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pubblicato venerdì, 26 aprile 2013 da Susanna Trossero in Zibaldone
 
 

Adesso l’animalità, di Leonardo Caffo. Intervista all’autore

Leonardo Caffo, Adesso l'animalità. Novità editorialeLeonardo Caffo, incontrato in queste pagine anche l’anno scorso, seppur giovane è già tante cose: filosofo, scrittore, attivista nella difesa degli animali e sociologo aggiungerei, vista la grande capacità di mettere insieme le sue indagini e ricerche in materia di animalità anche nel suo ultimo libro, Adesso l’animalità, pubblicato in questi giorni dalla Graphe.it edizioni. Ma chi è davvero Leonardo, oggi vorremmo lasciarlo dire a lui.

Quando hai levato la benda, se mai l’hai avuta, e hai scoperto la fratellanza tra non fratelli?
Non saprei dire se è una questione di “benda”. Cioè, la domanda è perfetta, perché effettivamente “avere la benda” è un’espressione che dà l’idea che qualcosa, di evidente, è invisibile solo per motivi del tutto contingenti: possiamo vederla, ma non la vediamo. Che poi, credo, la questione animale è proprio questo: una tragedia visibile, ma coperta; evidente, ma occultata come si deve. I miei occhi sono stati “aperti” dalla filosofia – banalmente – dallo studio dell’animal cognition prima, e dalla lettura di Animal Liberation di Peter Singer, poi. Ho deciso che mi sarei “occupato” di questi temi, come parte non totalizzante dei miei interessi di ricerca, quando ho capito che non basta promuovere, con l’attivismo, uno stile di vita “cruelty free” ma è necessario, invece, ragionare su tre diverse questioni – spesso sovrapposte, da cattivi filosofi, ma che conducono a tre dibattiti assai diversi tra loro che mai bisognerebbe sovrapporre, entro un esercizio di frullati teorici. Nell’ordine, e sinteticamente, giusto per elencarli: (1) La possibilità della liberazione animale e le sue implicazioni (per cui ho scritto Il maiale non fa la rivoluzione: manifesto per un antispecismo debole, Sonda 2013); (2) Un ragionamento sul nostro allontanamento dalla nostra natura di animali, attraverso concetti – pratici e teorici – che contribuiscono a questo respingimento (per cui ho scritto Flatus Vocis: breve invito all’agire animale, Novalogos 2012); e, infine, (3) un’analisi dell’animalità in quanto entità teorica che conduce a ragionare al di là di ogni possibile barriera umana, pensando l’animale in quanto animale, oltre i confini dell’antropocentrismo: ed è da quest’ultima questione che è sorta l’esigenza di scrivere il libro di cui stiamo discutendo, ovvero Adesso l’animalità (Graphe.it, 2013). In sostanza le domande – che cos’è l’animalità? È possibile liberare gli animali? Qual è il nostro rapporto con la nostra natura animale? – per quanto legate tra loro hanno risposte diverse, diverse letterature e filosofie di riferimento, e vanno analizzate in modo dettagliato. Per capire davvero qualcosa degli animali, per riuscire a liberarli da tutto questo dolore, è necessaria sottigliezza d’analisi: troppo rumore, e volontà di accumunare questa “lotta” ad altre assai diverse, sono strade molte scorrette – e vanno respinte.

Leonardo CaffoUn mondo in cui vi sia l’armonia e il rispetto tra tutti gli esseri viventi è forse un’utopia: non c’è rispetto fra simili, figuriamoci poi cambiare il mondo dando il giusto valore morale alla vita animale, direbbero i più. Ma è anche difficile essere coerenti: cibo, abbigliamento, calzature, castrazione sugli animali domestici, sperimentazione, tradizioni, cultura. Si può davvero pensare di rivoluzionare tutto questo?
Non c’è rispetto fra simili: ma questo dato, tuttavia, non è esso stesso un argomento per dire che è impossibile che il rispetto fra simili possa esserci. Ho una penna sul tavolo, ma potevo anche averne tre. Fuor di metafora: non credo che l’egotismo attuale sia un fatto necessario quanto, piuttosto, contingente. Come sostiene Deleuze lo sguardo del filosofo sulla realtà sociale, se ha un senso, è proprio quello che è racchiuso dalla parola “cambiamento” o, come preferisco dire io, dalla “possibilità di cambiare”. In questo mondo, la coerenza come “purismo”, si costituisce come uno specchietto per le allodole: un modo per spostare l’asse del problema dalla macchina tritacarne che è la Società, verso i singoli individui che provano a cambiare la loro vita senza poi, per motivi a loro superabili, poterci riuscire in toto. I fatti sociali, e gli oggetti sociali (soprattutto), sono creati – come credo – per istituzionalizzare la naturale tendenza alla vita morale della specie Homo Sapiens: non possiamo essere noi, schiavi di ciò che creiamo, ed è ovvio che il rapporto va invertito soprattutto in un’epoca in cui, come aveva già compreso il Foucault di Che cos’è la biopolitica?, la “verità” sembra un’entità teorica che viene a stabilire i suoi criteri entro le mura dei mercati finanziari. Il problema non è, dunque, se un vegano può essere coerente: ma se lo Stato può non esserlo per nulla.

In molti definiscono i vegani dei fanatici: tu, onestamente, cosa ne pensi?
Ogni generalizzazione è un’idiozia – come definire le donne appassionate di scarpe, e gli uomini di calcio. Ci sono vegani fanatici, altri meno, e altri per nulla. Il veganismo fine a se stesso, tuttavia, è inutile: solo come conseguenza di una visione di insieme, in un radicale ripensamento del nostro rapporto con gli altri animali (antispecismo), questa “dieta” può avere un senso che vada oltre il non mangiare qualcosa.

Il tuo libro rappresenta un’indagine sociologica e filosofica, ma anche un interessante lavoro di ricerca: credi che l’informazione possa davvero aprirci al cambiamento e stimolare una sensibilità collettiva?
Sicuramente. Non il mio libro, magari, che è tentativo assai umile: ma se le cose cambiano, e sappiamo che cambiano, questo avviene perché riusciamo a immaginare in anticipo le direzioni che dovremmo prendere – analizzando in una dimensione proiettata al futuro la nostra forma di vita umana. Io vorrei che ogni lettore chiuda questo libro pensando che, non solo gli animali possano essere guardati come altri e non come oggetti ma che, soprattutto, gli animali possono guardarci – la filosofia dell’animalità e la filosofia del punto di vista: la distruzione pacifica dell’antropocentrismo.

O forse serve qualcosa di più cruento per dare una vera scossa: credi sia vero che se i mattatoi avessero pareti di vetro ci sarebbero molte meno bistecche in tavola? Ovvero, è questione di vedere da vicino la crudeltà che sta dietro ciò che per esempio definiamo “normale alimentazione”, la possibile soluzione?
No. I mattatoi possono essere di vetro, trasparenti, portati in città, e via dicendo: non cambierebbe nulla. Nel senso che cambierebbe molto poco, e poi tutto ricomincerebbe. La società dello spettacolo pone la violenza sul piano dell’assuefazione: quanti morti puoi contare, la sera, mentre ceni dinnanzi al televisore e al tg nazionale? Sapere che le nostre “guerre umanitarie” causano morti come fosse niente cambia qualcosa in te? No. Siamo “abituati” alla morte perché la vediamo distante e, così, se solo volessero, potrebbero abituare tutti a vedere le carcasse dei maiali e dei conigli in meno di un anno: il vero problema è che i meccanismi attorno i quali le società attuali sono articolate rendono possibile abituarsi alla violenza. È vero, quasi ovvio, che i macelli sono nascosti per lo stesso motivo per cui i cambi di sterminio erano a Treblinka, ovvero in mezzo al nulla documentato da Vasilij Grossman, e non al centro di Berlino. È meglio immaginare una vita del tutto morale che sapere, giornalmente, che i nostri privilegi equivalgono alla tortura e alla morte di milioni di individui. Il modo, unico, per cambiare questo mondo, non è rendere trasparenti le opache pareti dei mattatoi: è stimolare l’immaginazione verso un mondo possibile in cui recinti, gabbie, mattatoi e lager diventeranno vocaboli di una lingua impossibile.

Ho visto, sulla banchina del porto di Fiumicino, un pescatore che aveva appena tirato su la rete, e vendeva dei grossi pesci ai passanti. Guizzavano, sulla terra ferma, boccheggiavano, agonizzavano, e vederli era davvero una gran pena. Poi però, i nutrizionisti sono concordi nell’insistere sulla necessità del pesce sulla nostra tavola e allora, credimi, è difficile non essere vittime di paradossi: il pesce sì, è normale, il cavallo no, è troppo bello. La gallina va bene, l’agnellino fa pena. Io stessa sono vittima di incoerenze e la visione cruenta di quel pesce sul molo continua ad essere viva in me, e contribuisce a confondermi le idee. Voglio salutarti con una domanda forse banale, ma che rappresenta la malcelata ricerca di regole o consigli per contribuire al cambiamento: tu Leonardo, come ti destreggi in tutto ciò?
Io vorrei che nessun animalista colpevolizzasse, innanzitutto, il pescatore. Non ha quasi nessuna colpa: il problema è che questo mondo è stato disegnato, da ognuno di noi, in modo da rendere del tutto normale i fucili, le canne da pesca, le spade, le balestre … oggetti che hanno come fine, non avvitare un chiodo, ma uccidere qualcuno. Se progetti una cosa del genere devi aspettarti che verrà usata: è nel progetto, come in architettura, che la creazione è già in atto. Vivo con profondo dolore il mio destreggiarmi perché spesso, troppo spesso, è un “tirare avanti” sperando che il mio lavoro serva a qualcosa: per esempio far entrare nelle università italiane un argomento come gli Animal Studies oppure, quando riesco, influenzare l’attivismo con forme di “antispecismo debole” che possano far considerare la battaglia per la liberazione animale, anche qualora fosse soltanto per loro, una battaglia degna di essere combattuta. Ancora una volta non è il paradosso tuo, mio o di chiunque altro il problema: qui non stiamo facendo, come credono alcuni, la pubblicità a uno stile di vita vegano piuttosto che a uno carnivoro. Stiamo cercando di comprendere, con fatica, se è possibile un mondo diverso da quello attuale in cui, anche la mutezza di un pesce potrà essere ascoltata come parte integrante di quella meravigliosa sinfonia che chiamiamo “esistenza”.




Susanna Trossero

 

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.