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pubblicato venerdì, 11 gennaio 2013 da Susanna Trossero in Premi letterari
 
 

Canne al vento di Grazia Deledda veniva pubblicato cento anni fa

Grazia Deledda e il suo libro «Canne al vento»

Grazia Deledda e il suo libro «Canne al vento»

1913-2013, cent’anni di grandi cambiamenti, di eventi da ricordare in male o in bene, di persone che hanno lasciato il segno, di… libri. E fra questi, uno che non ha risentito né mai risentirà del tempo che passa e che deposita polvere fra le pagine, a volte trasformandole in datate. È un libro di una grande scrittrice, l’unica donna italiana alla quale sia mai stato conferito (anno 1926) il premio Nobel per la letteratura: lei è Grazia Deledda, il romanzo Canne al vento.

Da donna, da sarda, e da avida lettrice quale io sempre mi definisco, posso dire che il suo modo di scrivere, descrivere, narrare, cattura la mia mente e il mio stomaco per quella sua incredibile capacità di raccontare le debolezze umane, il timore delle passioni, la colpa, il segreto, il desiderio di espiazione, quel dilaniante senso del peccato che mostra appieno la fragilità dell’uomo. Una scrittura senza tempo, la sua, che emerge in particolar modo in quest’opera che oggi compie un secolo ma che potrebbe esser stata scritta ieri.

Avvalendosi di canoni veristici, Grazia Deledda racconta una storia di donne rimaste sole, di una famiglia oramai composta da sorelle lasciate sole – in seguito ad un evento drammatico – da un padre rude e dignitoso. In una Sardegna arcaica, contadina, in un contesto sociale in cui le donne restano tra le mura domestiche attendendo una vecchiaia che non tarda mai ad arrivare, l’autrice evidenzia un cambiamento oramai alle porte spingendo la più giovane delle sorelle a raggiungere “il continente” per vivere una condizione più “moderna”, nella speranza di affrancarsi dalla miseria, da una vita di rinunce e da quella visione chiusa e superstiziosa della sua terra.

Tutto il romanzo si può dire abbia inizio dall’arrivo in Sardegna di suo figlio e attorno a lui si muoveranno personaggi principali e secondari, tra i quali spicca il servo Efix (da Efisio), figura dominante. Con grande maestria, l’autrice ci mostra un’umanità varia ma sempre nuda, vera, autentica: uomini e donne ora saggi di un’antica saggezza isolana, ora fragili come canne al vento. Li vediamo ondeggiare sotto i colpi del maestrale senza mai spezzarsi, nuotare in quel mare d’orgoglio e di antiche tradizioni che imprigionano, ma li sentiamo anche pensare, da liberi, dando voce in solitudine a fantasie e riflessioni che una comunità così chiusa definirebbe follie.

Debolezze in uomini apparentemente forti, grande forza nel “sesso debole”, amori scomodi, servi e padroni, con l’eterno paradosso che incombe: l’odio che genera amore, l’amore che genera odio, e la redenzione o il rancore che si avvicendano quasi come necessità.

“Sì, siamo esattamente come le canne al vento”, dice Efix nel primo capitolo. “Noi siamo le canne e la sorte è il vento”.

E ancora:

“Sperare, sì, ma non fidarsi anche; star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’una all’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo.”

Un libro meraviglioso, il suo romanzo più famoso, che ancor oggi – a dispetto dei suoi cent’anni – pagina dopo pagina ci strattona come giunchi che si affacciano lungo le sponde del fiume a guardare la vita che scorre burlandosi di noi.

Foto | WikiCommons




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.