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pubblicato giovedì, 28 marzo 2013 da Patrizia Violi in Mondolibri
 
 

Ti volevo dire. Intervista all’autore Daniele Bresciani


A volte non riusciamo a dire le parole che vorremmo, per paura, per pudore ma anche per vigliaccheria. Altre volte ci rifugiamo dietro a frasi fatte e banali che fanno da scudo ai nostri veri sentimenti.

Ti volevo dire (Rizzoli), il romanzo d’esordio del giornalista milanese, vice-direttore del settimanale Grazia, Daniele Bresciani parla proprio di questo. Dell’incapacità di comunicare. E per raccontarlo parte dall’estremo del mutismo selettivo: Viola, ragazzina quattordicenne, protagonista del romanzo, ha perso la parola in seguito al trauma di aver trovato il proprio papà morto, all’improvviso, nel sonno. Le parole non riescono a uscire più dalla bocca di Viola che, oltre al dolore della sua perdita, vive i tormenti adolescenziali e la frustrazione della separazione dei genitori. Unica consolazione all’angoscia sono degli oggetti paterni, lettere, agende e un libro antico, che la portano lentamente alla scoperta di una verità nascosta. Un segreto di gioventù di suo padre che le spiegherà tante cose e l’aiuterà poi a stare meglio. Bresciani racconta la vicenda con due diversi piani narrativi: la realtà di Viola e il passato del padre, in un flash-back che si svolge nella Londra degli anni’80.

Con perizia riesce a miscelare le due situazioni in maniera coinvolgente con uno stile intimo, realistico, profondo ma anche ironico. Ti volevo dire è un libro che una volta iniziato si deve consumare in fretta perché cattura e fa pensare. Così, intrigati dalla storia, abbiamo incontrato Daniele Bresciani per saperne di più.

Daniele Bresciani (foto di Maki Galimberti) autore del romanzo Ti volevo direL’idea di scrivere un romanzo, dopo una vita da giornalista, era un progetto che avevi da tempo o c’è stata un’ispirazione particolare, uno stimolo, una situazione, che ti ha spinto a raccontare la storia di Ti volevo dire?
Ho una passione per i libri da sempre. Non solo amo leggerli, ma mi piacciono proprio come oggetti fisici: se leggo in edizione economica un’opera che mi piace ne ricerco l’edizione originale sulle bancarelle o nelle librerie che vendono libri usati. Ma scriverne uno mi era sempre sembrato troppo: ce ne sono in giro troppi di belli, che meriterebbero successo e che invece vengono dimenticati quasi subito. Mi chiedevo che cosa potessi aggiungere io a quello che già si trova in giro. Così avevo fatto dei tentativi negli ultimi anni, iniziato delle storie che però non mi convincevano: troppo rarefatte, troppo inventate. Le ho buttate. Poi ho cominciato a scrivere di Viola, in un momento in cui avevo difficoltà a comunicare con i miei figli: un padre che non sa parlare e una figlia che non può più farlo. E la storia ha preso un po’ il sopravvento: sono arrivato in fondo.

Nel libro ci sono spunti autobiografici, l’esperienza londinese e immagino anche il tuo ruolo da genitore, è stato difficile svelarti?
È stato difficile, ma anche in un certo senso salutare. L’esperienza inglese è stata in realtà la parte più semplice da scrivere. Come molti della mia generazione ho trascorso delle vacanze studio durante gli anni del liceo, quelle settimane durante le quali si parlava solo italiano con i compagni di corso e non si imparava niente della lingua straniera. E poi ho avuto la fortuna di lavorare un po’ a Londra tra il 1992 e il 1994, collaborando al Guardian e al Sunday Times Magazine: quella del romanzo è la città dei primi anni Ottanta, ma assomiglia molto alla mia.

E poi, certo, c’è il discorso del rapporto con i miei figli. Quello è stato più complicato da sviscerare, mi ha costretto a mettere nero su bianco le mie debolezze: e va detto che comunque è decisamente più facile mettere per iscritto come ci si dovrebbe comportare rispetto a vivere la quotidianità con degli adolescenti. Siamo stati tutti ragazzi, ma quando si diventa adulti ce lo dimentichiamo.

Raccontare del mutismo selettivo, in questo momento in cui tutti parlano troppo e c’è un’overdose di comunicazione, è molto interessante. Come ti sei avvicinato a questo tema?
Mio figlio Luca, che ha otto anni, da piccolissimo ha avuto un disturbo di linguaggio che ora si è risolto, ma che mi ha tenuto molto in ansia. Mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se, crescendo, il problema fosse rimasto e da lì è nato lo spunto del mutismo selettivo di Viola, anche se quella è una patologia reale e troppo spesso dimenticata e sottovalutata.

Ma se da un lato è vero, come dici tu, che oggi si sprecano troppe parole, dall’altro mi viene da pensare che tutte queste parole in realtà dicano poco: quanto concediamo di noi stessi, dei nostri sentimenti più veri e profondi, alle persone che ci stanno vicino? Parlo prima di tutto per me, ma credo che, soprattutto in famiglia, spesso per pudore o per un’inspiegabile vergogna, si abbia timore della verità. Bisogna passare dal «Ti volevo dire» al «Ti dico».

Nei ringraziamenti, alla fine del romanzo, citi alcuni scrittori che conosci e stimi. C’è qualcuno in particolare, anche straniero così non fai arrabbiare quelli nominati, che ammiri di più? Un autore a cui vorresti essere paragonato?
Gli scrittori italiani che cito nei ringraziamenti, oltre a essere degli autori che ammiro, sono degli amici e li ho raggruppati in quelle righe perché in un mio momento di difficoltà mi sono stati molto vicino e sono stati capaci di un gesto di stima e di affetto che non potrò mai dimenticare. Per quanto riguarda gli stranieri, ho sempre amato molto la letteratura anglosassone, quella del passato – soprattutto Dickens – e del presente: penso a Martin Amis, Ian McEwan, Atonia Byatt o Julian Barnes, autore in tempi recenti di un romanzo straordinario come Il senso di una fine. Ma i paragoni mi sembrano davvero fuori luogo: io sono un pedone, loro re e regine.

Ti volevo dire, particolare della copertina del romanzo di Daniele Bresciani

Daniele Bresciani
Ti volevo dire
Rizzoli, 2013
ISBN 9788817064316
pp 369, euro 17
disponibile anche in eBook: euro 9,99

La foto di Daniele Bresciani è di Maki Galimberti




Patrizia Violi

 
Patrizia Violi è laureata in giurisprudenza, vive a Milano dove fa la giornalista, occupandosi di attualità, psicologia e costume. È sposata e ha due figlie: dalla sua esperienza famigliare è nato il blog extramamma.net. Ha scritto il romanzo “Una mamma da URL” (Baldini & Castoldi). Per Emma Books ha pubblicato “Love.com” e “Affari d’amore”.