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pubblicato lunedì, 10 dicembre 2012 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Ada Lovelace, la matematica figlia della poesia

Ada Lovelace, la matematica figlia della poesiaÈ in fermento oggi la rete per il Google Doodle dedicato ad Ada Lovelace che nasceva proprio il 10 dicembre di centonovantasette anni fa, nel 1815. È ritenuta la prima programmatrice di computer del mondo. La passione per la matematica le venne dalla madre, Anne Isabella Milbanke.

Suo padre, invece, era poeta: George Gordon Noel Byron, VI barone di Byron, meglio conosciuto come Lord Byron. Tuttavia tra padre e figlia non ci furono rapporti di famiglie a Lord Byron morì nel 1824, quando Ada aveva appena nove anni.

Forse una conferma che matematica e poesia percorrono due strade diverse? Chissà! Di certo, per entrambe ci serve passione e rigore: è errato, infatti, pensare che la poesia sia frutto dell’ispirazione che ti prende all’improvviso. Dietro ogni poesia c’è lavoro, diverso certo da quello della matematica, ma sempre intenso.

Celebriamo, allora, il compleanno di Augusta Ada Byron (che assunse il cognome di Lovelace dopo il matrimonio con William King, Conte di Lovelace) e ricordiamo anche suo padre, Lord Byron.

Visto che in matematica non sono poi così ferrato, preferisco affidarmi a una poesia di Lord Byron. Quando noi ci lasciammo è un testo poetico che ci presenta un Lord Byron diverso dal dandy che conosciamo. Qui Byron è più infelice e tormentato che si muove tra sensi di colpa e lievi difetti fisici.

Ada Lovelace, il Doodle di Google

Quando noi ci lasciammo
In silenzio e in lacrime,
Spezzato a mezzo il cuore
Nel doverci dividere per anni,
La tua guancia divenne fredda e pallida
E più freddo il tuo bacio;
Quell’ora veramente fu presagio
Del dolore di questa.

La rugiada dell’alba
Scese gelida sopra la mia fronte:
Io sentii come il monito
Di ciò che sento ora.
Son spezzati i tuoi voti,
Hai fama di volubile:
Sento dire il tuo nome
E ne divido l’onta.

Chi innanzi a me ti nomina
Suona a morto al mio orecchio;
Un brivido mi scuote:
Perché eri tanto cara?
Essi non sanno che ti ho conosciuta,
Che ti ho conosciuta troppo bene:
A lungo a lungo avrò di te un rimpianto
Troppo profondo a dirsi.

C’incontrammo in segreto: in silenzio
Mi dolgo che il tuo cuore
Possa avermi scordato,
Tradito la tua anima.

Se dovessi incontrarti
Dopo lunghi anni,
Come salutarti?
Con silenzio e con lacrime.


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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