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Posted lunedì, 24 dicembre 2012 by Roberto Russo in Zibaldone
 
 

Del perché non mi piace il Natale

Un gruppo di maiali

Natale, festa della vita e uccisione dei maiali

Il Natale mi piace poco. Se penso al Natale, infatti, nella mia testa non risuonano campane, né musiche angeliche, ma urla. Di maiali, nello specifico.

Come in molte parti d’Italia, infatti, anche nel mio paesello del sud pontino il periodo tra Natale e Capodanno era dedicato all’uccisione dei maiali: con il freddo, si sa, non c’è pericolo che le carni vadano a male e i maiali morti e sventrati si possono lasciare tranquillamente appesi tutta la notte così perdono tutto il sangue e al mattino successivo si possono smembrare senza problemi per fare salsicce, prosciutti e via dicendo.

Quando ero piccolo, l’uccisione del maiale coinvolgeva tutta la famiglia: gli uomini erano impegnati nelle operazioni di morte, le donne nella raccolta del sangue, nel gettare l’acqua bollente sulla pelle del maiale, morto, per togliere i peli e poi nel provvedere a preparare la carne per la conservazione. Noi piccoli stavamo nei pressi perché, si sa, le tradizioni vanno tramandate. Su tutto e su tutti c’era il nonno, il capofamiglia: lo vedo ancora oggi mentre, inginocchiato dinanzi al maiale, che si dimena legato su un tavolaccio con gli zii che lo reggono, e che gli infila il coltello affilato nella gola, quindi entra con il braccio nel corpo, fino ad arrivare al cuore e a spaccarglielo (così almeno si vanta, poi). Trionfante tira fuori il braccio sporco di sangue fino al gomito. Com’è naturale, il maiale gridava e i commenti di chi osservava la scena erano per lo più sarcastici.

Se il maiale non ci metteva molto a morire, allora si passava all’esecuzione del secondo: era sempre difficile uccidere il secondo maiale della giornata, sia per la stanchezza degli uomini, sia perché il maiale non ne voleva sapere di uscire dalla stalla, dopo che aveva sentito e visto quello che era successo al primo. Allora il nonno gli infilava un uncino nel naso e lo tirava: il maiale era costretto a seguire chi lo conduceva altrimenti il naso gli si sarebbe aperto.

Gli anni in cui gli affari andavano bene, i nonni avevano tre maiali: la sorte del terzo era rimandata di qualche giorno.

Le grida dei maiali hanno accompagnato i miei Natali dell’infanzia. Non solo le urla dei maiali della mia famiglia, ma anche quelle di molti altri maiali: la casa dei miei genitori, infatti, ha un ampio terrazzo che si apre su una vallata in cui c’erano molte stalle con i maiali. Non c’era mattina delle vacanze natalizie dalla scuola in cui il risveglio non fosse con le grida di qualche maiale che veniva ucciso.

Chissà, forse un giorno il ricordo di quelle urla si affievolirà. Nel frattempo, risuonano nelle mie orecchie le loro grida di morte.

Per me la colonna sonora del Natale, una ricorrenza che vuole celebrare la vita, è intrisa del sangue di migliaia di esseri viventi e senzienti che sono stati uccisi per festeggiare a tavola. E meno male che l’idea di fondo è quella di fare festa…

Foto | Pixabay




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.