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pubblicato venerdì, 31 agosto 2012 da Graphe.it in Punti di vista
 
 

Carlo Maria Martini: l’uomo della disponibilità, del dialogo e della gioia perfetta


Il cardinale Carlo Maria Martini è deceduto. Aveva ottantacinque anni e da molto tempo era malato di Parkinson.

Esponente illustre della chiesa cattolica e di un certo modo di vivere la fede, divideva in due gli animi dei credenti: da un lato c’era chi l’amava e lo ammirava, dall’altro si poneva chi lo denigrava, accusandolo di “protestantesimo” e di poca fedeltà alla Tradizione e al Magistero. A noi poco interessano le polemiche, in ogni campo.

Ci piace ricordare il cardinal Carlo Maria Martini come l’uomo della disponibilità, del dialogo e della gioia perfetta. In Verso Gerusalemme (Feltrinelli, 2002) scrisse:

Mi piacerebbe riassumere tutto il mio ministero più che ventennale a Milano con l’augurio: “La vostra gioia sia perfetta”. Un augurio, una parola semplicissima, ma di cui abbiamo paura. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, tante le situazioni sbagliate, le guerre, le sofferenza: con tali giuste ragioni noi ci priviamo della gioia perfetta. Ma gioia perfetta non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame nel mondo; è una gioia più profonda […] In realtà la gioia deve essere perfetta e vi auguro di scoprirla come gioia che non disdegna di piegarsi sulle sofferenze proprie e altrui, perché ne abbiamo scoperto il segreto, quello di aver toccato il Verbo della vita che risana ogni esperienza di sofferenza, di malattia, di povertà, di ingiustizia, di morte.

Gioia perfetta di cui era ben consapevole, anche quando sentiva forti le difficoltà della malattia, come scrive in Qualcosa di così personale. Meditazioni sulla preghiera (Mondadori, 2009):

Ho ben 82 anni di vita e la malattia di Parkinson e gli acciacchi dell’età si fanno sentire. Ma probabilmente, per quanto riguarda la preghiera, sono ancora a metà del guardo. Sento che la mia preghiera dovrebbe trasformarsi, ma non so bene in che modo, e sento anche una certa resistenza a compiere un salto decisivo. So che posso dire come Isacco: «Io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte» (Gen 27,2), ma di questo non ho ancora tratto le conclusioni.

Carlo Maria Martini l’uomo della disponibilità, del dialogo e della gioia perfettaDel resto una situazione di “mendicanza” l’aveva prevista lui stesso, come scrive ne Le età della vita. Una guida dall’alba al tramonto dell’avventura umana (Mondadori, 2010):

Un proverbio indiano parla di quattro stadi nella vita dell’uomo. Il primo è quello nel quale si impara, il secondo è quello nel quale si insegna e si servono gli altri, mettendo a punto ciò che si è imparato. Nel terzo stadio si va nel bosco, e questo è molto profondo, significa che il terzo stadio è quello del silenzio, della riflessione, del ripensamento. Credo che quando si aprirà per me questo terzo stadio, che è ormai imminente, ritirandomi nel bosco potrò ripensare e riordinare con gratitudine tutte le cose che ho ricevuto, le persone che ho incontrato, gli stimoli che mi sono stati dati in questi ventidue anni e che non hanno avuto l’opportunità di essere elaborati. E poi c’è il quarto tempo, che è molto significativo per la mistica e l’ascesi indù: si impara a mendicare; è il tempo in cui si impara la mendicità. L’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica. è poi lo stadio del dipendere da altri, quello che non vorremmo mai, ma che viene, al quale dobbiamo prepararci.

Uomo del dialogo, dicevamo. E uomo che si poneva domande che molti di noi si pongono. Sintomatico, in proposito, un suo articolo sul Corriere a novembre 2007 dal titolo La tentazione dell’ateismo:

Bisogna accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l’amato del mio cuore. L’ho cercato ma non l’ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l’amato del mio cuore…» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l’ho trovato», ci poniamo il problema dell’ateismo o meglio dell’ignoranza su Dio. Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere.

 




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