a parlare di Julian Assange, ma non vorrei annoiare i lettori di questo blog. Personalmente mi sono appassionata fin dall’inizio alla storia di questo hacker-giornalista, tanto da scrivere su di lui un breve saggio – Julian Assange: nemico Pubblico Numero Uno – edito da Ciesse Edizioni.







