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pubblicato giovedì, 18 ottobre 2012 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Michele Marziani, i libri, la lettura e la scrittura. Intervista


Michele Marziani è uno scrittore e giornalista che da qualche anno si dedica principalmente alla narrativa pubblicando romanzi – come La trota ai tempi di Zorro (DeriveApprodi 2006) Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta (Cult 2008); La signora del caviale (Cult 2009); Barafonda (Barbés 2011) –, racconti (si veda il suggestivo Un ombrello per le anguille, Guido Tommasi 2012) e testi enogastronomici che coniugano la narrazione della quotidianità alle ricette tipiche del territorio italiano. Ricordiamo i Sovversivi del gusto (NdA Press – due volumi, di cui il secondo ha vinto il Gourmand Best in the World 2010 per la fotografia), I sapori della Terra di Mezzo, Il paese dei Ghiottoni e il recente A pranzo con Giulia (tutti per i tipi di Guido Tommasi).

Di Michele Marziani mi piace la capacità di narrare storie semplici e sconosciute con una tale maestria da riuscire a far sentire il lettore parte degli eventi grazie a uno stile limpido e coinvolgente.

Vi propongo una chiacchierata fatta con Michele Marziani in cui parliamo dei suoi libri, ma anche di scrittura e di lettura.

Leggendo i tuoi libri ho avuto l’impressione che un filo rosso li unisca: la genuinità e la semplicità della vita come unico rimedio al parossismo dei nostri tempi. Tale legame sussiste oppure è solo una mia elucubrazione?
Ci sono dei fili che tu annodi scrivendo e quindi sai di averli messi nelle tue storie e ti piace che i lettori se ne accorgano, li facciano loro, se ne aggroviglino. Poi ce ne sono altri che ci sono anche se tu non li hai voluti mettere apposta nei tuoi scritti. Li scopre il lettore. E quello che dice il lettore per me vale come vero: se tu trovi questo filo rosso, è facile che ci sia, ma non l’ho messo consapevolmente. C’è entrato, probabilmente perché in parte rispecchia le mie personali scelte di vita, più che le scelte narrative.

A proposito di autenticità di vita: Franco Botteghi, personaggio principale di Barafonda, se ne inventa una di vita, se la racconta così bene che alla fine crede sia quella vera. Leggiamo in Barafonda che “la vita creata in proprio è più bella e non ci sono le cose che non funzionano, le delusioni. Bisogna solo saper raccontare”. Che significa, allora, secondo te, raccontare?
Michele Marziani - foto Daniele FerroniRaccontare è offrire a chi ascolta una seconda possibilità, un’altra vita, semplicemente un altro punto di vista. Spesso migliore, o semplicemente più autentico, nel senso di più profondo, privo dei rumori della quotidianità. Ho fatto il giornalista per tanti anni e penso che sapere che cosa accade ogni giorno serva a poco, non mi rende migliore conoscere i fatti del mondo rispetto ai quali quasi sempre sono o mi sento impotente. Sono stati i romanzi, per me, la chiave per capire molte cose. I libri che leggi creano spesso le occasioni di un’esplorazione più profonda della realtà. Basti pensare a Calvino, alla lezione americana sulla leggerezza.

Tu tieni dei corsi di scrittura creativa nei quali sostieni che la scrittura narrativa non si può insegnare. Un controsenso?
Credo che la scrittura sia un insieme di artigianato e talento. L’artigianato si apprende andando “a bottega”, non si insegna. Il talento è innato, neppure quello si può insegnare. Per scrivere occorre conoscere la grammatica della lingua in cui si scrive. Quella si insegna e infatti la si impara a scuola. Di questo io sono sempre stato convinto. Ma, paradossalmente, proprio perché convinto di questo sono sollecitato da più parti a raccontarlo, a tenere dei laboratori e dei corsi per dirlo. Corsi e laboratori piacciono, quindi aumentano e sempre più me ne chiedono. Come faccio allora a essere fedele a quello che penso e, al tempo stesso, a rispondere a quello che gli studenti mi chiedono? Mettendo a disposizione l’esperienza e le parole. L’esperienza è la mia, di una vita di scrittura. Ovvero narrazione di come io ho affrontato e risolto (non sempre) le questioni che lo scrivere mi pone di fronte. Poi le parole, meglio quelle degli altri, dei grandi scrittori di tutti i tempi, per mostrare la trama, intesa non come storia, ma come tessitura di testo. Leggere significa anche comprendere i meccanismi dai quali nasce la scrittura. Nei miei corsi lavoro tantissimo sui testi, sulla lettura, poco sulla scrittura, perché quella si coltiva in solitudine. Nessuno impara a scrivere in un corso, secondo me, ma può intravedere quale strada può seguire la sua scrittura.

Tu affermi che gran parte dei tuoi scritti sono nati all’aperto e hanno trovato spazio nei boschi e tra i narratori della natura. Di tale esperienza si sente l’eco nelle pagine dei tuoi romanzi, racconti e anche ricettari. A tuo giudizio, la narrativa contemporanea – quella che troviamo in libreria, per intenderci – è ancora capace di tradurre in scrittura una qualche esperienza concreta oppure (troppo) spesso ha un po’ l’odore stantio delle ricerche di mercato?
Purtroppo non posso rispondere perché leggo pochissima narrativa contemporanea, solo i libri scritti dagli amici, per una sorta di comunione d’affetti. Non lo faccio né per una sorta di snobismo, né per dare un giudizio negativo su quello che si trova in libreria. Anche perché, appunto, non lo so. Lo faccio piuttosto perché credo sia impossibile passare indenni attraverso le proprie letture e leggere i contemporanei, per me che scrivo, finirebbe inevitabilmente per influenzarmi. Allora preferisco farmi influenzare dai classici e dagli scrittori dimenticati, in particolare del Novecento. Credo però che esistano libri contemporanei, oggi, anche in un’editoria sempre più orientata al mercato e alla vendita, che siano capaci di farsi strada con la sola potenza della narrazione. Se così non fosse non avrebbe più senso scrivere: le parole che entrano sotto la pelle e sono capace di scuoterci e farci pensare, di smuovere qualcosa di davvero profondo, sono più forti di qualsiasi direttore del marketing.

Lo scrittore Michele Marziani (foto Daniele Ferroni)Michele Marziani scrittore ha qualche rito che compie prima di mettersi a scrivere?
Cerco di scrivere in una città diversa da quella in cui vivo. A casa faccio le revisioni dei testi, lavoro sul libro già scritto, ma la prima stesura preferisco avvenga altrove, perché nel concetto di “altrove” trovo il concetto di un “qui”universale che si inserisce in quello che racconto. Mi piace scrivere al mattino presto, quando il mondo intorno sta ancora dormendo, mi piace farlo all’aperto anche. Scrivo solo quando credo di avere tutto quello che serve per raccontare la storia a cui sto lavorando. Quando conosco le biografie dei miei personaggi e gli scenari delle loro azioni. Allora e solo allora comincio a scrivere. Bevendo tantissimo caffè. Ecco, forse questo è il rito: la tazza sempre piena.

E il Michele Marziani lettore?
Sono da sempre innamorato degli scrittori americani. Leggo narrativa di ogni genere, ma l’immaginazione mi rimane impigliata più volentieri al di là dell’oceano. Ultimamente mi sono imbattuto in Stoner, il romanzo di John Williams, credo uno dei libri più belli letti in questo decennio. Poi è successo che mi sono innamorato dell’inglese, come lingua. Me ne sono innamorato leggendo The Tempest di Shakespeare in lingua originale. L’ho fatto su consiglio di una ricercatrice dell’università di Cork alla quale spiegavo che l’inglese non lo capivo e non mi appassionava. Mi si è aperto un mondo, quasi all’improvviso. E quindi ho ripreso in mano gli americani in lingua originale: Hemingway, Kerouac, Fante, Melville… Poi però ho bisogno di tornare tra le rassicuranti parole domestiche e mi perdo tra letture dimenticate. Ad esempio Fabio Tombari, narratore potentissimo e antimoderno della prima metà del Novecento, oggi completamente dimenticato. O Giovanni Arpino, scrittore riscoperto grazie al bel libro La libreria dell’Armadillo di Alberto Schiavone dove il vero protagonista è proprio un libro di Arpino: Randagio è l’eroe.
Non leggo gialli, gli ultimi sono stati quelli di Manuel Vasquez Moltalban, né tantomento noir e thriller, sono generi che mi annoiano molto. Come ho detto prima, leggo poco, pochissimo, i contemporanei.

A proposito di letture: con una certa regolarità vengono rese note ricerche che mostrano che gli italiani non leggono o leggono molto poco. Tu che scrivi e spesso partecipi a incontri per parlare dei tuoi libri, credi che tali risultati rispecchino il dato reale della situazione o a volte si rischia di strizzare un po’ troppo l’occhio al mercato instaurando una (arbitraria) correlazione tra pochi libri venduti = pochi italiani leggono?
Ma, il paradosso è che in Italia spesso si vendono libri che non si leggono. Credo che nessuno legga davvero Bruno Vespa, Totti o la Parodi. Li acquista perché è spinto dal mercato. E chi acquista questi libri spesso non è un lettore, nel senso di una persona che legge con perseveranza. Quindi i libri venduti possono essere anche più dei libri letti. Io questo non lo so, io vedo che chi legge lo fa ancora con passione e che quindi la lettura può ancora servire a migliorare la vita delle persone. Alle presentazioni dei miei libri vengono persone che amano i libri e amano leggerli. E questo per chi scrive è una grande prova d’affetto.

Grazie al tuo lavoro sappiamo chi sono i Sovversivi del gusto. Chi sono, invece, i lettori sovversivi?
Ho passato gran parte del 2012 a presentare i miei libri anche nelle case private, invitato dai padroni di casa, tra pochi amici. Questi sono i lettori attivi, quelli che cercano l’incontro con lo scrittore oltre che con la scrittura. I lettori sovversivi assomigliano a quelli del decalogo di Pennac nel suo Come un romanzo, quelli che non si vergognano di lasciare un libro a metà, che non hanno paura di confrontarsi con la parola, che non temono di giudicare un libro per quello che lascia a loro, non per quello che dicono gli altri. I lettori sovversivi sono quelli che ridanno dignità al libro portandolo con loro sui treni, sull’autobus e sulle metropolitane, quelli che prediligono la lettura all’acquisto, perché i libri, va ricordato, si possono anche trovare nelle biblioteche, non solo acquistarli in libreria. I lettori sovversivi sono quelli che sanno usare i libri come compagni di una vita sicuramente migliore. Un mondo senza libri sarebbe decisamente molto più triste.

Foto | Daniele Ferroni




Roberto Russo

 

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.