0
pubblicato domenica, 28 ottobre 2012 da Graphe.it in Poesia e dintorni
 
 

Uomini stanchi più dell’aria d’autunno


Com’è l’aria dell’autunno? Umida, fredda, pesante. Bisogna essere dei poeti per concepirla come stanca. Ed è quello che fa Roberto Roversi nella sua poesia Una terra, tratta dalla raccolta Dopo Campoformio (1962).

Il poeta, recentemente scomparso, ci presenta un cimitero – visione che in questi giorni le tradizioni culturali italiane dedicano al culto dei defunti è quanto mai appropriata – e riflette su quanti lì giacciono: donne e uomini “con il viso inchiodato fra due date” che rammentano ai vivi il dolore della vita.

Ricchi e poveri diversi anche nella morte: i primi, “almeno hanno il nome dipinto nelle prore delle barche” e possono attendere la primavera; i secondi, invece, già “stanchi più dell’aria d’autunno”, possono solo rimpiangere “d’essere dimenticati in poche ore”.

L’erba è gialla, pietre; il cimitero
con gli ulivi e cipressi sbiaditi.
Anche nella pace i morti
non hanno tregua, risaliti
dal profondo si stringono le mani
rotte dalla fatica.
Madri stroncate dalle gravidanze,
invecchiate con pazienza infinita su reti,
uomini stanchi più dell’aria d’autunno:
con il viso inchiodato fra due date
sanno che non c’è pianto non gridato
né un giorno senza male: che la vita
nel dolore fu tutta patita.
Rimpiangono solo l’oblio dei vivi,
d’essere dimenticati in poche ore.
I ricchi almeno
hanno il nome dipinto nelle prore
delle barche che rosse sul lido
con gli alberi e vele ammainate
attendono la piena primavera
per gettarsi con un grido sui branchi
morbidi e azzurri
nelle calme correnti verso l’Africa.

Foto | Jorge Franganillo




Graphe.it

 

“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)